Oriente Europeo, aperto su interessanti collegamenti, per altrettanti significativi riferimenti. Queste tracce si sono espresse, ad esempio, tanto in entrata quanto in uscita, per un ideale appaiamento di sostanziose relazioni, sviluppate sui piani distinti di un paio di referenti della fede cattolica, non a caso, ricordati, nel tempo già lungamente decorso dal loro scomparire, apparendo fra le colonne giornalistiche del settimanale diocesano “La Voce Cattolica” che ne ha raccolto, a Brescia, la testimonianza, secondo un loro rispettivo ritratto, dipanato su aspetti utili anche per la cura costante di un orizzonte di significato, da rinnovarsi nei giorni a venire.

Trattasi di un’Orsolina polacca e di un Cardinale clarense, quando, dell’una, se ne era documentato i contatti avuti con il bresciano, alla sequela mericiana promossa in un’acclarata tradizione, mentre dell’altro, invece, francescano, se ne narravano le gesta apostoliche, addirittura all’ombra del re Mattia Corvino (1443 – 1490), nella lontana Ungheria, non ancora legata a quello strutturarsi imperiale che avrebbe visto associato anche il noto Lombardo Veneto, con l’Austria dominante, in una stessa condivisa soluzione territoriale.

Fonti di tali spigolature del tempo che fu, rientrano nella coraggiosa stagione pluriennale del periodico della Diocesi di Brescia, nato, negli anni Trenta del drammatico secolo dei regimi totalitari, evolvendosi, dalla pregressa ed antica “La Voce del Popolo”, passando nella testata denominata “La Voce Cattolica”, dopo aver, la versione originale, dovuto sospendere, per circa un decennio, la propria attività, per via delle comprensibili implicanze derivate dagli effetti della “stretta” fascista sulla stampa, anche locale.

Nel suo utile contributo, pure a riverbero culturale, ancor prima che confessionale, questo mezzo di comunicazione apportava, nell’edizione del 22 gennaio 1938, un motivo di riflessione a riguardo della lusinghiera presenza, propria pure per l’origine della famosa figura ispiratrice, nella realtà bresciana, delle religiose Orsoline, associate all’encomiabile carisma della desenzanese Sant’Angela Merici (1474 – 1540), pubblicando a proposito della contessa Maria Lubienska, nella religione, attiva, come consacrata, con il nome da lei assunto di Madre Maria Cecilia di San Luigi Gonzaga, priora delle Orsoline dell’Unione Romana, a Varsavia, famosa città dove era anche defunta nel settembre del 1937, al giorno ventitrè, come specificato dal giornale menzionato, facendo rilevare il termine della sua vita, a soli sessantaquattro anni di età, dopo ben quarantaquattro feconde annate di vita religiosa.

Di lei, andando negli orizzonti della lontana terra polacca, si riferiva, fra l’altro, che “(…) Con alcune, venne varie volte a Brescia, per lavorare, a lungo, insieme, nella Queriniana, nell’Archivio di Stato e negli altri nostri archivi, intorno alla vita di S. Angela, argomento che la appassionava in quegli ultimi anni e la esaltava in un mistico ardore giovanile. Nel 1935, pubblicò, in polacco, una nuova vita di Sant’Angela, primo volume di una trilogia che andava accarezzando nella sua mente poderosa per dare alla sua ed alla nostra grande santa, alla illustrazione della sua vita e della sua opera educativa attraverso quattro secoli di storia, un monumento di gloria e di onore. Stava preparando le traduzioni, francese e italiana, del volume pubblicato e attendeva con ardore giovanile a scrivere gli altri due sull’origine e sullo sviluppo delle Orsoline in tutto il mondo, mentre dal suo alto posto di comando, continuava a reggere, ad ampliare, a organizzare la sua grande famiglia religiosa, entrata per opera di lei a far parte dell’Unione Romana delle Orsoline di Sant’Angela. Profonda ammiratrice e pienamente devota della Merici ne diffuse il culto in Polonia, con molte pubblicazioni popolari, e, ogni volta che veniva in Italia, non mancava mai di fare una visita, lunga o breve, alla Sua Santa, partendone sempre più infervorata nello spirito. Amava la nostra città e la nostra terra, per Sant’Angela; per Lei, per sentire, come Lei, il fascino dell’ambiente, rimase a lungo ospite nostra in Brescia, a Desenzano, a Salò, bevendo – come diceva – le dolci e serene visioni che aveva sentito Sant’Angela, respirando le aure benacensi (…)”.

