Appena dopo il pane viene il vino, con buona pace di tutti gli astemi.

La mensa cristiana all’altare, abbina il pane, al vino che, insieme, ovvero nelle “due specie”, per larga parte dei credenti nel soprannaturale, è definizione, per antonomasia, del sacrificio eucaristico, da rinnovarsi ben oltre il senso devozionale di un semplice memoriale.

Se, in tale sacro consesso liturgico, al vino si aggiunge un poco d’acqua, in tutt’altre circostanze, è, ancora, quest’inebriante bevanda, derivata dall’uva, che può, invece, miscelarsi alla bevanda alcolica decisa in un abbinamento particolare, come nel libro “Il vino racconta – Storie di bianchi e di rossi bresciani” del compianto giornalista Danilo Tamagnini, è scritto nel ricondursi al fatto, fra l’altro, “(…) Che il chiaretto vanti amici altolocati l’abbiamo rilevato; un nuovo personaggio possiamo aggiungere a questa galleria di consumatori appassionati quanto di buon gusto: Winston Churchill. Quando venne sul Garda per riposarsi e per dipingere (si disse) e per ritrovare certo carteggio che aveva inviato a Mussolini (si pensò), riscoprì una mistura cara, prima che eventi storici impedissero loro di farne uso, ai suoi compatrioti: il whisky allungato proprio con chiaretto. Importandolo i Britanni attraverso la Manica, pare che abbiano perso il gusto di quel cocktail anglo latino sotto Napoleone. Lo statista lo assaggiò in versione italianizzata, e se ne proclamò entusiasta, tanto che, nel viaggio di ritorno a Londra, si fece accompagnare da una cassetta di chiaretto Avanzi. (…)”.

Curiosità, questa, insieme a molte altre, documentate nel volume che questa apprezzata firma del “Giornale di Brescia” di un tempo, ha assicurato, attraverso una personale analisi divulgativa, nella risultanza editoriale di un’opera monografica, definita nella perdurante fissità di un argomento sempre più assurto a pregiato tema di nicchia, blandito ed asseverato dalla carta stampata.

Ambito presagito dall’autore, nella medesima importanza posta nella netta corrispondenza della quale se ne accredita attualmente un indiscutibile effetto, da lui colto negli anni della sua feconda attività giornalistica, interpretati anche nella pubblicazione di libri da parte della sua professionalità, pure, a detta di testimoni, capace di dettare in redazione, direttamente al telefono, i propri articoli, senza la preventiva mediazione di un elaborato scritto che rappresentasse ripensamenti espositivi, del tutto, invece, marginalizzati, a favore di una funzionale capacità di rielaborazione, esplicitata senza esitazione.

Nell’impronta letteraria, data dall’efficace carisma di questo autore, parecchi scenari vitivinicoli si aprono in quella pure composita caratterizzazione del loro settore che relega, a Brescia ed alla sua provincia, la ricchezza del diversificato ambito enologico di un’eccellente produzione.

Questo volume, venuto alla luce per le allora “edizioni del Moretto”, assurge, quindi, ad importante traccia documentaristica che ritrae, nella disincantata visione di un attento cronista, la caratteristica fetta di un’economia, in tale genere, contraddistinta dai differenti vini prodotti nel bresciano, al di fuori di una tecnica unità di misura semplicemente utilitaristica, sempre più efficientemente intervenuta nel tempo a codificarne gli aspetti, oggettivandone le rispettive definizioni in bottiglia, blindate da marchiature di un rivendicato merito e di una riconosciuta sostanza, attraverso la rincorsa di sempre più esclusive e selezionate denominazioni.

I vini bresciani di Tamagnini appaiono, per lo più, vicini al desco quotidiano ed al vissuto popolare delle generazioni intercorse nel tempo che offrono un senso di appropriatezza al concettualizzare il territorio bresciano stesso entro un’anima di tipicità, rappresentando l’intima manifestazione, comunque parametrata in un esteso ambito locale, che risulta fattibile di condivisioni in seno a quella robusta tradizione nella quale le consuetudini enologiche incardinano metafore di autenticità, rasentando l’essenza di una prossimità anche famigliare ad un prodotto inteso a collante di mescite in compagnia o di utile bene corroborante al sostentamento invocato dal benessere personale di una propria salutare dimensione.

Non a caso, una fra le indovinate citazioni qui utilizzate da Danilo Tamagni è quella di un’altra penna dell’epoca sua, Mario Soldati, nel libro di questo scrittore dal titolo “Vino al vino”: “(…) Quando è che gli italiani (…) hanno cominciato a tagliare i legami con la campagna? Da quel momento, con velocità fulminea, e catastrofica, hanno dimenticato tutto ciò che, sul vino, conoscevano perfettamente. Oggi, non sanno più riconoscere quando è buono e quando non lo è. Trangugiamo con paurosa disinvoltura e talvolta con tragico entusiasmo il contenuto di bottiglie che i nostri nonni non avrebbero esitato un istante a vuotare nel lavandino. (…)”.

Ciò che, in ogni caso, sdogana, il passaggio di ricalibrate sensibilità verso il tema, è pure l’approccio di una ancor più evoluta e consapevole ricerca qualitativa da poter focalizzare nel “Pantheon” dei vini ritenuti migliori, ormai etichette difese dal doppio filo spinato di peculiari attestazioni, che, nel libro, “Il vino racconta – storie di bianchi e di rossi bresciani” hanno titoli di perduranti esemplari ispirati a tanniche rivelazioni, acquisite dalle vendemmie annunciate nella cura di impianti mediati dall’ambiente, quale volto del territorio in cui gli stessi prodotti si ergono ad annate di feconde diversificazioni, come nella mappatura di zone rispettivamente riferite, fra altre ancora, al Tocai di San Martino della Battaglia, al Pusterla, prodotto a Brescia, sotto il colle Cidneo, al Groppello di Padenghe, al Botticino ed al Cellatica, pari nome, come pure alla implicita geolocalizzazione di quelli del Capriano del Colle, potendo pure andare a considerare la galassia enologica della Franciacorta, fra “Pinot”, “rosso”, e “Pinot Spumante”.

Sul Garda, l’entroterra lacustre pare profilarsi anche con il “rosso e chiaretto”, certamente, avendo in primo piano il “Lugana” pur come specificità di spumante, a proposito del quale, dando, fra queste pagine tascabili, voce alla “Casa Vinicola Visconti”, si precisa, fra l’altro, che “(…) Il Lugana, per quanto la plaga di produzione sia ristretta, ha varcato i confini italiani e poiché i soli Visconti lo presentano in tre varianti (a seconda, appunto dei poderi) e il più richiesto è anche il più caro, ciò significa che il gusto – traguardo di chi il vino lo fa non solo per guadagnarci – si va affinando. Come il cugino Tocai che ha il patronimico della frazione (di Desenzano) in cui viene prodotto, il Lugana designa una località di interesse storico che, rispetto a San Martino, è più antica e fascinosa. Il territorio – come anche rileva Antonio Melluso (L’importanza della selva Sirmione, 1978) – era anticamente una grande boscaglia, densa di querce, di abeti, di faggi, di pini, di frassini, di pioppi e di altre piante di alto fusto: era la “silva Lucana” e avrebbe fatto da cornice all’incontro di papa Leone con Attila. (…)”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.