Brescia – Il titolo del libro “Imperi senza dinastie – La straordinaria avventura imprenditoriale di Luigi Lucchini e dell’industria bresciana dell’acciaio”, evoca la sobria provocazione di quella dicotomia che si manifesta privata del suo stesso accostamento di relazione, ravvisato nella sinergica attribuzione che è intercorrente fra un consolidato patrimonio di spessore ed il legame generazionale delle persone che sono protagoniste di tale conclamato contesto di valore.

Come se non bastasse, la citazione, riportata in quarta di copertina dal medesimo volume, sviluppa ulteriormente questa riflessione, evidenziando quanto Niccolò Machiavelli abbia precisato nel presumibile contesto di un’analoga interpretazione, d’empirica e di generalizzata attribuzione: “Gli regni i quali dipendono solo dalla virtù d’uno uomo, sono poco durabili, perché quella virtù manca con la vita di quello e rare volte accade che la sia rinfrescata con la successione”.

La “Compagnia della Stampa”, per il tramite di Ugo Calzoni, già stretto collaboratore dell’industriale bresciano Luigi Lucchini (1919–2013), ed il giornalista Franco Locatelli, offre l’interessante prodotto editoriale per una qualificata e diretta ricognizione della siderurgia bresciana che, dall’ultimo Dopoguerra, ha contraddistinto positivamente l’economia italiana, soprattutto grazie a personalità imprenditoriali come Luigi Lucchini che è stato, fra l’altro, presidente di Confindustria dal 1984 al 1988.

A questo noto esponente del mondo industriale i ventiquattro capitoli della pubblicazione recano, in circa duecentoquaranta pagine, l’autentico contributo personale di una memoria pervasa dai riscontri scaturenti da un’esperienza vissuta accanto alla sua lunga vicenda di autorevole e di affermato imprenditore.

ugo calzoniNell’insieme trattato che si lega al titolo accennato, il manager camuno Ugo Calzoni scorge materia per quella considerazione che, fra altre riflessioni, espresse nella forma di un’intervista articolata nelle molteplici informazioni che vi si trovano tematicamente immesse, tratteggia un’analisi critica secondo la propria constatazione personale che “nella nostra realtà bresciana abbiamo molte aziende eccellenti, guidate da imprenditori ambiziosi, pronti ad impegnarsi per allargare sempre di più la loro base produttiva e ad aumentare gli interessi. Ma sono poche quelle consolidate di seconda generazione; ancor meno quelle che vanno oltre la terza. E’ quindi assai difficile parlare di vere e proprie dinastie. Tuttavia potrei azzardare una scelta: i Gnutti di Chiari, per capirci a quale famiglia ci riferiamo, Vittorio Moretti ed i Beretta”.

Un aspetto che, sul piano generale, è pure, in certi casi, contestuale all’affermazione, sottoscritta dal medesimo imprenditore che è stato pure direttore dell’ICE (Agenzia per la promozione all’estero e internazionalizzazione delle imprese italiane) e dirigente al vertice di Confindustria Lombardia, di quanto “negli ultimi decenni tutto è cambiato. Nelle imprese è entrata la finanza. Le generazioni successive di queste famiglie hanno dato un altro indirizzo”.

Una puntualizzazione, corrisposta ad una possibile lettura di un certo panorama economico incombente, riscontrabile a margine delle attività imprenditoriali e produttive delle quali il conclamato personaggio principale del libro assurge a diverso raffronto per un emblematico riferimento, per quanto attiene la sua opera riconosciuta nella maestria e nella deontologia pragmatica di una forte laboriosità, profusa nel settore in cui la sua fama carismatica si è storicamente mantenuta.

Gli anni nei quali si innesta l’attività di Luigi Lucchini hanno le loro controverse premesse nel periodo appena susseguente il termine del Secondo conflitto mondiale, quando, ad esempio, il “Giornale di Brescia” di sabato 22 gennaio 1949, pubblicava, a firma di “P.A. Pellecchia”, un articolo dal titolo allusivo di “La perigliosa via dell’acciaio può condurre molto lontano”, in cui, fra l’altro, si specificava che fosse tecnicamente possibile “una radicale revisione dell’attuale struttura dell’industria siderurgica destinata ad ottenere i due seguenti obbiettivi: concentrazione della produzione di acciaio grezzo di ghisa e di laminati in tre grandi centri a tipo integrale, e cioè Cornigliano, Bagnoli e Piombino, così da distribuire equamente, anche a seconda della geografia, i grandi complessi industriali; razionalizzazione dell’attrezzatura ad un elevato grado di utilizzazione degli impianti. Per fare ciò occorre, ad esempio, eliminare i doppioni di cui si è detto. Esistono infatti in Italia 91 forni Martin e 150 forni elettrici: e chi si intende di queste cose sa che sono troppi e lavorano troppo poco”.

