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Che fine abbia fatto non si sa. Pare che oggi non ci sia più.
Allora, si chiamava con l’ambizioso appellativo di “Famiglia Ospedaliera”, enumerando, fra le proprie file, numerosi associati, anche interpreti di iniziative culturali, svolte a promozione della realtà di soccorso e di cura degli Spedali Civili a favore della quale ne risultavano addirittura i sostenitori, se non foss’altro, già per quel legame di ideale corrispondenza, esercitata nella dedizione di uno specifico sodalizio che dichiarava, nella propria baldanzosa denominazione, un’implicita appartenenza.

Esempio di tali trascorsi bresciani, avvenuti in una disarmante liaison con il sempre loro maggior nosocomio cittadino, è quell’edizione, non isolata, perché attestata nel numero cardinale conteggiato in una quarta iniziativa del genere, che è documentata dalle pagine dell’allora unico quotidiano locale, tuttora popolare, consacrato al suo relativo abbraccio territoriale, individuabile nei termini de “Il Giornale di Brescia”, sia del 16 che del 17 ottobre 1954.

La fonte di queste tracce è, se non fosse chiaro, questo organo di informazione, indiretto e comprensibile vettore di approfondimento anche per curiosi e vari eventi dei quali, fino a prova contraria, se ne sarebbero persi, oggi, gli estremi di riferimento, fino a scordarne l’avvento, fra le cronache, a vari livelli, del momento.

In pratica, questo gruppo di personalità, sensibili alla nobile vocazione di un ospedale, come lo è, detto al plurale, l’ente socio-sanitario degli “Spedali Civili” di Brescia aveva organizzato una mostra d’arti visive.

Tale natura espositiva aveva, in sé, non solo l’allusione alla pittura, ma anche alla fotografia ed alla scultura e se sembra poca cosa, l’iniziativa può pure fare sottolineare il proprio compiersi negli anni dell’immediato secondo Dopoguerra e, se non bastasse, la medesima proposta dimostrava, in modo interessante, di legarsi, in una esplicita consequenzialità, con altre tre manifestazioni simili e pregresse, oltre al fatto, che, nel suo svolgersi, erano previste, fra l’altro, le premiazioni, con tanto di medaglie d’oro e d’argento, degli artisti partecipanti, ritenuti meritevoli da un’apposita giuria.

Se questo insieme di caratteristiche apparissero non ancora bastevoli di considerazione, è la storia stessa che vi pone il proprio leale accento di attenzione, in quanto trattasi, in questo caso, di una fra le prime iniziative svoltesi nell’attuale sede ospedaliera, dopo l’entrata in funzione delle strutture ricettive di Mompiano, dove tuttora, naturalmente, l’ospedale, a suo tempo, voluto più grande e funzionale, seguita la sua tradizione ultrasecolare.

Se ancora, sembrasse di poco smalto l’attrattiva di questa iniziativa, ecco il numero degli iscritti alla nobile “Famiglia ospedaliera”, riferito in “875 unità”, ovvero, se paresse poco, tante uguali persone che avevano espresso un atto di dedizione alla causa delle attività garantite dall’ospedale Civile di Brescia nel suo indirizzo di cura e di sollievo ai malati ed ai sofferenti.

Dove si era svolta la manifestazione in questione? Nella aula magna di quello che, in quei giorni di non ancora profilatosi “boom economico”, era l’allora incipiente nuova sede ospedaliera, uscita strutturalmente dalla rovinosa Seconda Guerra Mondiale, come un’opera strutturale che, anziché, rappresentare un triste peso in rovina, per via dei danni dei bombardamenti, aveva, invece, costituito il seguito di un lungimirante slancio d’investimento che, superando la tragica contingenza bellica, sbocciava, al fine, nella sua laboriosa e desiderata fase conclusiva.

Fra altri interessanti particolari, un non meglio identificato cronista, certamente avvezzo al tema artistico, contraddistingueva, in modo qualificato, quella, a noi lontana, cronaca cittadina, nello scrivere pure che, a proposito dell’esposizione al Civile, rimasta aperta fino al 24 ottobre seguente: “(…) Questa quarta mostra, ben selezionata, offre più motivi per constatare i progressi compiuti dagli espositori. Di Zuccari, oltre ad alcuni delicati pastelli, le tele Paesaggio ed In collina – dal vasto fresco ed incantevole respiro – restano a significare una passione nobile ed una conquista stilistica. Brunelli ha superato un gioco freddo, per offrire in Crepuscolo e in Vite di Putti due note indovinate: poetica la prima e gustosamente indovinata l’altra. Piana, presenta, invece, stavolta, con piglio da espressionista una serie di inchiostri. Maggioni è abilmente, in vinose tonalità, alla lirica maniera di Gabriel Gatti. Ottimi gli acquerelli di Ghidoni. Luisa Redaeli, nei piccoli bronzi e gessi, raggiunge una plastica armonia, una dolce e devota sobrietà. Tra le fotografie eccellono quelle di Piermaria Rossi e, sopra tutte fa spicco quella che è un omaggio sagace – tra la cronaca più umana e l’estro più libero – alle monache. Buoni anche un interno di Paganuzzi e il Riflesso d’autobus di Modonesi. D’Aversa, oltre che fotografo si diletta di pittura. (…)”.

La manifestazione precedente a questa, ovvero la mostra collettiva, a simil guisa, messa in atto l’anno prima, nell’orbita ospedaliera cittadina, aveva visto premiato, per la pittura, Amleto Zuccari, Tullio Piana e Giorgio Brunelli, dottori quest’ultimi due, mentre un riconoscimento, non aureo, ma in argento, era pure andato al testualmente citato “impiegato Giuseppe Pluda”, categoria della quale non ci si era dimenticati, analogamente al meritato riconoscimento elargito, per l’arte fotografica, ai dottori Augusto Paganuzzi e Giancarlo Scaroni, medaglia d’oro, mentre il bronzo era andato al rag. Clemente Modonesi ed al dr. Piermaria Rossi.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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