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Come contorni propri di una fotografia, delineati in sfumature di colore, appaiono i tratti emergenti da quel periodo in cui era a fattor comune anche il prendersi la briga del considerare un diffuso senso del pudore, proporzionato alle interpretazioni delle leggi in vigore.

Come se non bastasse, domenica sei maggio era definita, a Brescia, la “Giornata della Moralità”, divulgata dal settimanale diocesano “La Voce del Popolo” del 28 aprile 1951, con il rimarcare, a margine di questa dedicazione voluta dall’allora vescovo Giacinto Tredici, che “(…) E’ ormai imminente l’estate con tutte le sue esagerazioni in fatto di moda e di abitudini: è urgente dare ai fedeli idee chiare e saldi principi morali perché affrontino le esigenze della stagione con chiara coscienza cristiana. L’Azione Cattolica è invitata a collaborare generosamente col reverendo clero in questo delicatissimo settore dove più che mai è necessario ai reverendi sacerdoti l’aiuto dei laici (…)”.

Con il caldo, era preso di mira lo spogliarsi e, quindi, l’esibirsi pubblicamente in quei modi discinti, incentivati dalle temperature che però, in pratica, non superavano le maglie strette di quella visione dominante che ne rilevava l’inopportunità ad effetto di uno svelamento, ritenuto pari ad un deplorevole segno di possibile riprovazione morale, a fronte di una percepita ostentazione, pure valutata da contesto a contesto.

Date queste premesse, le istituzioni non stavano a guardare. Anche dalle pagine de “La Voce del Popolo” del 11 luglio 1951 scaturiva, ad uso del territorio, l’ingiunzione prefettizia a riguardo della specifica vertenza compromessa entro la mentalità del tempo, in un retaggio culturale resistente anche a prescindere dalla religione: “(…) Ecco le disposizioni del prefetto in merito: 1- non sono autorizzati bagni nelle adiacenze degli approdi e delle strade pubbliche; 2 – è vietata ogni manifestazione di carattere frivolo e di mondanità in contrasto con la serietà dei costumi; 3 – è vietato l’uso dei cosiddetti “slips” ed, in genere, dei costumi troppo succinti; 4 – è fatto divieto assoluto di spogliarsi all’aperto; 5 – è proibito ballare negli stabilimenti balneari in costume da bagno; è vietato circolare, fuori dagli stabilimenti balneari, in costume da bagno. Le trasgressioni alle prescrizioni di cui sopra ricadono sotto la sanzione dei seguenti articoli 527 e 726 C.P. a) art. 527 C.P.: Atti osceni – Chiunque in luogo pubblico o aperto od esposto al pubblico compie atti osceni è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni. Se il fatto avviene per colpa la pena è della multa da L. 300 a L. 3000. Per il primo comma dell’art. 529 C.P. si considerano osceni, agli effetti della legge penale, gli atti o gli oggetti che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore. B) art. 726 C.P. Atti contrari alla pubblica decenza – Chiunque, in luogo pubblico o aperto od esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è punito con l’arresto fino ad un mese e con l’ammenda da L. 100 a L. 2000”.

Analogo ed esplicito provvedimento si rinnovava anche per l’anno successivo da parte del prefetto Virgilio Magris, successore del suo omologo Francesco Arìa, referente delle appena menzionate disposizioni, emanate nel bresciano, a proposito di quella tematica che sembra si rinnovasse annualmente, nell’inaugurare, alle soglie di ogni estate, una sorta di precauzionale battaglia, fondata su una determinata giurisprudenza d’orientamento.

