Brescia – Perchè san Francesco di Sales è patrono dei giornalisti? Durante la messa, tenutasi al “Centro Pastorale Paolo VI”, mons. Pierantonio Tremolada ha sottolineato le peculiarità di tale figura come possibili elementi contraddistinguenti la professione giornalistica, secondo quei precisi riferimenti che, nel metodo, nello stile e nel messaggio, ne sviluppano rispettivamente la naturale organicità di tratti professionali salienti.

Se, allo stile di San Francesco di Sales (1567-1622), corrispondono “nobiltà, gentilezza ed amabilità”, quale distinte modalità di porsi verso l’altro, nel rispetto e nella vicinanza, il metodo attiene alla disponibilità costante rivolta al dialogo in cui il tipo di messaggio adottato ha la risoluzione di una ricerca verso la comunione con Dio, prerogativa di ogni fedele cristiano, come mandato devozionale, per interagire con la realtà, attraverso la chiamata ad una “vita santa”.

Come pure, fra l’altro, ribadito dal vescovo di Brescia nel corso della conferenza successiva alla celebrazione eucaristica, il giornalista può concorrere “al sostegno di una socialità armonica e vitale”, interpretando una “visione della vita che si presume consapevole, riflessa, coscienziosa, onesta, profonda”.

Valori che, nel contesto dell’appuntamento organizzato con il Vescovo per i giornalisti bresciani, da parte dell’Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali, in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti della Regione Lombardia, si accompagnano pure alla constatazione che chi “scrive mette in gioco la sua personale interpretazione degli avvenimenti e se ne rende perciò pubblicamente responsabile, offrendo ai destinatari della sua comunicazione la propria visione delle cose e introducendola nel circolo del vissuto sociale con inevitabili effetti positivi o negativi”.

Il “vero giornalismo” ha in sé le caratteristiche principali, relative al “selezionare con intelligenza” “ciò che è di reale utilità al destinatario” e la sollecitudine “dell’interpretare con profondità e in modo costruttivo” quanto è sotteso sia ad “una comunicazione onesta dei fatti” che ad “un’interpretazione profonda degli stessi”.

San Francesco di Sales

Tra le odierne criticità del giornalismo, pare profilarsi un’interpretazione nella quale “tutto viene percepito come una sorta di rumore (non di suono), difficile da decifrare e che facilmente lascia spazio alle cosidette fake news, cioè a notizie prive di fondamento. Il rischio che manchi la profondità è quindi la rilevanza dell’informazione in ordine alla vita. In questo modo, difficilmente l’informazione produce un incremento “culturale”, cioè un sapere che deriva da ciò che accade e consente di vivere sempre meglio”.

A tale aspetto, si aggiunge la “disinitermediazione” strisciante, inseritasi fra le notizie ed i loro fruitori, dove sembrano esautorati i giornalisti stessi dal loro ruolo di mediatori, in relazione alla quale, mons. Pierantonio Tremolada, all’evento diocesano che nel 2018 ha sancito il suo primo intervento nella puntualità di questa tradizione patronale, ha pure precisato che “pur dentro uno scenario che, di fatto, tende ad annullare le mediazioni, credo che per il fruitore di informazioni rimanga intatto il bisogno di avere qualcuno di cui potersi fidare che, di fronte all’inondazione di notizie, diventa importante; poi viene l’interpretazione fondata sull’onestà e sulla serietà di chi svolge il suo compito di informatore con coscienza, sensibilità e professionalità. Questo, credo, ci si debba aspettare da un giornalista”.

Il tema della “disintermediazione” è stato particolarmente messo in evidenza dal presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Regione Lombardia, Alessandro Galimberti, al tavolo dei relatori con, oltre al presule, don Adriano Bianchi, direttore de “La Voce del Popolo”, Nunzia Vallini, direttore del “Giornale di Brescia”, Riccardo Bormioli, direttore di “Bresciaoggi” e Marco Toresini, giornalista del “Corriere della Sera”.

A cento giorni di distanza dall’elezione al vertice del consesso lombardo dei giornalisti, Alessandro Galimberti ha, fra l’altro, posto l’accento sul “libertinismo della rete”, in una riflessione sul digitale e sui “nuovi media” che pare facciano denotare “un dissolversi” dell’intermediazione esercitata dai giornalisti, per il sopravvento di una sistematicità d’immediato impatto dei fatti nei nuovi sistemi di comunicazione digitali, con l’aggravio di un potenziale scadimento nella qualità delle notizie, rappresentato da un’informazione incontrollata e quindi dal verificarsi delle cosidette “fake news”.

L’antidoto è quello di porre, anche in questi nuovi scenari d’interrelazione, un “regime sanzionatorio che si basa sulla civiltà”, in quanto che “i tempi sono maturi per cambiare l’approccio con il digitale”, al fine di “usare regole prodotto di millenni di civiltà per metterle nel mondo del digitale”.

Ulteriore orientamento per vagliare questo contesto, è il legame con il territorio, da parte dei giornali locali. Don Adriano Bianchi ha sottolineato la tenuta della dimensione comunitaria di un territorio anche grazie al ruolo svolto dai mass-media che vi recano il proprio fedele servizio di informazione, professionalmente vocato a perseguire un alto livello qualitativo, attento pure al favorire una costruttiva coesione fra le parti che vi sono rappresentate. Anche da parte di Nunzia Vallini è, fra l’altro, emerso un accento sul territorio, in quanto la stampa locale ha la diretta peculiarità di poter verificare sul campo le notizie trattate, rivelando un’aderenza con le realtà descritte che, a loro volta, lasciano a contesti più ampi e lontani il poter praticare, comunque, la sfida della digitalizzazione in una sorta di “resistenza”, nei capisaldi qualitativi di un giornalismo corretto, anche portando, a questo concetto, la memoria del monito del vescovo emerito mons. Luciano Monari agli operatori dei mezzi di comunicazione: “Siate custodi dei pozzi d’acqua potabile nella palude dell’informazione”.

Considerazioni relative ai cambiamenti, intervenuti nel tempo, circa l’ambito di azione della professione giornalistica sono stati espressi sia da Marco Toresini che da Riccardo Bormioli, per i quali, una riflessione si è, fra l’altro, rispettivamente sviluppata nel porre evidenza riguardo a quanto, con l’avvento della rete, il giornalismo sia mutato, anche a fronte di un diverso atteggiamento dei lettori, nella contestuale presa d’atto della necessità di coltivare la qualità e la verifica delle informazioni, nella consapevolezza della notevole responsabilità derivante dal controllo delle notizie nella società.