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Stranezze della natura quelle presentate nell’edizione messa in stampa dal quotidiano “Il Popolo di Brescia” il giorno della vigilia di Natale del 1930.

Un certo non meglio identificato “A.A.” si prodigava a dettagliare la curiosa manifestazione naturale del vulcanetto di Querzola vicino a Scandiano nel territorio di Reggio Emilia. L’articolo di spalla, a sostegno impattante l’intera pagina di una cronaca geograficamente esorbitante in una plurima varietà di ogni altrove evocato, si riferiva a quanto accaduto in quella località emiliana alcune settimane prima, ad approfondimento ed a commento di un particolare lembo di improvviso e di autunnale sommovimento: “…il tempo stesso, o clima, era normalissimo il 24 ottobre, quando nel meriggio, un intenso boato, paragonabile al rombo di un grosso calibro venne a rompere la tranquillità. Al rombo seguì immediato uno scuotimento del terreno. Prima ancora che si avesse l’esatta percezione di quello che stava accadendo si vide spingersi verso il cielo, dal campo ove si trova la “bomba” una altissima colonna, si parla di venti metri, fumosa, sibilante, la quale spargeva ben presto il caratteristico odore degli idrocarburi”.

La testimonianza descritta si prestava ad essere esempio di un certo genere di vulcano di fango che, come esprimeva il cronista nel termine da lui usato, è soggetto ad essere comunemente chiamato “salsa”, oppure popolarmente dal volgo di allora individuato come “bomba”, per la probabile allusione al massimo di quell’acustica estrinsecazione, attraverso la quale il ventre oscuro di un addormentato abituro, si ridestava nell’incontenibile deflagrazione naturale di una fangosa escrescenza abituale al proprio corso fenomenale.

A differenza di rosse incandescenze, riversate nella desolazione di luoghi deprivati da ormai fuggite esistenze, mossesi a scanso delle eruttive colate lanciate in bollenti escandescenze, questi vulcanetti di fango hanno invece in natura indossato i panni del freddo umido e del gassoso manto aerobico, per interpretare il greve volto crucciato della poltiglia secreta da sotto l’epidermide della terra, nella grigia fattispecie di una massa mobile limacciosa ed inconsueta.

Un modo attraverso il quale il magmatico basamento del nucleo terrestre dimostra la vibrante pulsione di forze occulte che, nel dialogo ancestrale con la somma delle energie materiche degli inferi superiori, agiscono tra le faglie geologiche, attraverso le quali, fango, acqua salata, un misto di gas di varia natura con idrocarburi, sono la poltiglia irrefrenabile, quale densa massa in scorrimento, di una risalita che si verifica ad una bassa temperatura, solitamente simile, una volta raggiunto lo spazio esterno affacciato al cielo, alla temperatura dello stesso ambiente circostante.

In un efficace abbraccio d’antiche memorie lo studioso, medico, scienziato, naturalista e biologo Antonio Vallisneri (1661–1730), ha lasciato, a proposito di tali manifestazioni terrestri, scaturite tra i singolari rigetti campestri, alcune proprie considerazioni, espresse nella presa diretta di personali constatazioni, che sono pure custodite nella pubblicazione dall’eloquente titolo “Quaderni di osservazioni”, al primo volume, per l’edizione di “Leo S. Olschki” di Firenze, realizzata nel 2004 per la cura di Concetta Pennuto: “Fui a vedere la salsa di Querzola. Questa in due lochi bolliva, come pentola al foco, e di quando in quando gettava all’aria spruzzi di fango. Nel bollire esce sempre terra di color cinerizio, che cola giù per lo monte, ed arriva sino a un rivo in fondo di quello. Gettativi sassi, ovve erano que’ bollori, sprofondavano in abisso. Poco lungi dal sito de’ bollori vi sono due sorgenti d’acqua limpida, e cristallina, e mutando loco quelli, ancor l’acqua muta loco. Narrano i paesani, che quando s’infuria (e si sente da Scandiano chiaramente il boato, o rimbombo) getta all’alto, come torri, la terra co’ sassi, e di notte tempo si vedono framezzo sprizzi di faville, e di luce. Anticamente era piccolissima, e appena cognita, ora è grandissima, ed occupa di spazio un buon tratto del monte. Alle volte ha spruzzata terra, e sassi sin sopra una casa lungi un tiro di pistola, ed una volta fra l’altre furono necessitati a fuggire, tremando, e muggendo il suolo, di modo, che la casa in varii lochi sdrucì. Lungi un mezzo miglio ve n’è un’altra più piccola, ma più non bolle. Quella terra, che vomita fuori è bonissima per esiccare i tumori particolarmente delle gambe. Ne’ tempi umidi, e quando il tempo vuol far mutazione di buono in cattivo, bolle, e romoreggia più del solito, e a noi da Scandiano rassembra il tuono, quando è più cupo, e lontano, e facilmente inganna. Dicono esservene un’altra verso i nostri Appenini, ma più grande, siccome asseriscono essere più grande anche quella di Montezibio di Sassolo”.