La Polonia si sarebbe, di fatto, avvicinata entro una maggiormente percepita dimestichezza inclusiva, anche nostrana, a motivo di quella santa figura di pontefice che, da tale terra, propria dell’oriente europeo, un quarantennio circa, dopo l’uscita di questo articolo, dedicato ad una sua compatriota, avrebbe e, per vari anni, occupato la “cattedra di Pietro”.

Analogamente, pure dall’Ungheria, ma per una via profilatasi in un altro modo, quale terra destinata ad un’eco di ripercussioni politiche fuori dai suoi confini, per il ridisegnato conformarsi ai mutamenti della recente storia europea, erano colti elementi di fusione che si valorizzavano, sul medesimo settimanale, mediante quelle suggestive impronte quattrocentesche che conducevano, invece, ad un incontro con il cardinale Gabriele Rangoni (1410 – 1486), oriundo di Chiari, poi veronese di adozione, ed infine, “principe della Chiesa”, in una ulteriore svolta da lui raggiunta, pure in una asseverata coerenza vocazionale, riguardante l’intenso estrinsecarsi di un’esistenza ricca di tributatigli significati e di pubbliche referenze, per una propria complessiva e, pure postuma, definizione, affidata al pari dell’altro articolo, ad un non meglio esplicitato estensore del testo giornalistico, solo siglato con le lettere di “d.p.g.”.

A lui, ancora “La Voce Cattolica”, ma del 21 marzo 1938, dando risalto a questo, forse, nel frattempo, dimenticato francescano bresciano, pubblicava “(…) il ricordo lontano di un umile figlio della nostra terra, bella figura di pio francescano, di missionario ardimentoso, di diplomatico e di prelato benemerito della fede e della civiltà cristiana da lui strenamente difese contro i Turchi in quelle contrade. E’ il Cardinale Gabriele Rangoni di Chiari, vescovo di Angria in Ungheria, confratello, amico e successore di San Giovanni da Capistrano, confidente e consigliere illuminato del grande re ungherese Mattia Corvino, figura di primo piano nella corte di questo re umanista, ammiratore dell’Italia e impavido difensore della Chiesa cattolica contro l’invasione mussulmana nel secolo XV. Il Rangoni nacque a Chiari, nei primi anni del Quattrocento, da Martino Rangoni e da una Fogliata, ed ebbe altri due fratelli, Antonio e Angelo: compiuti gli studi si portò con la famiglia a Verona, e vi entrò nell’Ordine dei Minori Osservanti, cambiando il nome di Francesco, ricevuto nel battesimo, in quello religioso di Fra Gabriele da Verona (…)”.

La memoria di questa figura di eccelsiastico, pure “vicario provinciale dei conventi francescani dell’Austria, della Boemia e della Polonia”, titolare della diocesi ungherese di Eger e divenuto cardinale nel 1477, era ripresa, in quello scorcio della stampa bresciana della prima metà del Novecento, a motivo dell’allora imminente, tra quei giorni, “Congresso Eucaristico Internazionale di Budapest”, in Ungheria, alla quale, al momento della stampa dell’articolo, si accinceva a partecipare anche una folta delegazione di pellegrini bresciani “sotto la guida del Vescovo”.

(in copertina un paio di immagini di Varsavia)

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