Questa triplice ripartizione delle località accennate, individuate in capo alla produzione siderurgica nella quale le stesse hanno instaurato rispettivamente le basi delle loro stesse prospettive diversificate, sarà, nel tempo a venire, interessata, a vari livelli, dall’influenza imprenditoriale della “Lucchini Spa” che, dalla terra bresciana, conquisterà notevole peso economico di ingente proporzione, principiando dalla produzione del tondino, secondo quella fattispecie di lavorazione che, a proposito dell’acciaio, rappresenta l’irraggiamento di un diffuso prodotto a cui questo metallo si connatura come indispensabile fattore.

Luigi LucchiniDi questa lega, il libro ne coglie l’indotto umano professionalizzante, raccolto dalla corrispondente filiera della metallurgia e della meccanica performante, in relazione alla quale Ugo Calzoni specifica quanto questo comparto a Brescia sia stato come un volano polarizzante del contesto in cui “Sono gli uomini del ferro quelli che assurgono a simbolo della mutazione genetica dell’imprenditoria bresciana. Anche se, in altri settori, nuovi imprenditori vanno assumendo posizioni di primo piano, come Francesco Lonati nel meccano-tessile o l’Idra di Adamo Pasotti, sono quelli del tondino ad irrompere prepotentemente sulla scena locale, diventando sempre di più e per lungo tempo il prototipo bresciano nel mondo. Alla Mille Miglia e alle armi da caccia si aggiunge il tondino. Quelli del ferro sono sospinti dalla forza di una ininterrotta crescita delle loro aziende; da un’accumulazione di ricchezza sorprendente; dall’accellerata innovazione che hanno saputo immettere nel processo produttivo del forno elettrico e della colata continua. Sono queste innovazioni che assicureranno ai bresciani primati produttivi assoluti e una competitività che, nel corso degli anni Ottanta, metterà definitivamente alle corde le secolari e blasonate famiglie della siderurgia italiana ed europea”.

Dietro la densità di pagine, cadenzate nel ritmo narrante di un’avvincente e di una consequenziale lettura di partecipata rilevazione, scorrono avvenimenti e personaggi intersecanti quelle vicende che, nell’attività di Luigi Lucchini, hanno una propria differente contestualizzazione, dettagliatamente tracciata, per quanto di attinenza, pure nel puntuale elenco stilato nell’ordine alfabetico dei nomi che, a fine libro, rende disponibile un ulteriore strumento per una pratica consultazione, in relazione ad uno scenario complessivo di cui la pubblicazione offre la sostanza passibile di un approfondimento indagatore su quanto vari decenni di storia economica hanno contraddistinto parte del mondo del lavoro in un proprio corso d’empito, incanalato nella mediazione di un faticoso ed intraprendente estro calcolatore.

Il calcolo degli eventi è nell’interessante esperienzialità cogente dei temi rapportati all’agevole lettura dei brevi ed esaustivi capitoli che sono rispondenti ad una vasta serie di interrogativi, funzionali alla trattazione dei loro aspetti attinenti, verso i quali Ugo Calzoni rivolge, al “giornalista economico e finanziario di lungo corso”, Franco Locatelli, quella sintesi che contempla, fra l’altro, pagine calate “Nella bufera dell’Ambrosiano”, come pure recanti elementi interagenti con “I rapporti con la politica”, con il sindacalismo, con determinate scelte gestionali, a presupposto pure di avvicendamenti societari osservati sul piano di ricaduta del mercato siderurgico, attraverso un approccio di retrospettiva disincantato, velato da un contributo di osservazione che, sul filo della medesima cronistoria, appare come versione obiettiva di un autorevole testimone che nel loro ricordo risulta implicato.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.