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Nablus, Palestina, 18 marzo – Non sappiamo se per via delle elezioni, ma in questi ultimi giorni che ci vedono in quotidiana trasferta a Nablus, all’inizio del paese siamo sempre state accolte da una strada disseminata di pietre, con soldati in tenuta anti sommossa sul ciglio rivolti verso la scarpata, alcuni con pietre nelle mani.

Questa mattina, all’indomani delle elezioni che spaccano Israele, oltre alle pietre anche i cassonetti di spazzatura ribaltati a ostruire la carreggiata si sono moltiplicati.

C’è poca agitazione da questa parte del muro per la politica israeliana, quasi un mal celato disinteresse.

Reem, giovane trentenne di Tulkarem e membro del consiglio di amministrazione della cooperativa di risparmio e credito del posto, ci avverte: Netanyahu o no al potere, la situazione non cambierà.

Non ci sarà nessun governo, né di destra né di sinistra, che avrà cura dei palestinesi. L’unica vittoria è che gli arabi israeliani sono passati ad avere quattordici seggi dagli undici precedenti.

Roa’a, di Qalqilya, cittadina del nord a pochi chilometri dal mare, ma del quale si sente solo il profumo perché circondata dal muro israeliano, è ancora più dura: “Con le elezioni, Israele vuole trasmettere il messaggio che è un paese democratico, mentre i palestinesi sono terroristi. Infatti, Netanyahu ha promesso che non ci sarà un’alba sullo stato palestinese mentre Lieberman, ministro degli esteri, ha giurato di tagliare le teste dei palestinesi con l’ascia.

Alla fine, però, gli israeliani con le loro parole dimostrano che sono loro i terroristi perché la campagna elettorale si basa su come uccidere i palestinesi, come fecero anche altri candidati in passato promettendo di farla finita con quelli detenuti nelle carceri israeliane”.

Muna Anche Muna non crede a grandi cambiamenti, nonostante il suo passato di lotta attiva. Lei conosce bene gli israeliani e i loro modi poco gentili. Nei suoi campi di Tulkarem la costruzione del muro di separazione le costò trenta ettari di terra, sequestrata dagli israeliani.

Lei non si è data per vinta e si è messa in testa che avrebbe avuto la sua terra indietro. Con il marito è andata tutti i giorni a tagliare il recinto di tre piani che gli israeliani stavano costruendo, nonostante gli israeliani li picchiassero e li portassero in carcere.

La sofferenza dietro questa lotta è stata grande, ma questo ha permesso loro di recuperare fino ad ora tredici ettari.

La resistenza contro l’occupazione israeliana le è valsa nel 2011 un premio da parte di un’associazione britannica. Con i 1000 dollari vinti, Muna ha investito nei propri campi e ora vengono da lei molti studenti universitari perché è diventata produttrice biologica nonostante dietro il muro ci sia una zona industriale.

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Elisabetta Berto
Mantovana d'origine, cittadina del mondo per necessitá. Dopo gli studi a Milano intraprende un personale percorso di approfondimento della finanza per lo sviluppo che la porta prima in Kosovo, poi in Ecuador e, infine, in Argentina. Lí ritrova se stessa. Adora i tortelli di zucca, non può fare a meno del canto e dello spagnolo. Calvino il primo amore, Borges un compagno per la vita. Colore preferito: rouge d'Armani 400.

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