Sotto l’ala dell’aeronautica, piuttosto che applicarsi tra le pagine dei libri, sulle quali dover, invece, stare, secondo una solita lezione da seguire a scuola, come da pragmatica. Quanto l’aeroporto militare di Ghedi fosse effettivamente prossimo a chi ne sperimentava un’ospitale accoglienza istituzionalizzata, nel corso di una determinata dinamica partecipata, pare sia stato, fra l’altro, l’elemento peculiare al retaggio didattico di un tratto di storia percorso dal liceo “Calini” di Brescia, a bilancio di un incontro ben programmato e, nel concreto, meglio sperimentato.

Ciascuno piazzato a suo modo, negli spazi adibiti alla propria differente missione, sia l’uno che l’altro contesto, procedono, tuttora, nella loro tradizione, sussistendo nel prosieguo della propria distinta missione, nello specifico ambito di azione dove, nel territorio bresciano, configurano la rispettiva sede di una diversa ubicazione.

Il punto di incontro sembra sia stato l’evento, sancito poi dalla cronaca del tempo, per il tramite della stampa locale, a proposito di una visita delle scolaresche liceali presso la nota sede aeronautica della bassa bresciana, secondo una significativa trasferta di un dato incontro, speso, per loro, in un insolito giorno, documentato dal “Giornale di Brescia” di domenica 23 maggio 1954, nel riferire che: “(…) Le ore pomeridiane di giovedì scorso sono state impiegate dagli studenti dell’ultimo corso del Liceo scientifico “Calini” in una proficua visita all’aeroporto di Ghedi. Accompagnati dal Preside e da insegnanti, gli alunni sono stati ricevuti dal Comandante del campo, col. Bacich, il quale personalmente ha voluto condurre l’attenta carovana alla scoperta di quel mondo della velocità dischiuso all’uomo attraverso il nuovo principio della propulsione a turbo getto; con lui gli ufficiali furono a disposizione e prodighi di spiegazioni. Lungo i geometrici spazi delle piste in cemento si è compiuta la rassegna di tutti quei complessi elementi tecnici che strutturano un modernissimo campo di aviazione. In un clima di estrema cordialità e gentilezza, la visita si è conclusa nel tardo pomeriggio ed ha costituito, per i visitatori tutti, un gratissimo diversivo parascolastico ed una iniziazione ad un mondo carico di suggestione anche poetica”.

Ancora quale meta da raggiungere, tale base di volo, assegnata, con la dedicazione dell’aviatore “Luigi Olivari”, ad un stretto impiego militare, aveva, in seguito, collimato sul tenore di questa sua qualificata e formale natura attrattiva, nel corso della visita ufficiale, effettuata qualche mese avanti, rispetto all’esperienza maturata sul posto degli studenti del “Calini”, da parte dell’allora ministro della Difesa, Paolo Emilio Taviani, insieme ad alcuni membri dello Stato Maggiore, in riferimento alla quale, ancora, il quotidiano accennato rappresenta, come traccia scritta, la fonte alla quale potersi rifare, per procedere a tratteggiarne l’insieme particolare che, dell’avvenimento, era stato catturato in una cronaca anche locale.

Proveniente dall’analogo aeroporto friulano di Aviano, queste figure istituzionali sembrava avessero seguito il filo estensibile di una condivisa prospettiva operativa tra i due rimarchevoli centri sensibili, preposti al monitoraggio ed alla pratica celeste di rotte invisibili, nell’esser pure esclusivamente adibiti alle forze aeree militari, lasciando di sé l’impronta data dall’edizione del 10 ottobre 1954, sul “Giornale di Brescia”, a proposito del loro fugace apparire, tra l’aperto panorama della brughiera di un caratteristico territorio di larghi panorami, esteso attorno al maggior riferimento abitato della zona, corrispondente al centro bresciano monteclarense: “(…) Il corteo delle macchine risalì verso il campo di Ghedi. Fu una visita svelta attraverso le palazzine e la brughiera, gli hangars ed i depositi di carburanti e i cascinali: una ispezione a vista d’occhio sulla pista d’asfalto immensa come un fiume e scalfita qua e là dagli strisci nerastri delle ruote dei reattori. Compiuto il giro, l’autobus della stampa, tenuto in coda, andò a parcheggiare così lontano che il ministro fu, per i cronisti, niente più di un fantasma. L’on. Taviani ed il suo seguito ripresero il posto sul Dakota ed il reattore si accese quasi subito. Alle ore 17 tutto era concluso, nel cielo di Ghedi e di Montichiari, finiva per gli avieri e per i piloti un giorno intensamente vissuto”.

Quel giorno era giunto al tramonto, ponendosi alla fine di tutto ciò che aveva rappresentato anche il profilarsi dell’imponente schieramento della “Sesta Aerobrigata”, lungo il raggio di due chilometri di una posizione occupata, pure cromaticamente costellato dalle differenti tonalità delle divise dei militari, pari al color “carta da zucchero” degli indumenti ed al fazzoletto rosso contestualmente indossato che, da altri partecipanti, era sfoggiato nella variante, invece, blu e gialla, mentre, se, per il titolare del dicastero in visita, pare si sia trattato di poco più di un’apparizione, quasi evanescente, un altro fatto riportava l’aviazione militare, tra i contorni giornalistici di un tangibile e dirompente avvenimento, capitato ancora durante la china di passaggio di quegli anni Cinquanta, presi qui a riferimento.

Il balzo in là di qualche mese e, nella primavera seguente, fra i fatti di rilievo dove l’aeronautica militare squarciava lo spazio del comprensibile impossessarsi di una pubblica visibilità ad effetto, ecco che, tra le pagine dell’allora unico quotidiano bresciano, licenziato in stampa il 31 marzo 1955, si riferiva a riguardo di quanto era drammaticamente annunciato nel titolo di un apposito articolo: “Un reattore precipita su un camion militare – Morti il pilota e i tre occupanti dell’automezzo”.

La disgrazia, accaduta nel Triveneto, pare comunque porsi nell’eco omogenea di una compagine d’ugual matrice, per gli agguerriti mezzi aerei di stanza anche nei centri appena sopra accennati, in modo che tutto il loro comparto fosse, in modo univoco, ferito da tale fatale contingenza, avente un effetto tristemente impattante anche nella composita realtà delle basi aeree militari diffuse altrove, rispetto al luogo di questo doloroso incidente, descritto nelle poche righe dove se ne riferisce la proporzione, mediante una dettagliata ricostruzione: “Udine 30 marzo. Oggi pomeriggio un aereo a reazione appartenente all’aeroporto di Treviso e che partecipava ad esercitazioni di collegamento con truppe in zona , per cause imprecisate, giunto nel cielo di Spilimbergo, perdeva quota e quindi precipitava a 600 metri dall’abitato sulla strada in località “La Favorita” proprio nell’istante in cui un camion militare carico di carburante stava transitando. Il reattore si è completamente disintegrato e pezzi dell’apparecchio sono stati rinvenuti a mille metri di distanza. Il camion si è incendiato. Nel grave incidente sono periti il pilota dell’aereo ed un sergente maggiore e due soldati che viaggiavano sul camion. Una parte del motore dell’apparecchio dopo un volo di oltre un chilometro dal punto della caduta è andato a sbattere contro il muro di una casa forandolo parte a parte. E’ stata aperta un’inchiesta”.