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Mantova – La Galleria Arianna Sartori presenta la mostra personale dell’Artista Daniela Savini intitolata “Corpi…”, curata da Arianna Sartori e con testo di presentazione del critico d’arte Tiziana Cordani.

La mostra presenta un ciclo di opere recenti realizzate con la tecnica dell’incisione a puntasecca e vernice ferromicacea su vetro sintetico e dipinti ad olio su tela.

Scrive la critica d’arte Tiziana Cordani: “È stato un vero colpo di fulmine questo incontro mio con i lavori di Daniela Savini, uno di quei casi fortuiti che si rivelano una benedizione in un lavoro che da tempo non offre quasi più emozioni.

Poi ho visto un po’ di immagini di sue incisioni e quel contrastato e dolente mondo di corpi, così moderno e così antico, mi ha trasmesso la certezza di essere di fronte ad una autrice che ha molto da raccontare e che possiede tuttavia i mezzi per farlo, mezzi non solo tecnici, che sono peraltro una acquisizione culturale ma soprattutto mezzi espressivi che derivano da una reale ricchezza interiore che cresce, ribolle e si implementa nutrendosi al vissuto quotidiano.

Poteva mai scegliere un’altra via per dire, per gridare il suo mondo lacerato e dolente che non fosse il più denso e drammatico bianco e nero?

Certo che no e nelle gamme linguistiche dell’arte quale poteva essere più adatta di questa sua scelta incisoria e all’interno di essa la attenta e ficcante puntasecca ed il pastoso, materico linoleum o la corposa, severa acquaforte? scelte giuste per lei, decise, intelligenti che mostrano riflessione e conoscenza, di sé e dell’arte, non certo scontate e frutto di indirizzi altrui ma anzi capaci di dare il maggior appoggio ad un dialogo intenso e segreto tra l’artista e l’altro da sé che alberga nel suo profondo.

La voce di questa donna piccola e minuta è tanto forte che mi fa pensare a mondi antichi, la sua cantata è potente, drammatica e suggestiva come quella delle sacerdotesse e degli aedi, acuta e gravida di pena come una dolente Cassandra inascoltata.

Non serve a comprendere né a leggere che Savini si includa nel novero delle presenze con un ritratto perché non c’è nel suo produrre una sola volta che non sia presente la stigma della sua lotta per vivere e anche solo per esistere, per questo la sua indagine si concentra sul corpo come elemento cardine, espressione salda di una realtà che c’è e che è visibile ma che subisce continui proditori attacchi dal nemico, esterno ed al contempo interno, interiorizzato e quindi paradossalmente più crudele perfino di quello che sta fuori minaccioso ed opprimente.

Taglia col bisturi ed esamina, trasfigura e distrugge, offre lacerti smembrati, divorati e risputati a nuova vita da un Cronos tanto violento quanto cieco e sordo, trasmette il sapore amaro del pianto e quello dolce del sangue, gemito di ogni fibra e perenne richiamo all’unione, antidoto ad una solitudine che abbranca nel buio del cuore le sue vittime.

Si nasconde la donna dietro la cortina dei capelli sciolti come una prefica al seguito di quei corpi di maschio, senza volto entrambi, sfuggenti alla luce di un abbraccio tanto desiderato quanto impossibile, ogni essere chiuso all’altrui presenza, anche nel sonno guardinghi e feriti, anche nel sesso in qualche modo nemici.

Se i poeti ed i filosofi hanno scritto del male di vivere, se la pittura romantica ha messo in immagini il dramma e l’estasi, se la psicologia ha dipanato in pagine ben argomentate la lotta interiore, le sue sconfitte e le sue vittorie, Savini declina senza veli e senza compiacimento la sua personale, ma non per questo meno universale, guerra, non una battaglia che si può vincere o perdere bensì una guerra senza esclusione di colpi, una guerra totale contro la cancellazione del Sé, contro la recisione del legame indissolubile con la parte vitale, nativa ed originale che determina e necessita la vita.

L’arte fornisce il mezzo espressivo, concede perfino di additare con il colore l’aprirsi alla speranza così come la religione mostra col simbolo la condivisione suprema nella sacralità del dolore e della morte, quello che nessuno può fare però è cancellare la ferita, l’iniziale rifiuto, il peccato originale dei corpi ignudi, del sesso come arma, questo è il premio dell’artista, del suo esserci per tutti, del suo essere segno, simbolo e grido nel mondo”.