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Brescia – Artista di casa nei due emisferi, Anna Coccoli (1929 – 2014) è l’interessante figura assurta a protagonista di una notevole mostra antologica a Brescia, dedicatale nell’antico Palazzo Martinengo di via Musei, in prossimità delle più evidenti vestigia della città romana, con la locale, ormai restaurata e ricollocata, statua della “Vittoria Alata”.

Bresciana di nascita, artista conosciuta in Italia ed all’estero, Anna Coccoli è, qui, rappresentata nella sua vasta produzione, contraddistinta dagli stili compositivi più differenti che hanno avuto un complesso, laborioso e diversificato dispiegamento, tale per cui, a suo baricentro, sussiste, a definizione di tutta l’impronta dedicata all’arte visiva che le compete, sia la realtà oriunda di Brescia che quella, invece, esotica d’elezione, esorbitata dal bresciano, negli anni della maturità, in tutt’altra parte del mondo, accasandosi in Brasile, con particolare riferimento alla metropoli di San Paolo dove questa eclettica e versatile artista conclude i suoi giorni sulla scena di questo mondo.

L’ambiente di Palazzo Martinengo appare funzionale a sviluppare, in ambienti esclusivi e, fra loro, attigui, le rispettive stagioni creative della feconda autrice di opere che spaziano dalla pittura, alla scultura, dalla grafica alla ceramica, con tutte le varianti di uno stile personale caratterizzato da un’ascendenza polimaterica prossima alle seduzioni di convinte sortite, effettuate dal nucleo fondante la propria tradizionale formazione artistica, nell’astrattismo e nell’informale, senza, appunto, nulla togliere all’esplicito procedere, comunque in buona parte, figurativo di tele dove la corporeità è celebrata in un modo altrettanto viscerale e partecipato, al pari di altri suoi manufatti dove la stessa sostanziosa aggettivazione esplode, nella matericità di compenetrazioni cromatiche, atte a sostantivare la portata dell’espressività artistica propugnatavi.

Fino al 3 ottobre, la mostra è aperta previa esibizione di “green pass”, nei fine settimana che il 2021 accompagna all’avvicendarsi dell’estate, nel primo autunno, legando, il poco più di un mese della propria durata, con il convergere nella prima domenica di una sperata mite ottobrata.

Periodo nel quale, fra l’altro, si approssima quella raccolta delle olive che l’autrice ha artisticamente interpretato sia agli albori della propria affermata carriera, per il tramite di un dipinto a tema, in olio su faesite, della metà degli anni Cinquanta, come pure, più in là, da tale manufatto, di meno di un decennio, nel carboncino e tempera su carta di inizio anni Sessanta che attiene alla fitta esposizione delle opere grafiche, a proposito delle quali un pannello divulgativo, fra quelli presenti in questa mostra curata da Davide Dotti, specifica che “(…) La libertà espressiva offerta dal mezzo grafico, più rapido ed immediato rispetto alla produzione pittorica o alla modellazione delle lastre metalliche, ben si adatta alle esigenze creative di Anna che ricorre al disegno sia per fissare con rapidi segni, idee e spunti di riflessione da approfondire in seguito, sia per elaborare progetti definitivi da tradurre in acrilico (…)”.

Ancora il bresciano, dal cui territorio si presume che l’artista abbia tratto ispirazione per questa diffusa pratica derivata dagli uliveti delle amene zone collinari che lo contraddistinguono, appare esplicitamente nell’olio su tela, nel periodo simile all’altro dipinto appena menzionato, che è intitolato “Case a San Giuseppe”.

Un nesso con il contesto locale che, se si vuole, può essere pure, fra altri aspetti inteso, in un’opera di tutt’altra tecnica compositiva, profilandosi in mostra l’acrilico su tela del 1975 dal titolo “Macchine” che tanto può far pensare alla gloria bresciana della nota “Mille Miglia”, per altro, potenzialmente sottesa da questa ideazione espressiva dai contorni futuristi e dalla possanza simil simile evocativa di un superamento dei canoni meramente figurativi della tradizione artistica.

Tale opera segue, nell’ordinamento iconico dell’esposizione, quel significativo filone d’indagine creativa, speculare ad altra stagione immaginifica, nel quale, come esplica il contestuale pannello di presentazione dei manufatti allestiti in mostra, “(…) la sua arte è ora non solo manifestazione di libertà di pensiero, ma anche strumento di denuncia delle contraddizioni della società contemporanea, nello scontro immanente fra l’uomo e la macchina”.

In tale produzione, è la volta ingegnosa e volitiva dell’alluminio laccato su tavola, con forme roboanti e materiche di un vorace ermetismo di impatto solenne ed intrigante, come ancora da tale fonte menzionata, è specificato sul posto, andando a precisare che “(…) Siamo alla fine degli anni Sessanta: da una pittura sostanzialmente tradizionale, l’artista riscopre se stessa in un universo di lamiere di alluminio, bulloni, rondelle, guarnizioni ed altri metalli industriali. Il periodo, compreso fra il 1968 e la prima metà del decennio successivo modella una nuova modalità di espressione, attenta alle evoluzioni cinetico-programmate ed alla rimeditazione di esperienze delle avanguardie storiche. (…)”.

Al centro della sala, relativa a questa peculiare contingenza artistica, si erge la scultura “Uomo – Spazio”, in alluminio anodizzato, che sintetizza quella peculiarità umana così differente dall’applicazione della medesima artista, tra altre sue ispirazioni, ai soggetti da lei trattati, per un’interpretazione, invece, pittorica, propria di altra sua gemmazione artistica, riferendosi, tale aspetto, anche al cosidetto “periodo brasiliano”, dove non predomina l’astrazione, fredda ed in chiave metallica, ma il forte tripudio di coinvolgenti e di vigorosi colori che celebra, incisivamente, insieme ai suoi protagonisti, femminili, il fascino del caldo Paese del Rio Carioca.

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