Un ritratto di Cristo, su velo semitrasparente, che non sembra riconducibile ad alcuna tecnica di pittura su tessuto”: si tratta della reliquia cristiana denominata “Il Volto Santo, custodita a Manoppello (Pescara) fin dall’inizio del Sedicesimo secolo dove, tuttora, è venerata nella locale sede dei frati cappuccini nella quale un antico santuario ne promuove la devozione, già per il tramite della propria storica dedicazione, interpretata nella scelta di una evocativa denominazione.

Come ancora documenta il libro, per le “Edizioni di pagina, dal titolo “Il Volto Ritrovato – I tratti inconfondibili di Cristo”, tale ispirato velo devozionale si pone nell’ambito di quella asseverata tradizione cristiana nella quale, fra l’altro, si può affermare che “La memoria di un’immagine acheropita, “non fatta da mani d’uomo”, è evocata da due racconti significativi: in Oriente, quello del Mandylion, un panno sul quale Gesù avrebbe impresso la sua immagine rispondendo al desiderio di Agar re di Edessa; in Occidente, quello del velo con cui Veronica avrebbe asciugato il volto di Gesù sulla via del Calvario. Fonti letterarie e storiche ricordano un altro ritratto su stoffa, più antico di questi, che riceve il nome dalla città di Cappadocia in cui apparve: Kamoulianai, Camulia. L’immagine portata a Costantinopoli nel 574, seguirà l’imperatore Giustiniano come labaro imperiale nelle campagne d’Africa e di Persia”.

Mostra Cattedrale di Como
Mostra Cattedrale di Como

A queste tre emblematiche rappresentazioni figurative, si aggiunge quella accennata del “volto di Manoppello” che, nella località abruzzese dove è conservata, aveva, anni fa, ricevuto pure la visita di papa Benedetto XVI, ispirando, in seguito, anche la messa in stampa della pubblicazione menzionata della quale una mostra omonima di quarantasette pannelli esplicativi, allestita all’interno della Cattedrale di Como, per la cura di Raffaella Zardoni, secondo l’organizzazione del “Centro Culturale Paolo VI” ed in sinergia con l’Ufficio Arte Sacra della diocesi di Como, diretto da Andrea Straffi, ne ha promosso la diffusione iconografica, nell’ambito di un percorso storico divulgativo che è stato approntato, anche grazie ad alcuni sostenitori, nel periodo a ridosso della Pasqua del 2016, intercorrente dalla Quinta domenica di Quaresima, in marzo, a quella “in Albis”, prima del mese d’aprile.

Scopo di questo nostro studio è stato quello di conoscere la storia dei ritratti di Cristo e comprendere cosa significhi per noi il dono della sua immagine che Lui stesso ha lasciato alla Chiesa”: si legge, fra le circa centoventi pagine illustrate della medesima pubblicazione, realizzata a cura di Emanuele e Michele Colombo, Paola Francesca Moretti, Giovanna Parravicini, Silvana Tassetto, Maria Cristina Terzaghi e Raffaella Zardoni, con l’introduzione di padre Paolo Martinelli dell’Ordine dei Frati Minori e con i testi pure di Davide Rondoni e di Arianna Petraccia, mentre un apposito capitolo raccoglie alcune considerazioni sul tema trattato, stilate, in tempi diversi, da Donato da Bomba, Karol Wojtyla, Luigi Giussani, Angelo Scola, Bruno Forte e Benedetto XVI.

Una storia avvincente, quella sviluppata nell’itinerario dell’esposizione didascalica proposta nelle navate laterali della basilica romanica di Sant’Abbondio a Como che è la cattedrale cittadina ed ulteriormente approfondita in questo volume corrispondente ad un funzionale catalogo ad essa attinente, proporzionandosi alla sequela della ricerca della visione del volto del Messia, come testimoniato anche nelle pagine evangeliche rispettivamente contraddistinte dalla curiosità di Zaccheo, salito sul sicomoro (Lc 19, 1-10), e, fra gli altri, di quei greci (Gv. 12,21) che avevano avvicinato l’apostolo Filippo, per farsi presentare, in una dinamica umana sempre attuale.

Interessanti aspetti condivisi dalle reliquie sopra menzionate, relative alle fattezze facciali di Gesù, sono, oltre all’utilizzo della stoffa, come supporto materiale dell’immagine, ed alla ricorrente rappresentazione del solo volto su ciascuna di esse, è anche “un effetto “dissolvenza” che sfuma l’apparizione e la scomparsa di ogni ritratto, rendendone complessa e controversa la ricostruzione storica, a fronte di un periodo di grande fama che ne certifica l’esistenza”.

