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L’artista Pier Luigi Ghidini incontra “Artemisia”, spazio evocativo per via del nome, tanto dell’illustre pittrice Artemisia Gentileschi (1593 – 1656), quanto dell’omonima pianta officinale, conosciuta pure per la preparazione dell’inebriante bevanda dell’assenzio, assurta a notorietà per il suo utilizzo di tendenza, fra certi poeti ed artisti di un tempo.

Pari nome che, in questo locale pubblico, situato al civico 47 di Corso Mameli a Brescia, intende proprio attrarre mediante tale duplice compenetrazione nominale, a motivo di questi due differenti aspetti: da un lato la promozione dell’arte, dall’altro l’essere contesto ricettivo per una libera aggregazione in ambito ricreativo e conviviale, come avviene nel contesto della mostra pittorica “Le città ideali” di Pier Luigi Ghidini, presente in tale locale, fino al 21 maggio che il 2022 snocciola nella sua primavera, con una quarantina di sue opere, significative di tele utili a rappresentare un’interessante antologica.

Un’accurata eleganza accompagna l’allestimento dei vari dipinti di questo artista bresciano che, ad “Artemisia”, sono quotidianamente visitabili, ad eccezione del lunedì, dalle ore 9 alle ore 20, costituendo un evento espositivo connaturato alla matrice stessa che ne fa da cornice, per l’effetto di un riuscito incastro con l’ambiente ospitante, quale gemmazione di una predisposizione di accorgimenti per rendere un risalto d’armonia gradevolmente impattante.

In questo crocevia di esistenze che si sfiorano, mediante l’estemporaneità di un incontro od attraverso la programmazione di una condivisione attorno ad un vicendevole vincolo itinerante, emerge l’eco surreale della pittura di Pier Luigi Ghidini che mette, fra l’altro, sotto i riflettori l’estrinsecazione della condizione umana, in aderenza alla rappresentazione metaforica delle sue “città ideali”.

Non si tratta di ambientazioni deprivate da ostili stridori di controverse difficoltà incombenti, come spesso nel vivere sembra vada capitando, ma piuttosto della resa figurativa di disarmanti spaccati di agglomerati urbani, sviluppati figurativamente anche grazie ad una suggestiva poetica compositiva da carisma naif, dove la cifra ideale equivale ad una seduzione romantica dell’insinuare un interrogativo, nel dettagliare elementi emblematici ricorrentemente presenti nell’esistenza umana, al fine di restituirvi l’apertura, rispetto all’inerte chiusura del trascinarsi remissivo dei giorni, di una libera dimensione onirica, posta sul piano dell’interazione peregrina di un’anima ispirata ad una ulteriore ricerca di sé.

In questo denso e convinto tratto artistico, si situa la pittura di questo artista, classe 1944, da decenni, orientato ad offrire, con contenuti codificati, secondo una personale definizione esclusiva, il proprio contributo all’arte visiva, contestualizzando una creatività affabulatrice nell’insieme di queste “casette” dal tetto solitamente appuntito, attraversate spesso da un filo bicolore intrecciato, preso a prestito, figurativamente, dall’analoga pertinenza serpiginosa emergente di fatto in ambito telefonico, quale simbolo di una comunicativa sulla quale si gioca anche la sfida della riuscita di un incontro, di una relazione compiuta entro un’intesa, parte imprescindibile, nel conferire con il proprio simile, al fine di stabilire la connessione di una comunità che si evolve per gradi, mediante una rispettiva e graduale
connettività.

In questo tripudio evocativo di una serie di elementi derivabili dalla intricata scommessa del vivere e del vivere, per altro, non scontato, in società, pare emergere in vaghezza anche l’ombra seduttiva di un “Ettore e Andromaca” quale simulacro pittoricamente indicativo della metafisica, percepita da Giorgio De Chirico, che pare risultare appropriata anche ad assorbire, in tale approccio pure surrealista, la pittura di Pier Luigi Ghidini, esponente di una indagine espressiva compatibile con questa estrapolazione costitutiva dell’impronta concettuale che vi risulta significativa.

Quest’autore approfondisce l’ispirazione artistica che si propone di sviscerare, anche per mezzo di una dimestichezza coloristica corrente con una sintesi complessiva che risulta aderente a tale progetto tematicamente inteso, secondo un tracciato percorribile dal fruitore stesso dell’opera, grazie all’evidenza visiva della funzionalità significante di cromie intercorrenti a pareggio grafico con le soggettivazioni emergenti dalle sue tele in acrilico, nelle quali, alla minuziosità dei particolari raffigurati, come pure alle sezioni di piani autonomi su esorbitanti astrazioni sfuggenti, si aggiungono, a volte, anche inserimenti
minimi di collage, con l’applicazione, ad esempio, di contestuali riproduzioni fotografiche di realtà, ormai stereotipate nel consorzio abitato del vivere industrializzato, quali, ad esempio, lo scorcio di una fabbrica, o, di una figura di un lavoratore nell’atto stesso del darsi da fare, oppure, al contrario di un supposto grigiore industriale, ma non per questo scevro da una massificata rete allevatoriale, di una mucca.

A margine di questo caratteristico repertorio personale, il critico e gallerista Andrea Barretta scrive, fra l’altro, in “Arte Duemila”, a proposito di Pier Luigi Ghidini che: “(…) In particolare, i criteri costitutivi di Ghidini fanno emergere la disanima del soggettivo e dell’oggettivo, in un connubio dinamico ed interpretativo di un nuovo fine ultimo – ineludibile – nella sua accezione culturale, là dove si fonderebbe la cognizione della vita come sola pratica immanente in esistenze connotate dall’autenticità. (…)”.

Note che in mostra, ad “Artemisia”, si accompagnano a quelle pure rilevabili in loco, circa l’autore, attraverso la lettura del testo critico, fra altri aspetti, presente in “Catalogo dell’Arte Moderna” (numero 56) per l’Editoriale Giorgio Mondadori, in corrispondenza con i tratti salienti della sua apprezzata stilistica: “(…) Case che si sorreggono l’una con l’altra, per lasciare fuori brutalità e soprusi. Spazi delimitati e moltiplicati in prospettive, a volte, assurde ma in cui mettere le radici, un punto di riferimento nel portare la campagna sui tetti o in finestre che guardano oltre, che si affacciano su borghi affascinanti e in un solo complesso cittadino. (…)”.

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