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Brescia – Il libro muove da un altrove reminiscente lontano, essendo che l’autore è un giovane moldavo da vari anni trapiantato nel bresciano e dal momento che il titolo “Immobile & Immortale” sembra sfiorare l’assonanza con il motto “Immotus nec iners” (fermo ma non inerte) dello stemma araldico del “Principe di Montenevoso”, alias Gabriele D’Annunzio, che, fra gli altri, è uno fra i più noti esponenti della letteratura preferiti da Alexader Galbur, il cui nome sottoscrive le numerose liriche raccolte nella pubblicazione, promossa da “Editrice Zona” di Arezzo, per la collana “ZONAcontemporanea”.

Poco più di duecento poesie, espresse in versi liberi, si riconducono ad una spontanea ispirazione interiore che induce anche all’interessante confronto con l’esperienza personale di un contemperato affinamento interculturale, attraverso il quale il giovane autore offre, fra le sue liriche in questione, la concomitante allusione a quanto è stato da lui vissuto nell’effettivo contesto che è sostanziale al passaggio compiuto fra la madrepatria ed il Paese di perdurante adozione e sede, pure, della sua formazione universitaria e professionale.

Modulando le note esploranti il mondo delle emozioni compenetrate con la realtà, osservata attraverso il filtro argomentativo di alcuni spunti colti da certe manifestazioni che dalla stessa assurgono ad esplicite interazioni, la giovinezza, neanche trentenne, di Alexander Galbur si esplica nel corso letterario di un paradigma assorto in quella poetica primavera di bellezza che l’età medesima compone direttamente in una disinvolta espressione di molteplice quintessenza.

Di lui ha scritto Lilia Bicec, pure moldava ed autrice del libro autobiografico, edito dalla casa editrice Einaudi, dal titolo “Cari figli vi scrivo”, sulla pagina “Nuovi Bresciani” del “Giornale di Brescia” di giovedì 7 novembre dell’anno di stampa delle poesie stesse che al 2013 ha pure coniugato il riuscito riscontro di una partecipata serata di presentazione del volume posto alla ribalta della pubblica attenzione, tra gli spazi del “Piccolo Cinema Paradiso” di Brescia, a distanza di pochi giorni dalla pubblicazione dell’articolo accennato, con cui il quotidiano locale ne ha dato l’informazione: “Alexander tiene tanto al titolo del suo libro “Immobile e Immortale”. Perché “Immobile” è la poesia. Egli pensa che in un giorno sarà anche “Immortale”, perché desidera tanto lasciare un’impronta, come hanno fatto tanti altri poeti e scrittori. Qualcosa di scritto che rispecchi la vita in tutti i suoi aspetti”.

In collaborazione con l’Associazione culturale “Arte Sogni”, il libro dedicato agli ispirati endecasillabi, rapportati alla libera costruzione del registro espressivo in cui trovano la propria incalzante soluzione, è stato presentato da Myriam Fattori che ha intervistato l’autore, mentre alcune sue poesie sono state lette, con voce recitante, da Doris Fattori e da Alessandro Zanetti, in un contesto dove pure la melodia del flauto ha contribuito a valorizzare l’appuntamento culturale, secondo il vibrante sonoro dell’interpretazione strumentale che, dal vivo, Mirela Kostandini ha reso possibile di poter ascoltare.

A Brescia dall’età di diciassette anni, Alexander Galbur ha, fra l’altro, dedicato al capoluogo bresciano un componimento che esplica una non scontata conoscenza di alcuni caratteristici particolari, tramandati dalla storia remota della città, ereditata in una non sempre riscontrabile cognizione dagli esponenti oriundi che ad essa si confanno, in relazione alla loro genealogica discendenza. In “Elogio a Brixia”, nome latino dell’antico agglomerato urbano cittadino, l’autore dimostra di avere assimilato quelle nozioni storiche che sono materia per una formulazione poetica con la quale sono assemblate in versificazioni allegoriche: “A Voi, Elitovio! Capo di Galli Cenomani/ La nostra gratitudine piega le proprie ginocchia./ Ove ora sto, Voi un dì alzaste il brando/ Contro tribù rivali, affamate di Terre feconde;/ Tuttavia, la Vostra astuzia, lo schieramento alla Repubblica Romana,/ Portarono Vittoria nelle guerre Puniche!/ E sì attiraste: centurioni, coloni, mercanti e nobili, tutti sciacalli/ ad insediarsi fra le colline cidneane./ Con ciò nell’epoca romana, l’imperatore, Augusto Ottaviano/ Dichiarò: Brixia colonia Romana! Attribuendola alla Tribù Fabiana,/ Ivi il distinto Flavio Vespasiano costruì il Tempio romano,/ Adornato e contemplato da vita modana/ Mercati, feste, passeggiate rituali tra le colonne corinzie./ Ahimè dal cader del trono imperiale/ Barbe lunghe circondarono la città inerme,/ Ove Re Alboino insediò la sua dimora barbariana (….)”.

