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23 giugno – Quando vi sbarcò, quasi vent’anni fa, al regista Luc Besson bastarono poche decine di minuti per capire che quell’isola delle Cicladi, sia pur così brulla e quasi inospitale, sarebbe stato il posto giusto per il suo film sul mare.

Uscì nel 1988 Le Grand Bleu e aprì l’edizione di quell’anno del Festival di Cannes. In Italia, purtroppo, Le Grand Blue fu disponibile solo nel 2002 (e tagliato di alcune scene) per via di una causa legale intentata da Enzo Maiorca che pensò di riconoscersi in uno dei due protagonisti del film.

Perché Le Grand Bleu racconta la storia di due amici-nemici, due campioni di apnea. Uno italiano – Jean Reno nel panni di Enzo Molinari – e l’altro francese in quelli di di Jacques Mayol.

Non poteva che essere qui Besson. Amorgos, poco meno di 140miglia marine dal Pireo, la più orientale delle Cicladi (escludendo la piccola e disabitata Levitha), è davvero l’isola del grande blu.

La profondità del mare ai suoi capi è leggendaria. Oltre 300 metri quello che ti accoglie a est. Quasi 700 quello di sud ovest che rende il mare quasi sempre periglioso, dalle onde alte, il vento rabbioso.

Amorgos
Una baia a nord di Amorgos

E’ un’isola malinconica per Laurence Durrel.  Non sono d’accordo. Amorgos è un’isola mistica.

Lo senti sotto la pelle quando visiti il monastero che un tempo era legato strettamente a quello di San Giovanni a Patmos.

Visibile già dal piccolo parcheggio che conduce alla spiaggia di Aghia Anna, sulla sinistra, bianchissimo, imponente, silenzioso, ombreggiato dalla vetta del Profetas Elias, perfettamente incastonato nella roccia (dalla quale è ricavato) a strapiombo sul mare, appare come una visione.

Dedicato alla Vergine che salva la vita, protettrice dei pescatori, il monastero di Hozoviotissa è il più importante monumento religioso e culturale di tutta l’isola di Amorgos e fra i più conosciuti di tutta la Grecia.

Amorgos
La baia sotto il monastero: tutti i colori del blu e del verde

Dal piccolo parcheggio, una scalinata di circa 300 scalini conduce allo spettacolare luogo dove ancora abitano tre monaci. La salita l’ho fatta sotto il sole di mezzogiorno. In assenza di vento e comunque al riparo di ogni brezza da nord visto che il monastero si affaccia sul lato sud dell’isola, in più impervio.

Gentili aiutanti dei monaci accolgono i turisti per mostrare loro l’interno: tutti i giorni dalle 8 alle 13 e dalle 17.00 alle 19.00. Ma in estate piena, la mattina è chiuso.

Prima che il monastero fosse costruito questa zona era chiamata Diavolotopos, ovvero terra del diavolo proprio ad indicare l’asprezza e l’inaccessibilità del territorio.

monastero di Amorgos
Il monastero di Amorgos

Il monastero di Hozoviotissa fu costruito in seguito al ritrovamento dell’icona della Vergine Maria proprio nella baia sottostante.

Secondo alcuni l’icona proviene dalla Palestina dal villaggio di Hozovo, molto probabilmente dal monastero di Hoziva, che esisteva in Palestina durante i primi anni dell’era cristiana e che presenta alcune similitudini con il monastero della Vergina Maria Hozoviotissa.

L’arrivo dell’icona risale probabilmente al IX secolo. La tradizione vuole che l’icona raggiunse Amorgos a bordo di una piccola barchetta approdata esattamente sotto al luogo dove si trova il monastero oggi.

Amorgos

La notizia del ritrovamento dell’icona da parte di due giovani abitanti dell’isola fu di tali proporzioni da raggiungere Costantinopoli, con la quale Amorgos aveva rapporti commerciali.

L’imperatore di allora, Alexiou Komneos,  uomo devoto, non appena venne a conoscenza del ritrovamento, emise un decreto imperiale con il quale ordinò la costruzione del monastero nel 1088.

A lui è da attribuirsi la costruzione della piccola chiesa all’interno ed alcune celle dove i monaci si trasferirono. La costruzione del monastero visibile adesso è successiva al XI secolo.

A conclusione della visita, e prima della discesa assolata, agli ospiti viene offerto un breve riposo in un salottino che guarda l’Egeo. Un bicchier d’acqua per riprendersi. Qualche dolcetto e un sorso di psimeni raki, un liquore fatto dai monaci che è un misto di cannella, miele, erbe selvatiche.

Quel che ci vuole per prendere coraggio e tornare alla base. Sotto il sole. Pensando a momento in cui ci si immergerà nel Grand Blue.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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