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A cosa serva il campanile, lo svela tale quadrangolare sommità, per mezzo di una lapide che vi è saldamente impressa.

Nell’antica abbazia di Maguzzano, un punto di contatto può essere rappresentato da tale epigrafe, a caratteri cubitali, che, di tutto un assodato insieme, rivela quella peculiarità che collima con la possibile fenditura entro il lungo passato che la contiene.

Quel passato d’origine medioevale, per questa sede claustrale, che esplicita, in latino, l’iscrizione su un lato del proprio campanile che si rivolge ad un affaccio progressivamente degradante verso la direzione di una notevole immedesimazione spaziale, con il proprio strutturarsi innanzi alle amene attrattive paesaggistiche di un lacustre nesso territoriale.

In vista lo specchio del lago di Garda, di rimbalzo fra l’entroterra di Lonato ed il suo Lido, l’abbazia si proporziona in una propria prospettiva, piuttosto dominante in quota collinare, anche ritenuta parte di odierni itinerari ciclopedonali, subentrati in uso a farne una meta eventuale.

La chiesa, esternamente contigua, a questa realtà claustrale, sembra scivolata in fondo ad un enorme terrazzo in altezza che, con tanto di elegante balaustra marmorea, pare un affaccio a distanza verso l’iride d’acqua e di cielo che tratteggia la linea, sullo sfondo basso, dell’orizzonte dove si adagia il lago.

Annesso a questa chiesa, anche uno slanciato campanile, tozzo nella sommità, con il proprio vano apicale interessato ad eleganti coppie di bifore, che, al concerto delle sue campane, sembra abbia ad offrire pure la spiegazione delle percussioni sonore dei bronzi altalenanti, nel loro diuturno farsi sentire, secondo l’iscrizione accennata che ne spiega l’attinenza con una pratica ancora osservata: “Vox campanae / Vivos clamo / Mortuos ploro / Horas nuntio / Festa decoro”.

Questo enunciato, in tutta evidenza, per via dell’intreccio espressivo delle vibrazioni, offre natura metaforica di voce, al manifestarsi delle campane in azione, esplicandosi telegraficamente, sull’epidermide della medesima struttura parallelepipeda che le contiene, mediante l’appello che, con tali sonorità, si chiamano a raccolta quelli che sono vivi, andando pure ad interessare i defunti verso i quali, la stessa modalità, va commemorandoli in una sorta di pianto compunto nelle note che si librano nell’infinito ove, nel cielo, si reputa nel paradiso la dimora desiderata, mentre, in un concomitante richiamo terrestre, dall’ondeggiare sonoro dei medesimi bronzi, scaturisce pure l’indicazione del fugace passaggio delle ore, indicate nei rintocchi metallici, come pure il profondersi incalzante di note concertate per corredare momenti di festa comunitari.

Notizie, sulle remote origini di questo sito religioso, si trovano, fra l’altro, nell’antica opera storiografica di Giuseppe Solitro, dal titolo “Benaco”, nella quale, a riguardo, si legge, che: “(…) Sulla fine del Nono secolo, in Maguzzano – in comune di Lonato – in deliziosa posizione, sull’alto di un poggio, in vista del lago, i seguaci di san Benedetto erigevano un monastero, uno dei più cospicui della regione per privilegi e ricchezze. (…)”.

In tale solco monastico, pare abbia percorso un tratto della propria strada anche il poeta maccheronico Teofilo Folengo (1491 – 1544), noto, fra i vari estrosi pseudonimi, anche come Merlin Cocai, monaco benedettino, con una lunga sbandata di vari anni fuori dall’ordine stesso, ma alla fine, riammesso in seno alla medesima famiglia religiosa e, comunque, conosciuto più per i suoi scritti che, per quanto se ne sappia, per una testimonianza additata a rimarchevole esempio di vita consacrata.

Nel merito di tale avventuroso personaggio, conosciuto anche per sua personale la licenza poetica in deroga ad un’ingessata e canonica stilistica, l’opera storiografica menzionata ne tratteggia una citazione, specificando che “(…) Nel convento di Maguzzano pare abbia dimorato frate Teofilo Folengo, più comunemente conosciuto col nome di Merlin Cocai: Nomine Merlinus dicor, de sanguine Mantus, est mihi cognomen Coccaius Maccaronensis. Nella cella che si vuole sia stata abitata da lui e che oggi più non esiste, scrive il Bettoni, che furono trovati scritti di sua mano, questi versi, evidentemente diretti contro l’abate del monastero: Chi vuol provar dell’inferno il supplizio, vada sotto villan posto in offizio (…)”.

Il volgere di alcuni secoli e questo luogo, per altro, sottoposto ad un non indifferente periodo di soppressione, è stato attraversato da altra personalità d’eccezione che esorbita dal mero contesto di tale contatto, brillando, per così dire, di luce propria.

Aveva, infatti, fatto notizia la visita di Gabriele d’Annunzio ai religiosi allora ivi presenti, nella fattispecie dei “trappisti”, ovvero “Cistercensi della stretta osservanza” che, nella sequenza delle titolarità afferenti la struttura religiosa, avevano anticipato, seppure in una soluzione temporale di non continuità, gli attuali “Poveri Servi della Divina Provvidenza di don Calabria”.

Fra le cronache dell’epoca, l’ombra dannunziana restava impigliata, in questa realtà cenobitica, secondo quanto, fra l’altro, riportava “Il Giornale d’Italia” del 28 settembre 1922: “D’Annunzio diventa francescano. Ai miei fratelli in Gesù Cristo “Nunc et Semper”. Gabriele d’Annunzio in questi giorni ha visitato l’antica abbazia benedettina di Maguzzano, sede, ora, dei frati trappisti algerini. Egli ha dato alla sua visita il valore di essere la prima dopo la sua infermità. Il poeta si è mostrato assai devoto; si è genuflesso in chiesa ed ha baciato con deferenza il bellissimo crocifisso bizantino. Nella conversazione umile e affettuosa coi monaci ha mostrato il desiderio di avere con essi rapporti frequenti e aggiunse di voler essere considerato come un terziario francescano. Argomento principale della conversazione fu la sua dichiarazione di riconoscere che non tutte le sue opere sono buone e di volersi adoperare a rimediarvi con opere di bontà. Infine, il poeta ha offerto ai monaci la sua fotografia con questa dedica: “Ai miei cari Fratelli in Gesù Cristo Nunc et Semper”.”

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