Ancora dal settimanale locale “La Voce del Popolo” del 12 luglio 1952 si apprende chePer la difesa della moralità estiva. Una precisa ordinanza di S.E. il Prefetto. Tocca ora ai Sindaci e agli agenti dell’ordine farla eseguire….ed è dovere di ogni onesto collaborare con l’autorità per la difesa del costume. S.E. il Prefetto ha emanato, come ogni anno, una precisa ordinanza “Per la tutela della pubblica moralità e pubblica decenza sulle spiagge, nei luoghi di cura elioterapica e nei campeggi”. L’ordinanza è molto precisa e chiara e ce ne rallegriamo. Ma non vorremmo che con questo si credesse risolto il problema della moralità e del costume estivo….L’importante è che l’ordinanza sia fatta osservare….Quante leggi e ordinanze son rimaste e rimangono lettera morta in Italia, fin dai tempi del buon Lorenzo Tramaglino di manzoniana memoria? A chi tocca, far eseguire l’ordinanza: tocca agli agenti dell’ordine e soprattutto ai Sindaci (a cui l’ordinanza è diretta). Ripetiamo quello che già abbiamo detto molto chiaramente in occasione della pubblicazione dell’ordine del giorno del Convegno di Sirmione: rinnoviamo il nostro appello a tutti i Sindaci, specialmente ai sindaci democristiani, perché siano sensibili a questo problema che non è meno importante dei problemi strettamente amministrativi. E rinnoviamo il nostro appello a tutte le persone oneste e soprattutto al Rev.do Clero, ai dirigenti e militanti dell’Azione Cattolica e dei movimenti cattolici, perché sostengano e collaborino attivamente con l’autorità locale per l’applicazione delle disposizioni prefettizie. Se tutti daremo la nostra collaborazione anche questa battaglia per la difesa del costume non sarà perduta”.

In tale contestualizzazione di motivati criteri ispiratori, la Prefettura di Brescia vi si poneva al centro, per fare ordine, in un coordinamento d’insieme, dal cui ruolo istituzionalmente ottemperato ne discendeva l’ordinanza annunciata, qui di seguito, da pari fonte giornalistica, fedelmente riportata: “Ai Signori Sindaci della Provincia e per conoscenza: Al Signor Questore, Al Signor Comandante il Gruppo Carabinieri di Brescia. Nel richiamare all’attenzione delle SS. LL., l’opportunità di emettere, come negli anni precedenti, un’ordinanza contenente precise disposizioni a tutela della pubblica decenza e moralità nelle zone balneari e nei luoghi di cure elioterapiche, si ribadiscono i seguenti punti essenziali: 1- riportare anzitutto il primo comma dell’art. 726 del C.P. “Chiunque in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compia atti contrari alla pubblica decenza, è punito con l’arresto fino ad un mese e con l’ammenda da lire cento a duemila”; 2 – delimitare le zone ove è consentito bagnarsi o fare cure elioterapiche, prescrivendo adeguate attrezzature e ripari per le concessioni di stabilimenti; 3 – fare tassativo divieto di spogliarsi all’aperto e circolare in costume da bagno o in abiti succinti fuori dai recinti degli stabilimenti o comunque in vicinanza di strade o di abitazioni; 4 – fare assoluto divieto di prendere bagni nei fiumi, rogge e canali che corrono in vicinanza di strade; 5 – fare assoluto divieto che nell’interno dei recinti balneari si portino costumi troppo succinti, si balli in costume da bagno e si tenga comunque un contegno scorretto; 6 – sia ricordato ai concessionari di stabilimenti balneari che, per l’inosservanza delle norme soprariportate nell’interno delle loro concessioni, saranno essi stessi chiamati a rispondere, con sanzioni amministrative che potranno giungere fino alla revoca della concessione, a parte le eventuali sanzioni di carattere penale. Le SS.LL. detteranno analoghe prescrizioni per la disciplina dei campeggi, tenendo presente che la concessione di zone da adibirsi a tale fine potrà essere fatta solo per quelle località ove sia possibile osservare, oltre alle generali norme di carattere igienico sanitario, anche le sopraesposte prescrizioni di tutela della moralità e del buon costume. I Signori Sindaci che avessero già emanato per l’anno in corso ordinanze, non contenenti qualcuna delle prescrizioni di cui nella presente circolare, sono invitati ad emanare ordinanze integrative, nel più breve tempo possibile. Le SS. LL. cureranno che le rispettive ordinanze abbiano la massima diffusione possibile. Resto i attesa di assicurazione. Il Prefetto Magris”.

