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A Brescia, in ricordo del servo di Dio mons. Luigi Giussani (1922 – 2005), la chiesa di san Giovanni Evangelista ha rappresentato il luogo d’incontro per la celebrazione della liturgia eucaristica promossa dalla comunità bresciana del movimento ecclesiale di “Fraternità di Comunione e Liberazione” in memoria del proprio fondatore, per la ricorrenza che il 2015 pone a decimo anniversario dal suo ritorno al Creatore.

Anche come ventitreesimo anniversario del riconoscimento pontificio della “Fraternità di Comunione e Liberazione”, questo appuntamento ha, fra l’altro, avuto espressione in quella ravvisata intenzione di preghiera, per la messa commemorativa “della nascita al Cielo di don Giussani”, proposta pure “nell’imminenza dell’incontro con il Santo Padre a Roma”, che è stata presentata nei fiduciosi termini volti all’impetrazione della “grazia di vivere fino in fondo l’invito di Papa Francesco a “preservare la freschezza del carisma…rinnovando sempre il “primo amore”…sempre sulla strada, sempre in movimento, sempre aperti alle sorprese di Dio”.

Otto i sacerdoti, insieme al vescovo di Brescia, mons. Luciano Monari, per il tradizionale appuntamento che solitamente prossimo, se non, come in questo caso, coincidente, con la Quaresima, rappresenta un evento d’aggregazione, ispirato all’impegno verso la sequela al carisma che a Comunione e Liberazione è confacente, pure contestuale ad una riflessione sul periodo corrispondente al tempo in cui la liturgia riversa il proprio forte riferimento incombente.

All’altare maggiore di quest’antica chiesa hanno concelebrato, insieme al vescovo, i sacerdoti don Giancarlo Scalvini, don Andrea Gazzoli, don Angelo Gelmini, don Pietro Chiappa, don Renzo Delai, don Marco Camplani, don Amerigo Barbieri e mons. Marco Alba, assistente ecclesiastico di “Comunione e Liberazione” di Brescia che ha letto la pagina del vangelo di San Marco, inerente il diretto accenno verso il ruolo penitenziale del digiuno, nel modo in cui era sperimentato nella tradizione religiosa farisaica.

Ruolo che, riconsiderato alla luce dell’insegnamento del “Nuovo Testamento”, esemplifica nel digiuno una pratica fideistica che nasce da quella sensibilità religiosa capace di rinunciare ai beni del mondo per significare la meta della vera ricchezza.

In questo senso, il digiuno esprime un senso religioso, frutto di quanto nella coscienza umana si profila anche grazie alla consapevolezza che il mondo non sia il tutto, attraverso una riflessione riconducibile ad una esperienza della trascendenza che, a sua volta, si contestualizza nel rapporto con Dio, come lo è stato, con Gesù, per i suoi discepoli.

Questo atteggiamento impedisce all’uomo di riconoscersi esclusivamente nelle cose del mondo che, pur essendo vere e preziose, non sono il tutto. Per sua natura l’uomo cerca l’infinito, tende all’oltre, mira ad esperienze che risveglino, di fatto, quel senso religioso che si struttura in una posizione di superamento della corruttibilità del reale, pervadente nel tempo cogente, e di noi stessi, sul piano terreno di un tempo evanescente, secondo una tensione spirituale che è presente anche nel valore attribuito al digiuno, in quanto, questa risoluzione devozionale è fondata pure sul concetto evocativo del limite legato alla realtà terrena.

La propositiva sintesi che da queste premesse discende è che bisogna essere nel mondo, senza essere mondani, perché “Dio ha fatto il nostro cuore grande”, analogamente all’interpretazione del digiuno che, sostenuto da un amore fraterno, non è pratica esteriore, ma spogliata dalla propria connotazione costitutiva della semplice astinenza e penitenza, si manifesta idealmente come dono autentico, quale esemplificazione fattiva dello spendere noi stessi sull’orizzonte di uno sguardo più alto ed in una dimensione di più ampio respiro, secondo le proprie capacità e disponibilità.

Requisito di questo insieme, perché si perfezioni il concetto stesso a cui attiene, è la gratuità: se nella nostra vita facessimo un dono gratuito, senza che lo stesso sia necessariamente caratterizzato dalla ricerca di una gratificazione personale, nell’appagamento di una perseguita bellezza morale o di una corrisposta ispirazione di natura psicologica, “dimostreremmo la presenza di Dio”.

Parole che il vescovo ha sottolineato nella sua omelia, precisando, al tempo stesso, che la “gratuità non è mai del tutto dimostrabile”, secondo il possibile e laborioso corso dei ragionamenti che tendono a esplorare la ragione della dinamica dei gesti, ma se un atteggiamento gratuito si esplica nella trascendenza, in tale ambito c’è una testimonianza umana che prefigura la “presenza efficace di Dio”.

Anche il digiuno, come forma di rinuncia a qualcosa per un bene più grande, può rapportarsi alla gratuità vissuta a favore del prossimo, in quanto indica la strada verso Dio, nella misura nella quale questo amore che si dona, per il tramite di una forma di sacrificio, è al centro di un impegno sentito, secondo una dinamica che, in uno sperimentato anelito religioso, è espressione di una fertile vocazione al trascendente.

Cappella di Santissimo Sacramento
Cappella del Santissimo Sacramento chiesa san Giovanni Evangelista

A queste efficaci indicazioni pastorali, evidenziate durante la messa, è poi, fra l’altro, seguita l’opportunità di una visita guidata da parte di don Amerigo Barbieri, titolare della parrocchia urbana di San Giovanni Evangelista, tra le opere d’arte particolarmente contraddistinguenti la cappella del Santissimo Sacramento della chiesa stessa.

Introdotti in un suggestivo racconto evangelico, sullo sfondo effettivo di una sentita esperienza di fede vissuta nella peculiare devozione verso l’eucarestia, gli sguardi ammirati verso le opere del Moretto, entrando a destra della cappella ed, a sinistra della medesima, concretizzatesi per mano, invece, del Romanino, sono stati avvolti da un considerevole contributo dell’arte del Cinquecento, realizzato a favore della manifestazione della parola di Dio che, in questi preziosi affreschi, verte sull’Eucarestia, a margine di un culto, interpretato da una specifica confraternita di fedeli che sono stati in grado di commissionare queste opere, testimoniando il proprio carisma orante vissuto a sostegno del rinnovamento della Chiesa che, in quel periodo storico, volgeva alla Controriforma cattolica.

Una cappella, quella del Santissimo Sacramento in San Giovanni Evangelista di Brescia, che nasce da una sentita esperienza spirituale, tradotta nella trasposizione artistica basata sull’evocazione dei quattro racconti evangelici, con espliciti riferimenti anche alla tradizione profetica dell’Antico Testamento, mediante un affascinante percorso teologico e valoriale, figurativamente inteso come “biblia pauperum” che, grazie alle raffigurazioni degli artisti, parla al cuore del fedele privilegiando, in questo caso, il tema eucaristico, centrale, rispetto alla fede cristiana, quale “pane che toglie l’umanità dal fango e permette all’uomo di rimettersi in movimento”, “cibo che redime e che riscatta”, nell’ambito di un “dono che non è solo meritato, ma che ci fa meritare” dinnanzi a Dio le Sue promesse.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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