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A cielo aperto, sotto ritagli di chiome svettanti ad ombrello e sopra il suo svilupparsi nella superficie irregolare di una pianura che qui si ascrive ad un percorso fra campi coltivi, attraversati lungo i margini di quanto, in parte, li incornicia, anche secondo spalti emergenti di una certa misura.

Poco distante dal campanile di Padernello e dalla sua, probabilmente, ancora più famosa “Osteria Aquila Rossa”, ha dimora una scheletrica creatura serpiginosa che, altro non è, che un ponte idealmente consacrato all’intento che lo ha ispirato.

L’opera, in sé, è pure gravida di quella gestazione storica che, per chi vuole, sa partorire elementi storici fascinosi di prim’ordine, come il porsi a netta reminiscenza evocativa di una antica strada romana, come anche di certi trascorsi medievali, altrettanto, se non di più, sfuggenti, circa una remota esperienza, in loco, di donne dalla vita in comune, sullo sfondo vagheggiato di un abbraccio religioso, naturalmente, in origine, pagano e poi cristiano, con la dedicazione a San Vigilio di un dato ambito consacrato, anche secondo quanto pare resti, tuttora, a testimoniarne il rivendicato nesso di un nome, presente nella zona, secondo un riferimento di primo piano.

A tale santo è, infatti, dedicata l’opera bipartita del compianto artista laudense Giuliano Mauri (1938 – 2009), nella fattispecie di un paio di ponti contigui, laboriosamente impiantati nel territorio agreste alla periferia di questa frazione di Borgo San Giacomo, erigendoli nella soluzione statica che è materialmente proporzionata, in piena natura, da tronchi e da legni intrecciati, già di per sé, come scelta compositiva, sviluppati a metodica allusiva di un sacro rispetto verso l’ambiante stesso, entro cui il manufatto si protende, attraversando una rigogliosa macchia boschiva, lambendo alberi d’alto fusto, superando cespugli e sterpaglie spontanee e nel valicare una roggia, ancora dispensatrice di acqua, che compenetra, nel suo elemento primordiale, il racconto di un’opera in legno di castagno, che vuol metaforicamente essere intesa ad interprete del possibile dialogo fra l’uomo e la natura.

Quest’opera che risale al 2008, è presidiata da appositi cartelli, recanti la sommaria indicazione che si è dinnanzi ad un esempio di Arte in natura. Ponte San Vigilio. Opera di Giuliano Mauri. “Sono carpentiere, costruisco scale, mulini, case, ponti, giostre, cattedrali, fiumi, isole, boschi, cieli”, ispirandosi a quella libera licenza, poeticamente creativa, mediante la quale un artista trova da poter personalmente esprimere la autopresentazione che più gli collima.

Alla stregua, un’altra, più diffusa, proposta di lettura si erige in prossimità della medesima infrastruttura, andando, in un cartello, a specificare, fra l’altro, in capo all’autore, che: “(…) uno dei concetti fondamentali della sua poetica era il “dare corpo a questa fratellanza che esiste fra il luogo e la sacralità della terra e di questi elementi che si innalzano che sono gli alberi. In questo, c’è tutta la filosofia del mio lavoro”. A Padernello, l’essenza della poetica di Mauri è pienamente percepibile attraversando il Ponte di San Vigilio, costruito nel 2008 e innestato sull’antico limes romano n. 44 della centuriazione augustea. Circondate da un boschetto, le due architetture naturali sono realizzate con tronchi e polloni di castagno, intrecciati ed uniti con chiodi e fili di ferro. L’opera, l’ultima ad essere realizzata dall’artista, segue il ritmo delle stagioni, e per questo è in costante evoluzione; non si propone per la sua utilità – anche se consente di attraversare una roggia – ma per aprire uno spazio in cui l’uomo può accedere al colloquio con la natura e con il tempo”.

Una contestualizzazione che si lega a poter allargare la percezione di tale esperienza anche estendendola agli sbocchi di passaggio immediatamente vicini, come, ad esempio, il proseguire a piedi nel parimenti indicato “sentiero delle chiuse”, quale allusione all’irrigazione locale che, effettivamente, modula il territorio su quote differenti, consentendo il camminare “stretto” in circoscritti camminamenti, a passaggio fra i confini intercorrenti tra gli appezzamenti agricoli e le arterie veicolanti l’acqua irrigua, nella promiscuità di una spontaneità autoctona, ove possibile, nella sua manifestazione, quindi, naturale, e l’impronta produttiva dell’uomo, attraverso i segni evidenti che sono espressi nella predominante dimensione operativa di una prerogativa rurale.

Tutto questo, indipendentemente dal noto e vicino castello che, a differenza del ponte accennato, prende il nome dalla località stessa nella quale è da secoli ubicato, quasi come se una tale storica attrattiva possa conoscere, nelle vicinanze, un’altra significativa traccia, nei pressi del proprio profilo quattrocentesco, che, in un condiviso tessuto culturale, non sia di una certa qual invalsa e coeva architettura costitutiva.

Ciò che sembra, comunque, porre in armonia le due opere, entrambe presenti a Padernello, come rispettivamente rispondenti ad un proprio motivo di realizzazione da parte dell’uomo, apprezzabili in relazione all’esplicarsi di finalità differenti, è quella sintesi di assonanza per generi compatibili, pure, nella complessità di elementi fra loro distanti e contraddistinguenti.

Questi due tronconi del “Ponte San Vigilio” sembrano rispettare la soverchiante ombra del famoso castello che seguita a rappresentare la località in questione, per via dell’essere la sua maggior e conclamata caratteristica dominante, essendo che paiono, anch’essi, opera antica, fatta con materiali di un tempo, certosina opera di intreccio compiuta nell’economia spartana di una eccellente robustezza possibile, sia ingegnosa che essenziale, atta a valorizzare quanto di diretta emanazione della disponibilità di una natura che permane nell’opera stessa, con il suo respiro vitale, quale poesia di una atavica coesistenza primordiale.