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Era il 16 gennaio di 50 anni fa, tardo pomeriggio. Jan Palach, uno studente di filosofia che aveva partecipato con passione a quella Primavera bruscamente interrotta dall’intervento dell’allora Unione sovietica, si recò in piazza San Venceslao, al centro di Praga, e si fermò ai piedi della scalinata del Museo Nazionale.

Si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. Rimase lucido durante i tre giorni di agonia. Morì il 19 gennaio. Era il 1969.

Alcuni anni fa accompagnai dei ragazzi per un incontro internazionale europeo in Boemia, lo scopo era uno di quei progetti per formare i giovani ad una coscienza comunitaria. Durante il tragitto gli parlai proprio di Jan Palach.

In quei giorni abbiamo sostato solo un attimo in piazza San Venceslao, passando tra le spalle della statua equestre del santo e il Museo nazionale.

In quella piazza che fu testimone degli eventi della primavera di Praga nel 1968 e, vent’anni dopo, della rivoluzione di “velluto” che rovesciò nel 1989 la situazione politica, scrollandosi di dosso il regime sovietico.Ho voluto raccontarlo ai ragazzi mentre cavalcavamo le verdi colline ceche. Ho voluto parlare loro di Jan Palach, narrare come fosse stata una saga nordica,  il coraggio di quello studente con una manciata d’anni più di loro che si diede fuoco sulla piazza del santo protettore della patria, sul selciato che scricchiolava sotto il peso dei carri armati russi.

Qualcuno ha incastonato una croce nell’orma del carro armato sul selciato dove Jan s’è dato fuoco.

Cosa è restato di quel gesto estremo che con Gandhi, Martin Luther King, i Beatles e Che Guevara hanno caratterizzato un’era, un’era fa che per loro, i ragazzi, è come il medioevo talmente passa in fretta il tempo nella loro generazione.

Poi cosa gli ho raccontato? Della violenza del regima che schiacciava la speranza di un popolo intero, mentre le idee di libertà di Jan friggevano sulla piazza più grande di Praga.

Cos’è rimasto oggi, 50 anni dopo, del gesto di Jan? Forte come i colori della sua terra in autunno che ora sbiadisce nei fast food, nelle slot machine e nei club che hanno invaso piazza Venceslao, mentre l’Europa rialza muri e chiude le frontiere a chi fugge dall’oppressione, dalla violenza delle guerre, lontana un anno luce da multiculturalità e dell’integrazione.

Era il 19 gennaio quando le ustioni ebbero la meglio sul corpo di Jan Palach.

Fuori sulle colline c’era la neve. C’era una quiete nervosa.  Il suo dolore ruppe il silenzio, andò oltre, oltre la terra ondulata, i campi di patate, oltre i carri armati, l’omertà e i tradimenti.

Non si spense con le fiamme, ma infiammò il cuore di migliaia di giovani oltre il confine della terra di Boemia che si ritrovarono, forse per la prima volta, “globalizzati” sulle piazze chiedendo pace, giustizia sociale, la fine delle oppressioni; comunicando con la musica della chitarra di Bob Dylan determinati a costruire un mondo migliore, poi forse tanto migliore non l’hanno costruito.

Ma anche questo per i ragazzi è medioevo.

Aveva in cuore il grido della libertà Jan Palach, quella per cui val la pena morire, quella per cui se ne sono andati in modo o nell’altro gli eroi del secolo scorso, ben diversa da quella venduta nei talk show televisivi o confusa nell’illusoria abbondanza dei centri commerciali.

Chissà se questi ragazzi che mi hanno ascoltato in silenzio sapranno far meglio di noi che li abbiamo preceduti. Chissà se sapranno costruire un’Europa davvero unita.

La mia generazione, quella che voleva parlare Esperanto, ha scritto una cosa e fatto un’altra. 

Ma loro, questi ragazzi, sono davvero europei. Sono nati europei e sono cresciuti europei. Nessuno potrà fermarli. Nessun muro. Nessuna violenza.

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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