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I dati parziali sul 2018 dicono che lo scorso anno è stato da record per gli espatri degli italiani: 120 mila espatri a fronte di 47 mila rimpatri. Le cancellazioni anagrafiche nel 2017 erano state invece 114.559 e 42.369 rimpatri.

“Si tratta del numero massimo di espatri registrato nel decennio in corso, ma anche di un vero e proprio ritorno al passato, cioè ai livelli numerici dell’inizio degli anni Settanta, quando gli espatri superavano le 100 mila unità, ma erano ampiamente compensati dai rimpatri” scrivono il Centro Studi e Ricerche Idos e l’Istituto di Studi Politici “San Pio V” nelle pagine del dossier “L’Europa dei talenti: migrazioni qualificate dentro e fuori l’Unione europea”. Una ricerca sulle migrazioni da, per e dentro l’Unione europea.

Il focus sull’Italia parla di un Paese che “secondo l’Ocse è ascesa all’ottavo posto mondiale tra i paesi di emigrazione”.
E mentre “le principali destinazioni restano quelle tradizionali” emerge “dai tassi di crescita una certa atomizzazione verso nuove destinazioni come i paesi dell’Europa centro orientale o i paesi scandinavi”.

Gli archivi dell’Anagrafe italiani residenti all’estero (Aire) mostrano come la presenza stabile degli italiani in altre nazioni ha superato nel 2017 i 5 milioni (5.114.469). Il motivo più ricorrente di iscrizione all’Aire è l’espatrio, che riguarda poco più della metà di tutti gli iscritti (2.656.822).

Allo stesso tempo dal “confronto con le statistiche nazionali dei primi cinque paesi di destinazione”, secondo le elaborazioni di Idos e Istituto “San Pio V” emerge “un’enorme sottovalutazione del numero degli italiani andati a stabilirsi all’estero e ciò a causa della mancata cancellazione dalle anagrafi comunali”. Oppure della “mancata registrazione all’Aire”.

Il flusso reale di espatri sarebbe soprattutto nell’ambito dell’area Schengen “di quattro volte superiore a quanto rilevato dall’Istat nel caso della Spagna, 2,5 volte nel caso della Germania e del Regno Unito”.

Tanto che “prendendo in considerazione il decennio 2008-2017 i cancellati dalle anagrafi italiane per trasferimento in Germania sono pari complessivamente a circa 115mila” mentre “i neo iscritti italiani nelle anagrafi tedesche sono quasi 400mila”.

“È perciò possibile stimare – scrivono i ricercatori – un coefficiente di rivalutazione dell’emigrazione italiana che va da un minimo di 2,5 volte a un massimo di 3 volte” e “una forbice tra 290mila e 350mila nuovi espatriati all’anno, un flusso quantitativamente analogo a quello dell’immediato dopoguerra”.

Un’attenzione particolare è rivolta agli emigranti italiani ad alti tassi di scolarizzazione o professionalità. Si legge nella ricerca che “su quasi 1 milione e duecentomila italiani in età lavorativa (15-64 anni) che risiedono abitualmente in un altro Stato membro dell’Ue, il 30,6 per cento risulta laureato”.

Mentre “il 36,3 per cento ha conseguito un titolo di istruzione secondaria superiore e post-secondaria non terziaria” e “il 32 per cento di istruzione pre-elementare, primaria e secondaria inferiore”.

Quelli che prendono il nome di “ laureati mobili” sono 359mila, ma per gli analisti “non si può sapere quanti poi effettivamente svolgano un lavoro altamente qualificato e quanti invece soffrano di sovraqualificazione”.

Tra 2008 e 2017 almeno mezzo milione di laureati sono andati a cercare la fortuna all’estero e di questi almeno un terzo non è più rientrato in Italia.

Scrivono i ricercatori che per queste cifre “la perdita annuale da attribuire all’emigrazione dei giovani italiani under 40 sarebbe pari, secondo Confindustria, all’1 per cento del Pil” mentre “secondo l’Ocse andrebbe dilapidata una spesa pubblica pari ad oltre 140mila dollari per ogni laureato di I livello che emigra, 160mila dollari per ogni laureato di II livello, e di oltre 230mila dollari per un titolare di PhD”.

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