Di questi veli, a suo tempo attestati da rispettive fonti e testimonianze storiche, pare che si sia conservato solo quello custodito a Manoppello di cui il gesuita, teologo e critico dell’arte tedesco, Heinrich Pfeiffer, ne ha, fra l’altro, descritto un possibile ritratto di sintesi, rispetto a quanto, ad un’attenta osservazione, sembra che la figura, presente sul tessuto, abbia lasciato nei profili di ciò che vi è di Gesù stesso rivelato: “Aveva i capelli biondi, non troppo folti, ma un po’ ricci all’estremità; le sopracciglia nere, ma non del tutto arcuate; gli occhi bruni pieni di vivacità; il naso lungo, i peli della barba rossicci e corti. La tinta della pelle era del colore del frumento. Il volto non era né tondo né ovale e rassomigliava molto a quello di sua Madre”.

Un ritratto, per alcuni aspetti accostabile a quello espresso dal telo della “Sacra Sindone”, che ha un proprio perdurante percorso nelle circostanze che ne hanno accompagnato la peregrinazione e la meta della sua odierna conservazione, come la mistica Maria Valtorta scriveva nel 1945 nel merito di questo calzante accostamento circa “il Volto del Sudario e quello della Sindone. L’uno è il Volto d’un vivo, l’altro quello d’un morto. Ma lunghezza, larghezza, caratteri somatici, forma, caratteristiche, sono uguali. Vedrete che corrispondono”.

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Il velo della Veronica

Si tratta, relativamente al citato “Volto del Sudario”, del “velo della Veronica” che, in una diffusa concezione popolare, è attribuito all’episodio della passione, ricordato nella sesta stazione della pratica orante e contemplativa della “Via Crucis”, quando tale donna aveva asciugato il volto sofferente di Gesù, diretto sul Calvario, ma come, ammette il libro stesso “per motivi ancora non del tutto chiari, alla Veronica viene connessa la storia dell’emoroissa Berenice, raccontata negli apocrifi del Ciclo di Pilato”, analogamente alla tradizione del re Abgar dell’antica Edessa, oggi la città turca di Urfa, che era stato esaudito dal messia circa il dono di un suo ritratto, per il quale il monarca aveva a lui inviato, con una lettera di supplica per essere guarito dalla lebbra e dalla gotta, il proprio fidato emissario Anania, il quale recatosi a “Gerusalemme, consegna la lettera e prova ad eseguire il ritratto richiestogli, ma non vi riesce perchè “il viso del Cristo emana uno splendore troppo intenso per essere dipinto”. Gesù, comprendendo la difficoltà di Anania, chiede dell’acqua per lavarsi ed un asciugamano. E imprime l’immagine del suo volto sull’asciugamano che consegna ad Anania, insieme ad una lettera di risposta a re Abgar in cui Gesù gli promette l’invio del suo discepolo Taddeo. Abgar accoglie con grandi onori e profonda venerazione la lettera e il ritratto che lo guarisce dai suoi mali, ad eccezione di qualche punto di lebbra sul volto”.

Il “velo della Veronica”, inizialmente attribuito, come già sopra accennato, alla donna miracolata da Cristo, l’emoroissa dall’identità taciuta nel Vangelo, ma convenzionalmente individuata come “Berenice” dalla quale il nome poi di “Veronica” coincidente a quello della pietosa soccorritrice del Cristo avviato all’estremo sacrificio, è stato particolarmente venerato a Roma, anche nel corso dei pellegrinaggi e delle prime indulgenze presso la sede della “Cattedra di San Pietro”, nell’ambito di tale specifica “acheropita”, ossia di questa preziosa immagine non fatta attraverso alcun intervento umano, nel suggestivo insieme di una sorta di evoluzione iconografica che pare abbia pure permesso di fare sempre più considerare, lungo l’andare del tempo, il “gesto della Veronica nel contesto della Passione”, dal momento che “La forma definitiva dell’incontro della Veronica sulla via del Calvario sarà raggiunta attorno al 1300 da Roger d’Argentuil. Secondo il nuovo sentire ispirato da san Francesco, il dono del Cristo non né più la risposta del Figlio di Dio al desiderio di vederlo della Veronica (o di re Abgar), ma è la ricompensa del Redentore al gesto compassionevole di una donna che lo ha amato fino a mettere a repentaglio la propria vita”.

Il libro “Il Volto Ritrovato – I tratti inconfondibili di Cristo” dedica anche una caratteristica appendice al “progetto Veronica route visualizzato in Google Earth” mediante il quale è mappata una capillare distribuzione geografica di quelle tracce che riportano alla manifestazione, secondo varia natura, di tale peculiari segni di devozione cristiana, come quello, specificato nel medesimo volume, di cui è, fra l’altro, spiegato che “secondo le nostre conoscenze attuali la più antica rappresentazione di santa Veronica col velo risale al 1280. E’ un affresco nella chiesa omonima a Hoè Superiore, in provincia di Lecco”.