Venezia, gennaio 2021 – Mancavo da troppo tempo. Mesi. Più probabile anni. Ho scelto una giornata limpida e fredda di gennaio per ritrovarmi avvolta da questa atmosfera di dolcezza desueta. Capricciosa e nostalgica. Bastano pochi minuti per esserne stregati.

Venezia è ancora più bella, se è possibile dire questo, se vista e vissuta dall’acqua. In laguna la lentezza è un lusso che ci si può concedere. Nel nome di una naturalità divina.

Da Piazzale Roma a Torcello, questa la mia meta, navigando per “guardare” e per “sentire”, ci si mette su per giù un’ora e mezza.

Il fluire del viaggio penetra nell’anima e in qualche modo chiarisce la mente. Idee e sensazioni che albergavano dentro di me fino a qualche minuto prima, improvvisamente mi lasciano. Altre arrivano.  E vi si stabiliscono come pietre in un torrente. Sarà difficile, anche nei giorni successivi, lasciarle andare.

Non so voi, ma io ho sempre avuto bisogno di uno “spostamento” nello spazio per aprire il cuore e chiarire la mente. Può essere un viaggio, ma spesso è sufficiente una camminata. O ancora meglio, una navigazione.

Il Saga 20 di Roberto procede sereno alla sua velocità di crociera, 6 miglia. Lento al punto da permettermi di cogliere il senso di ciò che vedo. O anche solo intuisco.

La pandemia e l’inverno rendono immobile la laguna. Per la prima volta, dopo decenni, incontro solo barche a remi. Mascarete, sandoli perfino una caorlina. Ci voleva il Covid per poter tornare a vogare come un tempo.

I vaporetti sono pochi, taxi non se ne vedono, persone in gita neppure. Le Dolomiti, a 150 chilometri in lontananza, si specchiano immobili nell’acqua. Uno stormo d’oche selvatiche si dirige verso la laguna sud. Sono in perfetta formazione a V. Collo lungo, ali tese nello sforzo e nell’ansia dell’arrivo. I cormorani stazionano sulla sommità delle paline e scrutano la laguna. I gabbiani sono incredibilmente silenziosi. E’ una magia.

Lasciamo alle spalle l‘isola di San Michele con il cimitero cittadino: lì ho nonni e zii. I miei genitori invece riposano al Lido.

Di solito qui la laguna è mossa come un mare in tempesta per via di un traffico insostenibile. Il Covid l’ha trasformata in uno specchio d’acqua immobile, appena increspata da un leggero e gelido venticello che viene da Nord.

Alla colonna di Murano incrociamo la barca della Guardia di Finanza: poiché siamo l’unica barca a motore in circolazione, ovviamente ci fermano. Un veloce controllo che non rovinerà la giornata.

Verso Burano, con il suo campanile storto che ci accoglie in lontananza, l’aria diventa immobile. Appena prima, un’isola abbandonata: appena prima, venti, trent’anni fa, era davvero un’isola. La ricordo bene. Oggi è un cumulo di macerie e sta scomparendo. La laguna se la sta mangiando, poco a poco, erodendo le rive.

Da Burano a Torcello è un soffio. Ci arriviamo da Mazzorbetto, l’isolotto di fronte a Mazzorbo dove vivono  4 abitanti residenti. Una delle mie fantasie da ragazza era quella di venire ad abitare qui. Sarebbe stato un vero azzardo visto che ci si arriva solo in barca.

Qualche coraggioso comunque c’è. Qualcuno che ha subito il fascino del remoto e ci viene per il fine settimana o pochi giorni in più. Ci ha vissuto, abbastanza stabilmente, anche il grande allenatore argentino Helenio Herrera con sua moglie Fiora Gandolfi. La loro casa è una delle più belle di questo angolo remoto.

Ci passano molti giorni di tutte le stagioni, due amici veneziani. Veterinaria lei, banchiere in pensione lui. Vengono qui per respirare bellezza e solitudine. E per nutrire un  folto e magnifico gruppo di gatti randagi. Tutti rossi o soriani: li ho visti allegri sul pontile in attesa del rancho quotidiano.

A Torcello ho un appuntamento. Ci aspetta Paolo Andrich, nipote di Lucio Andrich e Clementina De Luca. Due montanari, il primo di Agordo la seconda di Borca di Cadore, che si sono lasciati ammaliare dalla laguna e qui hanno vissuto beati la loro arte e il loro grande e burrascoso amore.