Le poesie dell’autore, moldavo di nascita e da vari anni bresciano di adozione, sono state scritte direttamente in italiano, rappresentando il risultato dell’effettivo anelito ispiratore da lui sperimentato alla base dell’intimo desiderio di “portare avanti quest’arte di scrittura” che, dalla normalità degli eventi, rilascia quell’inquietudine interiore in grado di aprire la dimensione comunicativa di una indotta liberazione, nel messaggio che vi si esplica nel taglio corrispondente all’autenticità della versificazione che vi si manifesta aderente, astraendosi in una potenziale condivisione di soggettiva interpretazione confacente.

Il centinaio di pagine delle liriche che sembrano inseguirsi attraverso una trasognata carrellata di visioni oniriche, hanno come implicita origine il senso strisciante di una sorta di viaggio esistenziale che, nell’esperienza stessa dell’autore, risulta amplificato, per il tramite del mutamento di luogo che nel corso della sua vita si è appalesato e che si è naturalmente rinnovato attraverso lo sviluppo delle esperienze settoriali con le quali si è condensato.

Un viaggio che, nella formale e comprensibile pratica di un neoinserimento nella progressiva geografia esperienziale del trasferimento effettuato, passando per le istituzioni attraverso le quali si risolveva il ruolo burocratico del suo essere immigrato, sembra emergere in una personale visione circostanziale alla realtà gravitante attorno a questa plurale contingenza sociale, grazie alle strofe dal titolo “In Questura”: “Ogni volta che arrivo qui/ Piove o nevica non so perché/ Mi siedo, attendo/ Non puzzo ma puzzo/ Non sono nemmeno cosa sono/ Qualcosa simile al nulla./ Guardo gli occhi intorno,/ Tutti grigi, tutti fuori,/ Fuori la pioggia ci spinge dentro,/ Dentro ci trattan come un branco/ Il povero emigrato color cioccolato/ Non sa rispondere, non sa parlare/ Non sa capire – è un peccato./ Il cuore batte forte,/ Sembro un delinquente…./ Chiedo la libertà per un reato-/ Che non ho commesso”.

Altri temi trattati dalle poesie del libro “Immobile & Immortale esplorano il dibattersi delle relazioni, nello svelamento che da esse sembrano trarre le suggestioni riecheggianti nel fascino di costruzioni introspettive, espresse sul piano sfuocato di abbozzate visioni, come in “Una membrana solida”: “Il ghiaccio dentro di te tace/ Non si muove, giace./ Il ghiaccio su di te,/ E’una membrana solida di gelo/ Che mi respinge quando mi avvicino”, mentre, con il libero fluire delle strofe costituenti “Una goccia”, paiono tratteggiarsi quei profili che alle parole dell’autore affidano i riferimenti evocativi del senso della libertà, manifestato nel generale contesto letterario in cui le poesie procedono nei loro ideali fondativi: “Una goccia”: “Tocco le nuvole con le dita/ Come una cometa che tra poco sparirà./ Tocco l’acqua di un fiume neanche una goccia in mano./ Nulla mi appartiene – questa è libertà”.

Nella condensa metaforica di una disinibita profusione di accenni trasversali al vivere, la vena creativa dell’autore pare comunicare attraverso quell’istintiva impressione che è emergente dal piano di ricaduta diluito nella lettura delle sue poesie, attraverso gli abbinamenti delle immagini e delle concettualizzazioni che vi sono riflesse dove, fra le altre, sembra esemplarmente insinuare il moto di un dischiudersi, dinnanzi all’insondabile trascendenza dell’ignoto interiore, la struggente versificazione dal titolo “Il verso dell’amore”: “E’ tremendo il verso dell’amore/ Turbolento e tempestoso/ Una lacrima che brucia sul rogo”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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