“Salsa” di Nirano

“Salsa”, si direbbe nella terminologia scientifica adottata per l’indicazione di un fenomeno geologico di vulcanismo secondario. Termine sintomatico in voga anche quando non si ricorre ad altre parole ispirate a varie espressioni ad esso connaturate, per indicare una specificità d’insieme che, nelle proprie spaziature, rivendica superfici a largo spettro di occupazione, facendosi inesorabile configurazione di conici promontori svettanti su profili frastagliati. Un panorama da limacciose sabbie mobili turrite che si ergono in piramidali figure solide plasmatesi soprattutto nei casi nei quali il fango poco fluisce in diluizione e peggio scorre in azione, invece che spandersi attorno, nell’eruttiva manifestazione, durante il proprio misterioso rigurgito interiore, ripetuto a periodica e consueta deiezione.

…a Querzola invece, forse perché si tratta si salsa più giudiziosa dopo la prima sgroppata o scossone, dopo quel vomito impetuso – per usare una frase non mia – è tornata la calma. Non così si verificò, anche qui, in altre occasioni, perché periodicamente la salsa va in furia ed in talune epoche le eruzioni si verificarono incessanti per intere giornate”: scriveva il cronista sul citato articolo proposto su quello che era allora il solo quotidiano bresciano disponibile in edicola mercoledì 24 dicembre 1930.

Una somma di informazioni, legate ad un fenomeno antico, ma colto in quel particolare periodo, che si legavano ai passi dello stesso autore percorsi nella terra appenninica emiliana, interessata alla descritta situazione, effettuando personalmente “il cammino più aspro che è quello che si diparte da Scandiano e tocca Viano, nel qual punto termina la via pianeggiante e s’inizia un sentiero che serpeggia fra brulli e disadorni colli coperti di cineree argille scagliose, ove non alligna vegetazione di sorta, e dove si possono osservare i tangibili effetti di lontane eruzioni. Tutte codeste collinette, nate quasi d’incanto su strette valli: tutte gibbose, coniche, alcune quasi fossero mastodontici pani di zucchero, sono frutto di furiosi cataclismi di natura vulcanica, non quali li intendiamo normalmente, cioè non plutonici, bensì determinati da misteriose forze operanti per entro sedimenti di conformazione argillosa”.

Forze delle quali la contestuale cornice umana, distribuita negli insediamenti abitativi della zona ove le stesse si manifestavano, dimostrava di interagire in un certo rapporto di convivente ambientazione, anche in ordine alla vaga statistica di un’irrefrenabile e vivace rappresentazione, fatta a volte di presunti e di virulenti avvenimenti ivi coincidenti: “…la fantasia popolare è venuta ad arricchire il bagaglio di per sé favoloso che si lega a codesti fenomeni della natura. Non possono tacere la tradizione del bue inghiottito dalla salsa. Anzi in proposito trascriverò le parole del Vollisneri: Mi narrano i paesani che, alle volte, e pecore e porci e buoi stessi, incautamente nelle salse caduti, piombarono al fondo, né più si videro se non dopo alcuni giorni cacciati in alto spolpati e fradici”.

Un processo di restituzione simile a quello dei giorni che, dopo essere stati inghiottiti dal tempo vorace, si estrinsecano nell’ossatura della cronaca di alcuni elementi relativi ai particolari di giornate sopravviventi, come quella contraddistinta dal cratere eruttante, ubicato fra gli epici castelli matildei di Reggio Emilia, a proposito del quale lo scritto de “Il Popolo di Brescia” concludeva invitando a “studiare attentamente i fenomeni di casa nostra, cercando di impedire che stranieri se ne facciano padroni o per un motivo o per un altro”.

Un auspicio dichiarato perché si era, tra l’altro rilevato, nell’esplorato argomento che, nella località esaminata, sembrava avesse proprietà del sito interessato alla salsa, un cittadino inglese, mentre, ancora in curiosa presenza straniera, in quella di simile caratteristica geologica di Nirano (Modena) ci fosse invece uno svizzero “che trattava l’acquisto di vagoni e vagoni di fango eruttato”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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