Ciascun santo è “originale”, nel senso che lo diventa “a modo suo”, ma poi la sua esperienza diviene patrimonio comune di molti, immettendosi in quella comunitarietà che è erede di medesimi valori condivisi, dove è custodita nell’edificante significato di un’avvalorata testimonianza di fede e di opere.

L’attribuzione di una “santità contagiosa” è stata, in questo caso, posta in relazione a mons. Luigi Giussani (1922 – 2005) dal vescovo di Brescia, mons. Luciano Monari, nel partecipato ed ispirato contesto liturgico di una messa celebrata, alcuni giorni dopo la festività dei Santi Faustino e Giovita, nella chiesa patronale cittadina, in riferimento all’annuale ricorrenza che il 2014 diversifica sia con il nono anniversario della morte del servo di Dio, mons. Luigi Giussani, che con il trentaduesimo anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione.

L’espressione bresciana di tale movimento ecclesiale che ha in Walter Sabattoli il referente nel ruolo di responsabile provinciale, ha promosso questo importante appuntamento nella sacra formulazione della liturgia eucaristica, dedicata al duplice motivo commemorativo, sviluppato in un sinergico abbinamento, precisando, come intenzione per la santa messa che: “A sessant’anni dall’inizio del Movimento, nella fedeltà al carisma di don Giussani, chiediamo a Dio la grazia di una sana e bella inquietudine affinché, seguendo papa Francesco, riconosciamo in ogni circostanza della vita l’iniziativa di Dio che sempre ci precede e ci attrae a Sé con il Suo amore. E con Cristo presente andiamo incontro a ogni uomo che Lo desidera e Lo cerca con verità per rendere visibile l’essenziale”.

Nella memoria di mons. Giussani si sono raccolti, intorno al Vescovo, anche i sacerdoti don Fulvio Bresciani, don Marco Alba, don Pietro Chiappa, don Renzo Delai e don Angelo Pizzetti che, nella particolare circostanza, hanno reso una testimonianza ecclesiastica plurale alla realtà comunitaria accolta dall’elevazione al sacro altare, in prossimità del quale il coro polifonico bresciano della Fraternità di Comunione e Liberazione ha valorizzato i palpitanti tempi della liturgia con i canti “O Signore, mio Dio, com’è grande (salmo 8)”, “O quam amabilis”, “Salmo 1: Beato l’uomo”, “Ave Maria”, “Povera voce” e “Reina de la Paz”, secondo la profondità spirituale presente in una serie di testi oranti, sia della salmodia biblica, che della tradizione cristiana, rispettivamente interpretati, oltre che in italiano, anche in latino ed in spagnolo.

Sulla base della lettura della “lettera di San Giacomo” e del brano evangelico di San Marco, improntato all’esortazione teologica verso la croce, quale sequela alla verità rivelata dal messia, la riflessione, sviluppata dal vescovo, ha posto in un interessante risalto l’interrelazione fra la fede e le opere, pure ricorrendo ad alcuni significativi accenni sul tema da parte di quanto è riscontrabile in merito dagli scritti di san Paolo.

Se, per quest’ultimo, sembra essere preponderante il ruolo della fede, intimamente vissuta sul “cammino di salvezza”, per san Giacomo Apostolo pare invece che sia di più la coerenza delle opere, conseguenti ad essa, a rappresentare il prevalente nesso di una riuscita consapevolezza nell’interpretazione del messaggio evangelico, corrispondente al mandato derivante dalla missione salvifica di Cristo.

In realtà, al di là della formulazione letterale del proprio personale registro espressivo, ambedue sostengono la medesima posizione che, per altro, non confligge nei rispettivi modi di porre l’accento sulla tematica in questione, in quanto anche san Paolo ha curato nelle sue lettere, inviate alla prime comunità cristiane, l’aspetto connesso alle opere, in ordine a parecchie esortazioni che non si sono quindi limitate al concetto legato al dono della fede salvifica.

La croce, “collocata dentro il mistero pasquale di Gesù”, è sinonimo del cammino che è indirizzato a Dio, rappresentando un distacco rispetto alla corruttibilità del mondo, dal momento che con essa la realtà terrena è superata a favore di un mistico altrove ed è risolta in una dimensione spirituale più grande, in grado di offrire una concreta speranza, fin da subito, per una prospettiva che vada oltre la scena di questo mondo.

In relazione a questa riflessione, Mons. Monari ha ribadito l’insegnamento offerto dalle parole paoline della lettera ai Galati: “Io sono stato crocefisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me; e quella vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato sé stesso per me”, sottolineando che da tale ferma considerazione fideistica nasca pure la provvidenziale constatazione che la “Croce di Gesù è motivo di sicurezza e di forza”, poiché il mondo è stato vinto da Gesù e chi in lui confida è esortato a non avere paura verso quanto si riconduce a ciò che, in tutto e per tutto, è stato esorcizzato dal messia stesso con il sacrificio della Croce e con il compiersi della promessa della resurrezione.

“La via di ogni uomo è la via della croce” che è in grado di risolvere tanto la paura per ciò che di sgradevole si teme possa accadere, quanto l’intrico delle seduzioni volte a svilire l’umanità nella schiavitù del peccato, strutturato nella debolezza soggiogata alla vanità ed all’egoismo prevaricatore e sordo all’insegnamento dell’amore.

“Con Cristo io riesco a vivere in questo mondo, libero dalla paura e dalla sudditanza alle sue bramosie” ed in questo, come ha, fra l’altro, affermato il Vescovo, c’è la caratteristica “straordinariamente attraente di una vita libera, sorgente di pienezza e di amore”, sperimentabile in quella esistenza che è stata testimoniata dall’incarnazione di Gesù a cui la “giustificazione”, per il tramite delle opere e attraverso la fede, denota la medesima sollecitudine di far in modo che l’agire umano non sia un vuoto e mero ottemperare a leggi e ad insegnamenti codificati, ma si riveli invece come frutto di un fondato baricentro di conversione nell’amore, scaturito dalla riconoscenza verso Dio, grazie al quale il credente è investito del mandato di estendere tale manifestazione nel servizio verso il prossimo.

Questo auspicato comportamento si riversa nella storia dell’uomo, rinnovando la grazia di Dio attraverso quanto nella realtà umana reca il “logo dell’amore divino” che, nel caso di mons. Luigi Giussani, costituisce un importante “stimolo e modello”, percepibile a sprone verso la santità che educa in terra e custodisce nei cieli l’anima soprannaturale dell’uomo assetata di verità.

Con le parole di Francesco Bianchi, espresse nella chiesa dei Santi Faustino e Giovita al termine della messa, la Fraternità di Comunione e Liberazione di Brescia ha pubblicamente rinnovato la propria consegna di collaborare con il Vescovo, attraverso il carisma e l’esempio del proprio fondatore, ricevendo il contestuale riscontro di uno spontaneo e fraterno abbraccio da parte del presule manifestato allo stesso portavoce del movimento, mentre, innanzi al flusso in uscita dei numerosi fedeli intervenuti alla celebrazione eucaristica, una targa lapidea ha contraddistinto il silente sfondo di un’ulteriore ferma testimonianza della sequela del Cristo, nel dettagliare, lungo un particolare situato sul lato opposto della prospiciente contrada, in una veduta innanzi al sagrato, l’esplicita epigrafe che “Qui nacque e trascorse la fanciullezza padre Piamarta”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.