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Ardèche, Francia. Il Massiccio Centrale è un’enorme ciambella di calcare nel centro della Francia, una regione poco abitata, un altipiano a tratti brullo macchiato da cespugli ispidi, a tratti ingoiata da intricati boschi misti. Qua e là fanno capolino, come in una favola, borghi medievali o cascinali isolati con i campi profumati di lavanda. Arido d’estate e gelido d’inverno, un luogo difficile il Massiccio che lascia spazio ad una magra agricoltura che negli ultimi decenni ha trovato una nuova fonte nel turismo. Il fiume Ardèche s’è fatto largo in milioni di anni nella roccia calcarea creando uno spettacolare canyon che affonda nella crosta rocciosa per centinaia di metri.

E’ il  Pont D’Arc, un enorme arco di pietra, la porta che il fiume s’è modellato, da qui si entra nel canyon per una quarantina di chilometri, il serpente d’acqua si stacca dal mondo è ti culla con le sue acque verdi in uno spettacolo mozza fiato tra pareti incombenti di roccia bianca di calcare e rosa di dolomia. Una vertigine inversa che ogni anno richiama appassionati di canoa e profani in cerca di una vacanza avventurosa.

Io e il mio cane Honeymoon non siamo soli in questa tersa giornata d’agosto, molti si avventurano in canoa sulle rapide del fiume che serpeggia tra le impressionanti quinte di roccia. Per noi e per gli altri, l’attrazione va tutta al Pont d’Arc, il meraviglioso arco di calcare attraverso da cui si da inizio all’avventura tra le gole dell’Ardèche.

“Sei zampe e due braccia è ciò che distingue il nostro equipaggio dagli altri in partenza: due zampe sono mie, quattro del mio cane e le uniche due mie braccia che spingeranno la canoa nel canyon. Per due giorni resteremo “prigionieri” dell’Ardèche e prima della partenza bisogna caricare il materiale da bivacco, cibo e acqua, un equipaggiamento essenziale ma sempre difficile da stivare nell’esiguo spazio di una canoa.

La grande gola è un universo di roccia e acqua, un connubio che ha creato una meraviglia spettacolare che si può ammirare solo a bordo di una canoa o attraverso un lungo sentiero aggrappato alle pareti. Questo mondo solido di roccia è però anche un ambiente fragile, la sua natura dipende da un ecosistema che si è stabilizzato nei secoli, ad esempio in queste acque vive ancora il raro castoro europeo, sfruttarlo troppo significherebbe violare un santuario della natura oramai raro in Europa.

I responsabili del parco hanno trovato una giusta formula per non penalizzare la fonte del turismo e rispettare un ambiente delicato, prima di scendere il fiume bisogna acquistare un permesso per il bivacco, i numeri sono limitati a quanto i due punti di bivacco possono ospitare. Il campeggio selvaggio è rigorosamente proibito.

A bordo e si parte, Honeymoon prende posto nella canoa, un colpo di pagaia a pigliar corrente e passiamo sotto il trionfale arco di roccia per entrare nel canyon, le decine di canoisti che sono partiti con noi si disperdono lungo il corso delle acque che gorgogliano tra le pareti che si fanno subito incombenti.

Nel corso dei millenni, il fiume ha inciso l’altopiano calcareo, oggi rivestito da un’impenetrabile macchia, ora serpeggia 400 metri più in basso, tra pareti verticali grigie e gialle, tagliate da fessure e traforate da grotte e anfratti. L’acqua ha scavato pozzi, inghiottitoi, marmitte giganti e un reticolo di gallerie e caverne sotterranee solo parzialmente conosciuto che comprende alcune tra le grotte più spettacolari di Francia per ricchezza e bellezza di concrezioni. Noi a bordo della nostra canoa siamo dentro a tutto e tutto ci appare dopo ogni ansa che nasconde panorami sempre diversi, scorci meravigliosi e scenari inquietanti di pareti rocciose. L’arte della natura, ineguagliabile.

Honeymoon è un perfetto compagno di viaggio, dopo i nostri allenamenti sul fiume di casa, si sa comportare a meraviglia anche nelle facili rapide che incontriamo. Superiamo piccoli gruppi e a loro volto ci raggiungono quando sostiamo ad ammirare il paesaggio e in poco tempo Honeymoon diviene la mascotte del fiume.

Non siamo soli, ma soli non lo saremmo stati nemmeno 10 o 20.000 anni fa, da queste parti le testimonianze di antichi villaggi preistorici abbondano, 4000 dolmen, monumenti megalitici, testimoniano l’infanzia dell’uomo e non solo. I nostri antenati poterono trovare un ambiente particolarmente favorevole, gratificato da un microclima meno rigido anche quando i ghiacciai allungavano le loro propaggini nel cuore dell’Europa.

Gli altipiani dell’Ardeche erano percorsi da grandi mandrie di erbivori, ricco di ripari, il canyon offriva anche giacimenti di selce e ciottoli di quarzite, preziosi per ricavarne utensili e armi. E’ tutto scritto, anzi dipinto sulle pareti e sulla volta della grotta di Chauvet, il più importante e magnifico esempio di pittura rupestre situata a poche centinaia di metri dal grande ponte di pietra.

Chauvet è il nome del suo scopritore, un muratore con una passione sfrenata per la speleologia che nel dicembre del 1994 entrò per primo nella grotta rimasta sigillata per 12.000 anni riportando al mondo quella che fu definita dai paleontologi “la Cappella Sistina della preistoria”.  Chiusa al pubblico se ne può ammirare una riproduzione multimediale al museo, il “Michelangelo” preistorico ha usato le forme delle concrezioni calcaree per dare un senso di tridimensionalità agli animali, lasciandoci uno spaccato dell’Europa selvaggia del tempo.

La cattedrale, un’imponete sperone di roccia a guglie, ci segnala il nostro arrivo al bivacco, un pianoro ombrato da centenari lecci, dove piantiamo la nostra tenda. Cena sostanziosa e meritato riposo sotto un cielo brillante di stelle.

L’alba trafigge fin troppo in fretta le fronde dense dei lecci, caffè per me e crocchette per Honeymoon e in poco siamo già galleggianti sulle verdi acque dell’Ardeche. Una lunga e affascinante giornata a colpi di pagaia spinge la nostra canoa tra le anse del fiume e il vertiginoso panorama di pietra, ci avvolge un ambiente naturale integro e severo. La fretta non è nel nostro bagaglio, ci concediamo soste più che per riposare per andare alla scoperta di sculture che l’acqua ha modellato o per fissare nell’obbiettivo della macchina fotografica i verticali panorami. Il villaggio medioevale di Aiguèze, aggrappato come un nido d’aquila, ci accoglie all’arrivo.

Qua la zampa amico…!

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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