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Nelle vicinanze, si allestisce periodicamente un mercatino dell’antiquariato che sembra richiamare, a proposito di questo antico castello, il suo lontano passato.

A Roncadelle, pare che questo vetusto maniero vada conoscendo una rinnovata stagione di vita, impressa nella notevole evidenza di caratteristiche mura residenziali che ne atteggiano il suo farsi a signorile presidio di una esplicita peculiarità locale.

Negli anni incipienti la seconda decade del Terzo millennio, una serie di interventi conservativi ne hanno definito l’ingentilimento di un subentrato volto esterno, nel pieno rispetto di un’architettura, tale e quale, a come era in certe fasi acquisite tipiche di un tempo.

La struttura, privata ancor oggi, come lo era ai primordi, risale ad epoche remote, nelle quali radica fatti storici, avvinti anche da accenni di vaghe leggende, a margine di avvenimenti sui quali si sono autorevolmente cimentati pure studiosi del posto, per ripercorrerne le tracce, onde restituirne i contorni a beneficio divulgativo di una pubblica conoscenza, coniugata ad un interessante spessore culturale di corrispondente consistenza.

Fra questi, Gianluigi Vernia, con il suo indimenticato volume, contenente, oltre al proprio, i contributi di Giorgio Angella, Maura Bianchi, Ornella De Martino, Luciano Faverzani, Angela Gianni, Marco Garau, Dario Grazioli, Francesco Maffeis, Nicola Poinelli, dal titolo “Il Castello di Roncadelle – dai Porcellaga ai Guaineri”, per la “Grafo edizioni”, secondo una stampa, fino a prova contraria, rimasta in vetta alle maggiori produzioni storiografiche, rispetto a questa ingente ed imponente presenza.

Il territorio stesso pare abbia implicitamente voluto assicurare, a tale massiccia costruzione, una ampia evidenza, funzionale a renderle il maggior sfoggio possibile di ciò che attiene alla sua effettiva persistenza, nel modo, cioè, in cui si rivela complessivamente nella lunga ala, denominata “Martinengo Colleoni”, pari alla facciata di tutto un fianco, a lato significativo di una sua rappresentativa quintessenza.

Il vicino parco “Cono ottico” che pure deve il nome ad un orientamento panoramico, ne consente un colpo d’occhio, mediante il distribuirsi di un’area dedicata al verde urbano dove si ergono numerosi alberi, fra percorsi utili all’uso di tale spianata, distribuita a tappeto ai piedi dell’ala a levante del castello, oltre la divaricazione del suo stesso profilarsi, al di là della bassa cinta muraria e della strada, quasi ad indurre a dettagliare, su questa piatta prospicienza, una pista di lancio, sottolineata da un largo viale pavimentato, che segue tutta la proiezione del verde pubblico, tagliandone l’intera sua portata.

In questo risalto d’immagine, aleggia la figura solenne di questa eredità promanante da un lontano passato, verso il quale, come riporta Luciano Faverzani, nell’accennata monografia, “(…) la realtà del paese di Roncadelle, del suo castello, e il rapporto esistente fra gli abitanti del paese e la potente famiglia dei Porcellaga, possiamo definirli un valido spaccato di vita dei decenni a cavallo fra il XVI e XVII secolo presi in esame. In quel periodo, infatti, il castello di Roncadelle divenne per i Porcellaga non solo una residenza, ma anche la base di partenza ed il teatro di numerose imprese banditesche delle quali si resero responsabili. (…)“.

Dall’epilogo del medesimo volume, in cui per la cura di Giorgio Angella, si stempera un affresco d’emozioni, per il tramite della testualmente scritta “Conversazione con Ercole e Carla Guaineri”, quali, autorevoli interpreti del luogo, come intervistati per la stampa del libro, in qualità dei referenti dinastici del prestigioso immobile, pare, fra l’altro, scaturire un ulteriore rilancio di questa realtà locale che attinge, pure da tali pronunciamenti, la perdurante consegna dei contorni che vi risultano intrecciati, fra la dimensione storica e quella di tutto un indotto, a vari livelli, compenetratosi in una convivenza di molteplici caratteristiche, assimilate entro il comporsi di stratificazioni plurali: “(…) Un tempo, nostro padre ci fece conoscere la storia della dama murata nel camino. In una sala del palazzo, chiamata il Salotto veneziano, sussiste traccia di un camino murato secoli fa; si dice che sia la tomba di una bellissima donna, che una crudele rivale, per gelosia d’amore pare, fece uccidere dopo un ballo. E forse la donna giace davvero dietro una sottile parete di mattoni, il viso contratto dall’orrore, e forse indossa ancora l’abito da ballo e i suoi preziosi gioielli… E’ una leggenda; basta, invece, passeggiare nelle sale del pianterreno, tutte dipinte dal misterioso genio di Giovanni Merati per incontrare, non fantasmi, ma sensazioni che non appartengono al nostro presente. Se guardiamo le scene dipinte (alberi, paesaggi, piccoli uomini a caccia, pastori, villaggi), tutto sembra, d’un tratto, animarsi; un vento festoso, brezza di primavera, scompiglia gli alberi e le foglie, una luce lacustre indugia sui colori, li rende pallidi, acquatici. Allora, è facile farsi prendere dall’emozione del tempo che passa, della storia svanita di uomini che, come noi, qui hanno passeggiato e vissuto. Solo la memoria ci viene in aiuto e ci disegna pochi, un po’ slegati, frammenti. (…)“.