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In faccia al 1846, ci si rivolgeva all’annata, appena lasciata alle spalle, con i versi “(…) Già immemori di te, noi col seguace anno corriam la via, lieti dei dì sereni e delle notti limpide, lucenti, benchè non punto ignari che può mutarle un variar di venti (…)”.

Era proposto, a firma di un tal “P. Fs. Ambrosoli”, un approccio all’anno entrante, in un commiato con il 1845, sulla prima pagina della “Gazzetta della Provincia di Pavia” di “sabbato 3 gennaio 1846”, in capo alla quale si appuntava, tra le notizie dell’ultimo scampolo del mese di dicembre, che “Proveniente da Firenze per la via di Bologna e di Rovigo, è giunto in Padova, la sera del 23 corrente, Sua Maestà l’Imperatore di Tutte le Russie, col suo seguito, onorando, nel giorno susseguente 24 corrente, questa città, serbando il più stretto incognito sotto il nome di “generale Romanoff”.

A differenza di questo presunto anonimato che, intercettato lontano dai luoghi interessati al viaggio stesso dello zar Nicola I (1796 – 1855), era pure ridimensionato nella visibilità addirittura acquisita da un giornale locale, era ciò che, invece, si palesava, senza alcun velo di infingimento, nella tradizione connessa alle suggestive figure popolarmente intese nel loro riproporsi con il periodare dell’Epifania, quando, già allora, fra le pagine della medesima edizione giornalistica, si procedeva documentando questa vulgata caratteristica, con il commentare che “(….) Quel che altrove dicono della befana, lo si dice in Lombardia dei Re Magi. Passando nel lor viaggio la notte dell’Epifania, depongono alle porte ed alle finestre delle case, i presenti per i fanciulli.

Ma oramai queste baje non si raccontano più ai nostri ragazzi, come le altre, dei morti, delle streghe, e degli spiriti folletti. E questo è bene. Chè, fosse anche a buon fine, non si vogliono insinuare nelle menti infantili errori e pregiudizi. Forse ci ha perduto la poesia di quella età, ma ci ha guadagnato la ragione e la buona morale. Del resto, il nostro secolo ha cambiato tante cose, ci lascia ancora il costume dei regali, e dei buoni auguri. In questi giorni, è un comune affaccendarsi, e scambiar doni, e strenne, e visite, e felicitazioni. Sono poi segni di vero affetto o fredde pratiche di cerimonia? (…)”.

Parole, separate da ben oltre lo spazio di un secolo e mezzo, se poste in relazione al tempo presente, ma che, siglate da un non meglio precisato “R”, denotano sorprendentemente ancora tutta la loro attualità, in quanto che, anche ora, potrebbero essere espresse motivatamente, pure a riguardo della emblematica portata immaginifica di quel leggendario deposito collettivo in cui si situa tuttora la consapevolezza che, ormai, non ci si prodighi più nell’interpretarla al modo in cui, invece, si intuisce a tutta verità che si facesse prima, in remote generazioni antiche che pare non manifestassero la necessità dell’esplicita ammissione disincantata del palesarla finta o dubbia, in renitenti aderenze ambigue.

Già, in quella prima metà dell’Ottocento, retrodatando il semplice passaggio di un triennio, rispetto all’accennata pubblicazione pavese, ed attraverso un altro giornale lombardo, la ricorrenza dell’Epifania aveva ispirato un’analoga rappresentazione, nel merito di quel folclore popolare che asseverava una sentita tradizione, come, in questo caso, tale eredità di usi e costumi, era stata raccolta dal “Giornale della Provincia di Bergamo”, editato proprio in data 6 gennaio, come ricorrenza raggiunta in quel lontano 1843, dando, di quei frangenti, la diretta visione di come si interpretasse la “Befana. Così chiamasi in molte parti d’Italia quel fantoccio di cenci che portano la notte dell’Epifania, detta per corruzione befania, e che, nel giorno di questa solennità della chiesa, i fanciulli e le donniciuole sogliono porre per ischerzo alle finestre.

Chiamasi pure con tal nome dalla fantesche e simili femminelle, quella larva, buona o cattiva, che credono, o danno a credere ai fanciulli, venire nelle case per la tromba del camino, la notte che precede l’Epifania. Esse consigliano i ragazzi ad appendere calze, canestri ecc. acciocchè le befane le riempiano di roba buona o cattiva, secondo che essi si sono bene o male comportati.

Della befana si fa più volte menzione dai nostri migliori scrittori. Il Varchi la descrisse cogli occhi rossi, le labbra grosse ed il viso furibondo. Questo personaggio immaginario, dice il Moroni, produce nei fanciulli due effetti portentosi, il timore cioè e la speranza, perché castiga e premia.

Si dà loro a credere che la befana nella viglia dell’epifania, all’ora di mezzanotte porti i donativi, ch’essa è tutta nera di carnagione, che viene di lontano e discende giù per la cappa dei camini con rumore e spauracchi. Roma, tra tutte le città d’Italia è forse quella dove si fanno le più strane cose in tale ricorrenza.

Udiamo il Moroni, scorta più sicura che le estere enciclopedie: – Nella sera del 5 gennaio, dic’egli, precedente la festa dell’Epifania, secondo l’inveterato costume, si vedono entro i casotti e nelle botteghe delle piazze più frequentate, varie figure di ragazzi travestiti da donne col volto tinto di nero, con la bautta in testa, con una lunga canna nella destra e con una lanterna nella sinistra, rappresentando la così detta befana.

Ai loro piedi si vedono gran canestri di dolci, di pomi e di frutta, ed appese sul loro capo calze ripiene di robe diverse. Si vuol credere dalla maggior parte dei fanciulli essere ivi appese quelle calze a bella posta o di donativi in premio ai virtuosi, o di carbone e di cenere, in castigo ai viziosi -(…)”.

Nel taglio dato al tema, si delineava un analogo attivarsi, fra la gente friulana, nella calamitata ispirazione verso un dato aggregarsi, certamente correlato alla percezione di un appuntamento rimarchevole da rispettarsi, ma ancor di più, effettivamente percepibile nell’intreccio di un’enigmatica coincidenza, fra una ricorrenza religiosa ed il suo stesso indotto, avvolto da un mistero paganeggiante, da interpretarsi nelle modalità tratteggiate da quanto testimoniava, fra l’altro, un certo “Dall’Ongaro”, in un suo scritto apparso su “La Favilla – Giornale Triestino”, risalente all’Epifania del 1839, in relazione alla quale data, tale mezzo di informazione, era stato pubblicato: “(…) Nel patrio Friuli, la vigilia dell’Epifania è celebrata non da fanciulli soltanto, ma da tutta la gente dei villaggi in varia maniera.

S’innalzano cataste di legna a mò di pire sulle pendici, e sul vertice dei monti, in mezzo alle pianure ed alle valli; e le brigate s’accolgono intorno a que’ roghi, che sul far della notte si accendono, e dividono una grande focaccia votiva, e gli anziani traggono gli auguri, dal moto delle faville crepitanti nell’aere.

E’ un bello spettacolo a vedere, da un’eminenza, quei fuochi sparsi, e le affocate facce degli addensati coloni; lo diresti un esercito attendato, e vegliante intorno a militari bivacchi. Ma tutto questo non ha a che fare colla Befana, se non per la notte in che avviene. (…)”.