Come nota di “colore”, utile per rendere l’idea circa il periodo in questione e per proporzionare l’entità di tali pronunciamenti nella veridicità di altri particolari, eloquentemente riconducibili in assonanza ai medesimi intendimenti, è ancora tale periodico della “Diocesi di Brescia”, in data 27 settembre 1952, a confermarne il tenore, secondo aspetti significativi a denotare uno spaccato sociale in linea con il vissuto grado di incidenza attribuito alla questione: “Anche la canicola serve a fare quattrini. L’episodio è di questa estate. Luglio torrido. Non si contano più, con l’imperversare del caldo, gli uomini che hanno abolito la giacca. Questo non è però tollerato, per ragioni di dignità e di decoro, dai dirigenti degli uffici pubblici di Napoli (Tribunali, Preture, Intendenza di Finanza, Questura, ecc), i quali hanno ordinato agli usceri di non lasciar passare assolutamente gli scamiciati. Per ovviare agli effetti di questa categorica disposizione, alcuni napoletani hanno escogitato una geniale iniziativa: quella di appostarsi nelle immediate adiacenze degli uffici per affittare giacche a chi ne ha urgente bisogno. Capitò in seguito a ciò di vedere un signore smilzo in pantaloni bianchi di puro filo e maglietta azzurra con un’ampia casacca da cacciatore di velluto verde, perché essa era l’unica disponibile in quel momento, ma questo non toglie che il nuovo mestiere abbia avuto fortuna, procurando una gran quantità di quattrini ai suoi geniali inventori”.

In questo principio degli anni Cinquanta del Novecento, c’erano stati due prefetti in avvicendamento nel bresciano, dei quali, a proposito dell’uno e dell’altro, la stampa locale ne aveva documentato parte del dispiegarsi di un mandato certamente diversificato in un rispettivo incarico d’interventi solleciti, rivolti a vari ambiti di propria competenza, anche, in una sfera personale, distinguendosi in una provvida beneficenza, come, ad esempio, il 6 ottobre 1951, l’edizione settimanale de “La Voce del Popolo” testimoniava nel, fra l’altro, pubblicare, circa “L’ultimo gesto benefico del Prefetto dott. Arìa – 16 milioni distribuiti ai disoccupati – La grande famiglia de “La Voce” si sente in dovere di rinnovare il saluto al prefetto dott. Arìa che sta per abbandonare la nostra provincia per trasferirsi, com’è noto, nella città di Salerno. Questo rinnovato saluto è dettato dalla più viva ammirazione per l’ultimo gesto largamente benefico che il dott. Arìa ha voluto squisitamente usare verso i disoccupati più bisognosi della provincia. Per il suo interessamento, infatti, ben 16 milioni verranno distribuiti in questi giorni tramite gli Eca ( Enti Comunali di Assistenza) a tutti i disoccupati riconosciuti bisognosi. La distribuzione- 1500 più 200 per ogni persona a carico – è affatto straordinaria e la si deve al prefetto partente, verso il quale ogni beneficato non può che nutrire sentimenti d’affettuosa gratitudine. S’intende, non solo per questo gesto, ultimo in ordine di tempo. Ma anche e soprattutto per quanto Sua Eccellenza il dottor Arìa, come abbia detto nel numero precedente, ha sempre fatto nei suoi cinquanta mesi circa di governo bresciano, promuovendo iniziative e prestando la sua opera pacificatrice, paterna o autoritaria, a seconda delle circostanze. Al prefetto dott. Arìa, alla sua gentile e buona signora, alla sua famiglia, “Voce” augura cordialmente salute e bene”.

