a cura di Luca Bozzoli

Brescia – In questo testo ho provato a ricostruire parte del percorso che ha portato alla realizzazione de “La bellezza resistente“, spettacolo teatrale che venerdì 18 marzo è stato rappresentato al circolo Radio Onda d’urto di Brescia. Lo spettacolo alterna brani di recitazione, fotografie e storytelling hip hop ed è un’opera di AttriceContro (Alessandra Magrini) e dell’MC romano “Il Nano” ispirata ad un lavoro di Valerio Nicolosi e Daniele Napolitano. Racconta il viaggio a Gaza di Valerio, Daniele e di Emiliano “il Nano” durante il quale, insieme con altri cooperanti, sono entrati in contatto con diverse persone coinvolte nel conflitto israelo-palestinese spronandole a raccontarsi, a raccontare il proprio quotidiano di studenti, artisti, cantanti, infermieri, impiegati, …

Per l’esposizione ho privilegiato un ordine tematico perciò le voci che ho raccolto spesso assumono la forma fittizia del dialogo pur trattandosi in due casi di materiale frutto di conversazioni, distinte, con i protagonisti del progetto “La bellezza resistente” e in un terzo di estratti dal libro “Be a filmaker in Gaza” di Valerio Nicolosi che ha ispirato lo stesso progetto.

Distinguerò tra la rielaborazione del colloquio con Alessandra Magrini (AM), la rielaborazione del colloquio con Daniele Napolitano (DN) e i brani da “Be a Filmaker” in Gaza (virgolettato).

Gaza1AM. Lo spettacolo La bellezza resistente nasce da una lettura, un libro di Valerio Nicolosi con foto di Daniele Napolitano: Be a filmaker in Gaza.
Il libro è un diario che Valerio ha scritto nei giorni in cui insegnava filmaking a Gaza. Mi ha colpito il suo approccio a quella realtà e insieme al Nano, MC hip hop, abbiamo voluto metterlo in scena e raccontarlo in giro per l’Italia.
Il libro parla di coloro che vivono a Gaza in una condizione di assedio costante e della loro esigenza di reagire a quelle contingenze con una risposta che non sia quella abituale, quella della lotta armata, ma con un’altra che si produca stavolta come resistenza culturale. Per questo abbiamo scelto come titolo La bellezza resistente. Perché la resistenza può prodursi come linguaggio, espressione e bellezza. In questo senso hip hop, parkourismo e filmaking sono forme di reazione.

«La resistenza qua passa attraverso tanti piccoli gesti quotidiani. Fare l’infermiere è resistenza, fare il pompiere anche, avere un negozio è resistenza. Continuare quei gesti normali, in ogni forma o tipo di lavoro, è resistenza» (Be a Filmaker in Gaza).

AM. Il nostro teatro è una scelta militante. Affrontare questi temi e provare a suscitare momenti di riflessione nei luoghi in cui li portiamo è un modo che, come artisti, ci fa sentire al fianco di chi in quelle lotte è coinvolto materialmente, di chi è in gioco col proprio corpo.
Anche noi paghiamo il nostro prezzo per stare nella lotta ma non è mai tanto alto quanto quello che tocca a loro. Noi abbiamo vite diverse, al di fuori dei nostri lavori possiamo essere militanti o meno ma non saremo mai in pericolo come chi è esposto fisicamente; per queste ragioni proviamo grande rispetto per chi quelle lotte le combatte o le abita suo malgrado con grave e costante rischio per la propria vita. Noi proviamo a farci coinvolgere e a stargli accanto con i linguaggi che sentiamo nostri, nelle forme e modi in cui sappiamo intervenire: recitando, rappando, raccontando.

Gaza2«Strada facendo facciamo tappa sia a Beit Hanoun che a Beit Lahiya, le località più vicine al confine nord e che sono state bombardate durante l’ultima guerra. Parliamo con le persone del posto, hanno perso tutto. Un ragazzo che conosce poche parole d’inglese mi dice: “Future, no!”. “Senza futuro”, solo quello, non aggiunge altro. Indica i palazzi bombardati in cui viveva. Ora ha una tenda arrangiata con teli di plastica, vive con tutta la famiglia. Una signora invece indica un cumulo di macerie, era la sua casa. Non c’è Sami (l’interprete, ndr.) e non posso parlare come vorrei, mi metto una mano sul cuore e inchino il capo, faccio capire che mi dispiace ma le faccio capire che non provo compassione. Non sono l’occidentale ricco che fa il giro dell’orrore. La compassione è un sentimento che ti pone al di sopra, io racconto e sto con loro, in mezzo a loro, come loro» (Be a Filmaker in Gaza).

DN. Un anno fa, tra dicembre 2014 e gennaio 2015, sono andato, insieme con altri ragazzi, a Gaza, nell’ambito di uno scambio culturale. Partecipavano professionisti in varie forme espressive, dai graffiti al parkour. Noi curavamo la parte media e il nostro compito era quello di tenere lezioni di videomaking e fotografia per gli studenti dell’università Al Aqsa.
Abbiamo provato a contaminare un po’, a contaminarci, insieme con quei ragazzi per spronarli a raccontare ciò che a noi non arriva. Questo è un po’ il senso del piccolo libro che poi, con Valerio Nicolosi, abbiamo fatto.

«Ci chiedono: “Cosa interessa in Europa, cosa dobbiamo raccontare?” La risposta è: “Raccontate Gaza, quella vera, senza guerra o, se ci deve essere, raccontate storie di resistenza quotidiana”» (Be a Filmaker in Gaza).

Gaza3DN. Non era in programma, non pensavamo che ne avremmo ricavato un libro. Lo abbiamo fatto perché è un modo per raccogliere fondi che ci permettano di fare altri corsi. Quindi abbiamo pubblicato questo libro che prova a raccontare la striscia come, secondo noi, dovrebbe raccontarla un filmaker. Usando un occhio attento e critico, che provi a cogliere quello che non traspare dai racconti dei media: quella che è Gaza tutti i giorni, le passeggiate in riva al mare, i bar. Non perché ci piacciano le cose coccolose, ma perché crediamo che abbia senso decostruire un po’ l’immagine che rappresenta Gaza negli ultimi anni. Israele ha interesse a raccontare mediaticamente una terra distrutta, che non ha futuro, che non ha destino.

«Prima di arrivare a Gaza per la prima volta si ha un’idea di morte, guerra, distruzione, aridità… Invece nella Striscia la vita scorre normale, come in qualsiasi altra parte del mondo, come in qualsiasi paese arabo. Poi c’è l’occupazione, il muro, l’embargo. Ci sono state le guerre, che chiamarle guerre viene quasi da ridere. L’esercito più organizzato al mondo contro un milione e mezzo di abitanti chiusi in un pezzetto di terra. Quindi quando arrivi a Gaza capisci che è un posto come gli altri, dove ti puoi sentire a casa» (Be a Filmaker in Gaza).

«Vorrei che dalle loro foto uscisse fuori il rapporto che i gazawi hanno col mare, anche quando non c’è il sole e tira vento. Come ora» (Be a Filmaker in Gaza).

Per approfondire: http://www.associazionefilmaker.com/2015/05/19/befilmaker-a-gaza; http://www.amazon.it/Be-filmaker-Gaza-Valerio-Nicolosi/dp/8894092909;
https://www.facebook.com/La-Bellezza-Resistente-619366551536546/?fref=photo.