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Nobile sta alla famiglia, come, in un altro caso, sta, invece, al cognome del protagonista del noto dirigibile, naufragato tra le latitudini artiche.

Questo ed altro, in prossimità dei residui castellani di Rovato, nel senso che, una lapide del centro storico ricorda la partecipazione di un tal rovatese, Attilio Caratti (1895 – 1928), all’avventurosa impresa di Umberto Nobile ed, in un’altra, si ricorda, pure nei pressi, che in tale porzione dell’antico abitato, fosse nato da “nobile famiglia” e sia chiaro, l’illustre artista Alessandro Bonvicino detto il Moretto (1498 – 1554).

Si tratta di alcuni reperti parlanti che risultano incastonati fra le antiche mura di questo grosso centro della prestigiosa Franciacorta, quale somma di località bresciane che includono pure tale estesa cittadina che, fra le caratteristiche attribuite a questo territorio, si distingue più per la tradizione allevatoriale e gastronomica del “Manzo all’olio”, da cui la correlata manifestazione fieristica, a folcloristica cadenza annuale, di “Lombardia Carne”, più che per altre risorse, come quelle vitivinicole, presidiate maggiormente dalle località maggiormente collinari che ad essa sono limitrofe.

Ad ulteriore distinzione, si profilano in loco anche le tracce di un castello, del quale si è inteso tenerne conto, nell’ambito di un oltremodo datato e riuscito intervento urbanistico, risalente alla prima metà dell’Ottocento, come recita una targa esplicativa, collocata a due passi dalla sede comunale, pure nelle vicinanze della scuola elementare, in relazione al fatto che “Contemporaneamente alla nuova piazza del mercato, progettata da Rodolfo Vantini, anche gli spazi intorno al castello trovarono una nuova sistemazione. Come si era fatto a Milano e a Brescia dove le antiche fortificazioni medioevali venivano attrezzate a verde o sostituite da viali di passeggio, anche a Rovato si pensò di riorganizzare l’antico terraglio: la spianata che era tenuta sgombra da costruzioni per esigenze di difesa bellica e che circondava le mura visconteo-venete. Fu in questo contesto che venne redatto un progetto di riordino di grande respiro, redatto nel 1837 dall’ing. Lodovico Martinengo. Il progetto di questo passeggio prevedeva la sistemazione del terraglio che circondava il castello e, con opportuni movimenti di terra, si è potuto ricavare un comodo viale pedonale, alberato da ippocastani e platani, che circonda ad anello il vecchio borgo murato”.

Un profondo fossato, su cui incombe una lunga cinta muraria, è alla base di un declivio erboso prospiciente, sulla sommità del quale si dipana la superficie sinuosa di un parco pubblico, sul piano del quale è possibile scorrere in visione l’epidermide sporgente e brunastra delle alte mura compromesse alla contraddistinguente presenza del castello, rispetto al quale sopravvive anche la struttura, proprio nel bel mezzo di questa parete a correre lungo un lato della fortificazione, che corrisponde ad un antico passaggio, disciplinato a varco, tipico di un correlato ponte levatoio.

Una ventina, le brune pietre grezze, quasi fosse una vagamente similare protuberanza nuragica, che si pongono ad elevazione in altezza di questa imponente muraglia, nel punto dove i due torrioni superstiti si proporzionano in tali evidenti elementi portanti, insieme ai vicini sprazzi di muratura che denotano, invece, altri tipi di grossolani inerti, esponenzialmente commisurati al pietrame, proveniente da campi agricoli bonificati o da letti di rogge o di fiume, come, per altro, vi seguito ad esservi evidenti.

Un legame autoctono, per questo voluminoso innalzamento, che echeggia antichità all’unisono con altre costruzioni attigue che pure medioevaleggiano in architetture tipiche, a margine delle quali, emerge anche la casa dove era nato lo stimato pittore Girolamo Calca (1878 – 1957).

A rimandare all’arte pittorica, nella forma, pure praticata da questo affermato autore locale, è la pittura murale recante un leone, nella facciata del vicino palazzo comunale, evocativa della lunga amministrazione veneta, quale simbolo di san Marco, ma anche significativa, per via dell’epigrafe correlata all’immagine stessa, della “Regia Pretura”, ulteriormente allusiva dell’importanza di questo centro, per via della sua stessa investitura amministrativa.

Segni interessanti di queste stratificazioni sono, fra gli altri, anche rappresentati, dallo stemma marmoreo del Vicario, Portulaca, risalente al 1491, come, tale antico emblema araldico sfoggia anch’esso in prossimità del leone accennato, costituendo anche un aspetto di menzione fra le pagine dell’enciclopedia bresciana, nella quale, rispetto al luogo in questione, si precisa, fra l’altro, che trovasi accertata l’ubicazione del Comune già nel 1490, “(…) in contrada della fossa di mezzo e cioè nella sede attuale quando ormai erano appena finiti i lavori della nuova fortezza veneta (1470 – 1485) sotto la guida dell’architetto Borella, al quale si deve forse anche il progetto del palazzo stesso (…)”.

All’effettivo dispiegamento di questa struttura difensiva, subentrata ad altra pre-esistente fortificazione teatro di scontri nell’area medesima, come, ad esempio, nelle lotte fra guelfi e ghibellini, paiono, fra l’altro, ricondursi anche alcune palle di bombarde, divenute, in seguito, materia per concorrere a sostanziare la muraglia predetta, dalla quale tali reperti prorompono in una rotondità sferica, gomito a gomito, con tutt’altre pietre a vista, ruvide compenetrazioni che sembrano interpretare in altro modo la robustezza di quel ferro a cui, il vicino monumento alla Marina Militare, procede metaforicamente a celebrare, mostrando targa, con in rilievo, la “preghiera del marinaio”, a riguardo di una perseguita difesa, costituita da “(…) petti di ferro più forti del ferro che cinge questa nave (…)”.