Chiari (Brescia) – L’aveva spuntata su tanti altri. La generosità del suo amministratore aveva premiato anche l’immagine stessa dell’ospedale da lui rappresentato, ricevendo un ritorno di popolarità pure a causa della meritata notorietà di quel filantropico gesto encomiabile.

Chiari, a beneficio dell’ospedale che già anticamente contraddistingueva la propria cittadina, aveva ricevuto in dono una carrozza per il trasporto degli ammalati, mezzo non scontato in tempi grami, e comunque significativo di un insieme di peculiarità legate all’epoca stessa che si trovava svelata anche attraverso lo spessore attribuito ad una notizia ritenuta degna di merito, nell’argomentarne la sua materia effettiva.

Se non avesse costituito l’ispirazione per dedicarci la diffusa trattazione di un apposito articolo, esorbitante dal proprio mero contesto locale, la “Gazzetta Medica Lombarda” del 05 giugno 1848 avrebbe probabilmente preferito un altro genere di contributi d’approfondimento per questa sua edizione, per altro, intrisa da proposte di lettura a carattere scientifico, sul tenore, ad esempio, dei “Sintomi di alienazione che precedono, si accompagnano e succedono all’omicidio”, come anche, fra altri, a proposito della disamina, invece, improntata sulla “Statistica della legatura dell’arteria iliaca esterna”.

Fonte della memoria storica connessa alla testualmente divulgata “carrozza di Chiari” era, appunto, questo giornale, se ancora non fosse chiaro l’averlo specificato, con tanto di estremi di data e di titolo, mediante i quali individuarne ciò che vi risulta documentaristicamente bene circostanziato.

Una contestualizzazione, praticata anche nello stesso testo pubblicato, a motivo del fatto che, per mezzo del suo stesso autore, nella persona del tal dottor Pietro Mottini, la notizia della donazione accennata era preceduta dall’affermare che: “E’ Chiari il più ricco ed il più popolato Borgo di questa bella e vasta provincia: sotto un cielo ridente, il suo clima dolcissimo, lontano dai venti aquilonari e dalle miasmatiche paludi, esercita la più favorevole influenza sull’indole dè svegliati suoi abitatori che sono piacevoli ed industri in altissimo grado, e, ciò che più il distingue ed onora, amici d’ogni bell’opra che serva ad illustrare e ad avvantaggiarne la condizione sociale. (…)”.

Come nulla di più estraneo al limitarsi sulla linea di un presunto ed ingeneroso “copia e incolla”, nella laboriosa ed evocativa trascrizione dell’originale versione di questo interessante articolo, risalente alla prima metà dell’Ottocento, il suo effettivo contenuto vuole essere qui una fedele riproposizione di alcuni stralci maggiormente salienti, conservandone la diretta testimonianza, autenticamente pervasa dalle espressioni usate in quel tempo, anche per mettere nero su bianco, la sensibilità di chi trovava modo di manifestare, documentandolo, un atto di filantropia nel medesimo ambito dove tale donazione riscuoteva il proprio piano di ricaduta più pertinente.

In questo modo, l’autore, sopra esplicitato, aveva pure dimostrato la prodigalità di inserire nel suo scritto una significativa digressione sulla realtà ospedaliera clarense, specificando, fra l’altro, a proposito di questo già affermato contesto sanitario, presente in tale cittadina dell’ovest bresciano, che:“(…) Fra gli stabilimenti di pubblica beneficenza, quello che primeggia ed è meritevole di speciale riguardo è l’ospedale. Fondato nel 1661 colla pingue donazione d’un ricco patrizio di Chiari, il signor Millino Millini di cui porta il nome ed accresciuto in seguito dalle pie elargizioni di molti altri benefattori, ha ora l’entrata annua di circa settantamila lire lombarde, col prodotto delle quali, dedotte le spese di amministrazione, dà ricovero a quasi un migliaio di ammalati all’anno, e fornisce il vitto a non picciol numero di famiglie miserabili del paese, ed i medicinali a què poveri che cadendo infermi non ponno nel Pio Luogo ricoverare per circostanze individuali o famigliari. (…)”.