Non era la prima volta ed, in realtà, nemmeno l’ultima, per questo prefetto, il distinguersi in opere di bene. Una coerenza documentaristica che ne tratteggia l’encomiabile profilo, porta anche qui a citare ancora “La Voce del Popolo” del 27 gennaio 1952, enunclendo l’esempio filantropico, interpretato nei fatti da “Il dott. Francesco Arìa, ex prefetto di Brescia, ora prefetto di Salerno, ha offerto centomila lire all’ospedale. I bresciani che serbano di lui il miglior ricordo non possono non apprendere con soddisfazione la notizia di tale suo nobile gesto e non essergliene grati”.

Contestualmente, nella pagina, invece, coincidente con quella del sei ottobre 1951 di questo giornale, nella stampa del settimanale appena menzionato, si dava opportuna notizia pure al sopraggiungere di un’altra figura di prefetto, nella sua presa di servizio a Brescia, particolareggiandone un significativo ingresso nell’opinione pubblica dei lettori bresciani, per un adeguato risalto, anche per quella futura memoria che qui, ora, si può scorgere in una caratura di particolari che a tale personalità è confacente: “Il benvenuto al nuovo Prefetto Magris dott. Virgilio. In pari tempo, il pensiero corre alla figura del prefetto nuovo che i bresciani attendono nella persona del dott. Virgilio Magris. Nato a Trieste da famiglia veneta 53 anni or sono, il dott. Magris è un valoroso combattente della guerra 1915- 18, maggiore di complemento degli alpini. Ha espletato, durante la sua carriera, numerosi e delicati incarichi di fiducia. Da viceprefetto ha retto per alcuni mesi la prefettura di Rovigo , passando poi ad esercitare le sue funzioni nelle prefetture di Milano e di Roma. Nominato prefetto il 10 agosto 1948, venne destinato alla Prefettura di Ravenna. Dall’ottobre 1949 all’ottobre 1951 ha retto le Prefetture di Bari, affrontandovi con successo problemi molteplici e complessi, dando grande impulso a lavori pubblici, attuando le più svariate iniziative di carattere assistenziale e garantendo la stretta ed integrale applicazione nel campo del bracciantato agricolo. Il nuovo Prefetto troverà nel bresciano tutte le occasioni necessarie e la comprensione doverosa perché la sua preziosa esperienza e le sue doti possano esplicarsi convenientemente. Le necessità sono tante. Dai complessi industriali cittadini, ai Comuni poveri, alle iniziative stentate, a quelle urgenti da prendersi, e soprattutto alla troppo grande e triste famiglia dei disoccupati o male occupati. Per tutto questo imponente lavoro, noi salutiamo nel nuovo Prefetto dott. Magris l’uomo fortunato che ci sappia fare come i tempi esigono e come i bresciani attendono”.

Tempo qualche settimana e per il prefetto Virgilio Magris sarebbe toccata la regia dell’insieme degli aiuti, prontamente allestiti nel bresciano, a favore dei profughi del Polesine, per la nota alluvione del Po, come attestato da “La Voce del Popolo” del 01 dicembre 1951, nel tracciare una positiva linea di riscontro sul fronte delle inderogabili ed imperiose emergenze, profilatesi per tale drammatica calamità naturale, per la qual generosità nel territorio intervenuta, si rimarcava che “(…) Degna di questi generosi è stata tutta la popolazione che ha continuato a donare generosamente a tutti i vari enti organizzatori della raccolta. Degne della popolazione sono state tutte indistintamente le autorità che hanno egregiamente diretto l’opera di soccorso. Da S.E. il Prefetto che personalmente diretto tutta la complessa e varia opera dei comitati, a S.E. il Vescovo che ha visitato numerosi gruppi di profughi in provincia (…)”.