Paolo ha avuto coraggio a farsi carico della loro eredità. Vive qui da solo, o meglio con Ettore, un cane corso adottato quando aveva 1 anno da un canile del sud. Oggi ne ha 8, sorride sempre, ha più coraggio ed è buono come il pane.

Paolo si occupa con devozione della casa degli zii e l’ha trasformata in un museo “aperto” e in un luogo dove accogliere turisti dal palato fine. Quelli che non si accontentano di Venezia. Ma che vogliono arrivare lì dove la città è nata e ancora pulsa e davvero vive. Tre camere dallo stile spartano che si affacciano sulla palude della Rosa da dove l’occhio corre verso Cason Montiron, là dove ti immagini l’ultimo scorrere del Sile. Sullo sfondo, l’intero arco delle Dolomiti.

Una vacanza fuori dalle regole, circondati dalla natura e dall’arte di Lucio e Clementina Andrich. E anche da molti oggetti – ceramiche, tessili, occhiali, cuscini, vestiti e giacche – che Paolo Andrich realizza partendo dalle intuizioni artistiche degli zii. Si è inventato perfino un aceto speciale e un liquore ai carciofi che coltiva nell’orto di casa.

Alcuni fra i 1300 fra disegni, ricami, mosaici, sete, incisioni di Lucio e Clementina, avrebbero dovuto essere protagonisti di una mostra al prestigioso Museo del tessuto di Lione proprio in questi giorni. Una mostra che il Covid ha rinviato. Peccato, sarebbe stata una grande occasione per conoscere un artista molto premiato, ma che l’Italia, il Veneto e Venezia non ancora abbastanza reso omaggio.

Una scelta coraggiosa quella di Paolo, maturata nel 2003 e che fa di questo montanaro laureato in urbanistica il nono abitante di Torcello. Nove abitanti e 5 ristoranti. Non illudetevi che il turismo non sia sbarcato anche qui. Ma ci sono periodi dell’anno, al di là della pandemia, che questo resta ancora un luogo franco.

Non è facile vivere qui. Al di là della solitudine – mitigata da Hector e dalle capre che pascolano sulle barene – c’è il problema dei trasporti. Da Venezia per arrivare a Torcello, diretti, c’è un vaporetto che impiega 1 ora  mezza su per giù. Ma solo la mattina e la sera. Durante la giornata bisogna scendere a Burano e lì attendere il vaporetto per Torcello. E l’attesa non è sempre breve.

Proprio davanti a questa casa-museo, quando il freddo cala, una delle tre colonie di fenicotteri rosa che da un decennio popolano la laguna, si ferma per settimane. E lo spettacolo lascia senza fiato. Tutto diventa rosa. L’intero mondo sembra una favola.

Non ci sono oggi i fenicotteri. Se ne stanno al riparo in una delle valli da pesca che chiudono la laguna verso nord-est, lungo la via che porta a Jesolo. Lì trovano più cibo e si sentono al sicuro.

Volano alti i cigni. Il collo lunghissimo, il corpo pesante, le ali immense. Scendono sulla laguna e navigano come fossero dei re. Non è difficile vederli i cigni. Ce ne saranno ormai un migliaio che abitano la laguna, figli di un progetto di reinserimento voluto dal WWF e iniziato a metà degli anni Ottanta del 900. Sono bellissimi e così ambientati che l’anno scorso un’intera famigliola ha costeggiato il ponte della Libertà, imboccato il fiume Marzenego e sono arrivati in centro a Mestre.

Il viaggio di rientro inizia lento all’ombra della cattedrale di Santa Maria Assunta di Torcello e con una visita alla piccola e magnifica chiesa di Santa Caterina a Mazorbo.

Turista per caso nella mia città, fra le mie acque e le mie origini. Venezia matrigna è lontana. E non è solo una questione di spazio. La pandemia ha rivelato il suo deserto, le sue illusioni di poter vivere di alberghi e non di veneziani, la sua incapacità di essere ancora una città dove ci sono gli abitanti che ogni giorno la amano, la vivono, la costruiscono, le impediscono di essere solo una quinta teatrale.

Quaggiù è diverso. Dall’acqua è tutto diverso. Baciata da una luce speciale, dal silenzio e da un mondo volante, la vita sembra compiuta, conclusa, finita. In una parola, risolta. E in questa sua totale compiutezza, esaltante.