Con la Casa d’Asburgo regnante, nell’anno dell’avvicendamento sul trono di Francesco Giuseppe (1830 – 1916), questa traccia storiografica affacciata su una veduta aperta oltre l’impasse di una tormentata fase del Regno Lombardo – Veneto nella quale si compivano, fra l’altro, le fatidiche ”Cinque Giornate” di Milano e, nella primavera successiva, le “Dieci Giornate” di Brescia, quali drammatici eventi insurrezionali contro il governo centrale di Vienna, la sollecitudine, invece, a sovvenire alle necessità umane del soccorso e della cura, indipendentemente dal gravare di tale inebriante stagione politica, trovava, in questo scritto, le parole per spiegare che “(…) Chiunque frequenta per poco gli Ospedali, questi asili del patimento e del dolore, rimane spesso raccapricciato allo spettacolo delle crude ed angosciose sofferenze a cui sono condannati i poveri infermi per la qualità del loro mezzo di trasporto, consistente nella pluralità dei casi, in quel semplice carretto a due ruote, di cui i villici si avvalgono pei loro usi campestri, mancante della necessaria ampiezza ed elasticità, e di tutte quelle altre condizioni richieste al riparo del sole, della pioggia, del vento e del freddo. E i patimenti dei trasportati infermi giungono, alcune fiate, a tale estremo che i medesimi vengono depositati nello spedale in assai peggiore condizione di quello (che) fossero alle loro case; e taluni, eziandio, soccombono durante il viaggio, od appena è d’esso computo. (…)”.

Date queste illuminanti premesse, l’autore attribuiva a Giovanni Bettolini, amministratore dell’ospedale di Chiari dal 1845, la donazione di una carrozza per l’uso specifico che se ne voleva fare, ad utilità di un pubblico interesse, nel campo dei servizi d’emergenza sanitaria dell’epoca, come atto, fra l’altro, che appariva simulato da altra esemplare e pregressa elargizione di uno stesso mezzo di trasporto, da parte del dott. Luigi Bonetti di Brescia, pure, nel medesimo giornale, citato in proposito: “(…) Questo benemerito cittadino, ammaestrato dalla propria osservazione continuata per lungo volgere di anni nell’ospitale della sua città, volle, qualche anno innanzi alla sua morte, lasciare al Comune di Castenedolo, terra dei suoi possedimenti, tale memoria che lo tenesse per sempre ricordato a quei miseri coloni. Egli fè loro il dono d’una carrozza chiusa ed elastica pel trasporto dei loro ammalati all’ospedale della città. (…)”.

Ma come era, nel caso specifico, la carrozza di Chiari, frutto di una costruttiva emulazione, rispetto al proficuo interessamento di un’analoga elargizione? La pubblicazione menzionata imponeva alla propria tiratura editoriale, quanto meno lombarda, stante la propria intitolazione, quest’ulteriore esperienza bresciana, nel mantenersi fedele, questo stesso periodico di Milano, al suo emblematico motto curioso, posto a sottotitolo di ogni edizione, ovvero, “Il Giornale propaga, apprezza, inizia”: “(…) Poggia dessa sopra un ben ordinato sistema di molle che ne temperano la scossa in guisa da renderla pressoché minima e di nessuna molestia all’infermo che viene trasportato; ha la forma quadrilunga e tale lunghezza (è nella misura) da oltrepassare di molto la media dell’adulto; è larga quanto basta per contenere due persone ad un tempo, ed è chiusa ad ogni lato, con due ampi sportelli ai fianchi forniti di cristalli e di tende ed un finestrino al davanti. Nella sua parte posteriore si introduce l’infermo e, volendo, anche una persona che gli stia a fianco a prestargli i necessari servigi durante il trasporto. Il letto, poi, su cui viene adagiato, occupa tutto il fondo della carrozza ed è costrutto in modo che appoggia e scorre mediante apposite carrucole sopra due lunghe scanalature in legno, onde poterlo estrarre per intero e trasportare su quattro asticciole di legno, applicate a fianco del letto, ovunque il bisogno lo richiegga. Esso è imbottito di crini che lo rendono molto elastico ed uguale, ed è coperto di pelle che gli dà maggior durata e pulitezza; al di sopra poi si collocano quanti materassi, guanciali e coperte abbisognano nei singoli casi; ed ai lati che tornerebbero troppo duri alle scosse dell’infermo, fu opportunamente provveduto mediante appositi cuscini. (…)”.