Nell’esteso territorio bresciano non sarebbero mancati, in seguito, ulteriori riscontri, per un’aderenza alle istituzioni poste al vertice del capoluogo, andando, indirettamente, a testimoniare, in ambiti pubblici d’altro genere, alcune curiosità di rimando dal mero considerare un compito istituzionalmente reso in omaggio al fatto in sè e per sé assecondato, come espresso, ad esempio, “La Voce del Popolo” del 06 aprile 1952: “Travagliato ha premiato il “Bue grasso” – Sul mercato infatti di lunedì, s’è concluso il concorso denominato del “Bue grasso”. Il premio, anzi, i premi, sono toccati alle magnifiche bestie dei concorrenti fratelli Zugno Angelo e Pasquale Pitossi, Angelo Zini, fratelli Barbeno ed Egidio Parigi. La significativa cerimonia ha avuto l’onore anche della presenza di Sua Eccellenza il Prefetto”.

A margine della, altrettanto documentata, partecipazione, nell’aprile del 1952, del ministro Fanfani al “Congresso Provinciale dei Coltivatori Diretti” al teatro Sociale di Brescia, nel corso del quale significativo evento era convenuto pure il prefetto, un’altra notizia pare risultare utile per evidenziare l’impronta storica, a suo modo pertinente in materia, di un altro fatto di cronaca attestato nell’edizione del periodico diocesano del 12 giugno 1952: “Il prefetto a Castenedolo. S.E. il Prefetto è giunto martedì primo corrente, a Castenedolo in visita non ufficiale. Egli, dopo aver visitato il cantiere delle case “Fanfani”, l’oratorio e le opere pubbliche, ha presenziato poi alla chiusura del corso di istruzione post-elementare. Il dott. Magris ha avuto parole di lode per questa iniziativa del Comune che sta a provare la costruttiva volontà della popolazione di Castenedolo”.

Quell’anno pareva, fra l’altro, potersi ritenere concluso, mediante la corale iniziativa, posta a scavalco fra l’anima laica e confessionale dell’intera realtà bresciana, per il tramite della tradizionale cerimonia collettiva, per antonomasia d’ascendenza contadina, dove l’opera umana del lavoro poteva intendersi complessivamente valorizzata in una sintesi rappresentativa, secondo quella rispettiva specificità nel genere entro cui era stata ispirata, che “La Voce del Popolo” aveva affidato ad una sua pagina d’informazione cittadina il 16 novembre 1952: “Pieno successo della Giornata del Ringraziamento. Chiuso il ’52 con l’offerta simbolica dei doni della Terra, l’agricoltura bresciana guarda al ’53 fidando nell’aiuto di Dio. (…) A Brescia la cerimonia si è svolta al Santuario delle Grazie dove le massime autorità cittadine si sono unite ai coltivatori in questo atto di solenne riconoscenza a Dio. Erano presenti: S.E. il Prefetto, il Questore, il sen. Donati e Buizza, l’on. Chiarini, il prof. Voluati, il sig. Libretti, il magg. Di Fugia, l’ing. Bernardi, Don Collenghi, il rag. Ruggeri, il rag. Malchiodi, il dott. Della Valle, in rappresentanza dell’Azione Cattolica, del Credito Agrario, del Credito Italiano e altri rappresentanti delle organizzazioni sindacali e del Consorzio Agrario. La Federazione Provinciale Coltivatori Diretti era presente coi suoi funzionari guidati dal direttore dr. Allegri. Ha celebrato la S. Messa l’Assistente provinciale delle ACLI don Agazzi che al vangelo ha sottolineato il significato e il valore della funzione. All’Offertorio, l’offerta simbolica dei doni della terra, seguita con evidente commozione da tutti presenti. Alcuni coltivatori sono saliti all’altare e hanno consegnato, disposti in cesti addobbati, i frutti caratteristici della terra bresciana: pannocchie di granoturco, spighe di frumento, mele e ortaggi, una botticella di vino (…)”.