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Perpendicolare alla lunga strada che collega, fra loro, Carpenedolo e Montichiari, un rettilineo alberato appare in una folta schiera, quando, ancora in zona di pertinenza di quest’ultima estesa località, tale dispiegamento arboreo si profila nella virente densità di un ordinato insieme di tigli, allineati in grande quantità.

Si tratta della famosa Via Rampina di San Giorgio, da tempo pure famosa per questo loro svettare, in quanto questi alberi hanno già quel lungo passato, filtrato fra le loro chiome, che ha ispirato anche alcune riflessioni, circa il loro radicato posizionamento contingente, certamente condizionante il lungo tratto di strada su cui tale piantumazione si irraggia in un caratteristico impatto soverchiante.

Appaiono in una presenza monumentale, mediante un notevole insediamento in altezza, espresso nella mole di una sorta d’arte vivente, essendo tale manifestazione del tutto autentica e mutante nella sua resa visiva, corrispondente alla bellezza della natura effettiva, semplicemente soggiogata ad un implicito indirizzo ornamentale, d’una armonia effusiva.

L’effetto avvolgente è quello che si percepisce sul posto, tanto immergendosi entro il dispiegarsi degli alberi, lungo tutto quel tratto di strada che è intercorrente fra i loro duplici filari, quanto osservando, a distanza, l’esclusività di tale capillare incidenza, mediante un colpo d’occhio laterale che va ad abbracciare l’omogeneità prorompente di questa sfilata stanziale.

C’è chi, questi alberi, li ha anche contati, come nel contributo giornalistico apparso su “Bresciaoggi” del 31 agosto 2010, quando, in buona sostanza, emerge, fra l’altro, il fatto che il tema fosse significativo di come, appunto, si reputasse già allora meritevole di attenzione, osservando il tratto agreste che si pone a raccordo di passaggio fra i campi, diluiti fra pianori, colline ed avvallamenti, di questo fecondo lembo di campagna monteclarense.

Per l’estensore del predetto articolo, nella persona di Francesco Di Chiara, l’occasione era valsa pure per documentare, in loco, la presenza complessiva di 144 tigli, complessivamente distribuiti sui due lati della loro speculare ubicazione, unitamente a gettare ulteriore luce anche su un’importante peculiarità del medesimo territorio che si appresta ad aprirsi proprio all’imbocco di questa strada campestre, incoronata dai tigli stessi.

Qui, si situa un’antica costruzione, da anni aggredita dal verde spontaneo della vegetazione, sul cui stato di abbandono pende il circoscriversi dell’ubicazione, oltremodo lontana nel tempo, di un monastero che, nell’Alto Medio Evo, sarebbe stato teatro di un eccidio da parte delle bande armate di un tal monaco Odosino, fuoriuscito dal monastero di Cremignane di Iseo e datosi alla macchia, divenendo un capopopolo dedito con i suoi seguaci a prendere di mira sedi claustrali da saccheggiare, ancor prima di un darsi da fare a codificare una qualche eresia da propagandare, ma già emulando un qualcosa da eletti del Signore, andando, con tale tendenza, ad appellare i propri adepti “angeli”, fra i militanti semplici, ed “arcangeli”, quelli presuntivamente con un temperamento consono a menar le mani con maggiori prodezze.

Era il 790, quando sarebbe avvenuto questo fatto, nell’epoca dell’avvicendarsi dei transalpini di Carlo Magno, in domini ormai da secoli acquisiti dai longobardi, rivelatisi, quest’ultimi, soccombenti nella lotta contro i franchi invasori, anche nel merito di quelle mire nazionali che già allora potevano riunire le terre italiche in un unitario progetto da perseguire con, nella penisola, ad esempio, il ducato di Spoleto e quello di Benevento che ne rappresentavano l’estensione meridionale, rivelatasi storicamente, in tale realtà longobarda, la massima estensibile.

Nell’Istoria di Brescia di Giammaria Biemmi del 1748, c’è traccia dell’avvenimento in località San Giorgio di Montichiari, come reputato accaduto proprio nei pressi di quel subentrato insediamento rurale, a sua volta, da tempo abbandonato e cadente, che vede irradiarsi nelle vicinanze il lungo filare dei tigli.

Scornato dal non essere riuscito a saccheggiare, con le sue milizie raccogliticce, il monastero di Leno, avversato dal conte Sigifredo di Brescia, da cui essere riuscito, comunque, a cavarsela, riparando a Manerbio, nelle cui macchie boschive di allora riuscire nell’impresa di tendere un’imboscata ai suoi oppositori, catturandone molti, addirittura duemila secondo la tradizione, ed ammazzandone parecchi, questo tal Odosino “prese dunque il viaggio alla volta d’un monastero ch’era edificato a Montechiaro, al quale, avendo messo il fuoco, volle rendere più orribile questa sua scellerataggine con un fatto di crudeltà inaudita: perciocchè avendo fatto ligare le mani, ed i piedi a quei duemila, che prigionieri aveva fatto nella sua mentovata sconfitta, ve li fece tutti che indarno con urli miserabili chiamavano pietà e compassione, gittare ad essere così arrostiti ed abbruciati dalle fiamme”.

L’uscita di scena di questo personaggio sarebbe avvenuta da lì a breve, ancora in zona del fiume Chiese che scorre, per altro, non lontano da questo interessante frammento di campagna monteclarense, reiterandosi la lotta con il conte Sigifredo, responsabile verso Carlo Magno di quel che accadeva a Brescia, che “(…) avendo colta l’opportunità, mentre Odosino passava il fiume Chiesio presso Asola, attaccollo con tanto di successo che di coraggio, cosicchè tutta quella moltitudine di pazzi, di ribaldi, la quale era al suo seguito, fu interamente e con non poco sangue disfatta e la maggior parte tagliata a pezzi (…)”.

A queste cronache remote, pare fondersi la storia di ciò che resta degli antichi insediamenti, compromessi al luogo in questione, sia sul piano, dove esisteva il monastero, che sulla vicina collina, dove pare esistesse una piccola chiesa, rispettivamente “San Giorgio” e “San Giorgio Alto”, per altro non lontani dal santuario mariano “Rosa Mistica”, esorbitando dall’accennato fatto storico in sé, ai quali Mario Cherubini allude, andando alle radici di questa porzione di territorio, su “PrimaBrescia” dell’11 agosto 2016, con la curiosa disamina che “(…) Grazie alle sue acque ed alle energie benefiche delle fasce terrestri, l’area è stata inserita tra i “Luoghi di Forza” dall’omonimo libro della giornalista Paola Giovetti, che la paragona a zone quali il Santuario della Guadalupe in Messico, Macchu Picchu in Perù, Fatima in Portogallo e Santiago de Compostela in Spagna. In Italia, è paragonabile, per energia positiva, a Loreto, (dove si trova la casa di Betlemme dove nacque la Madonna), Assisi, città di san Francesco e Monte Sant’Angelo (dove si trova la grotta indicata dall’arcangelo San Michele) (…)”.