Tempo di lettura: 7 minuti

Brescia – Sulle acque del lago di Garda si sono posati gli sguardi di innumerevoli ospiti provenienti da ogni dove che, già nel 1928, erano pari alla proporzione di un’economia alberghiera sviluppata, nella promessa di un’industria turistica apprezzata e di certo lanciata verso quei livelli d’accoglienza da poter poi essere ulteriormente valorizzata.

Una premessa nel turismo di quell’anno, rivolta al prosieguo di una futura e riuscita consistenza, allora già assodata e suffragata dai numeri delle presenze turistiche da poter fare contestualmente individuare, nei luoghi lacustri, una articolata somma di ambienti paesaggististici sullo sfondo di una compenetrazione di località attigue, frequentate nelle oggettivazioni di vari servizi ricettivi con i quali nel tempo la zona gardesana si è poi trovata ad essere ancor meglio stimata.

A documentare ampie campionature, prese a pescaggio fra le maggiori sedi turistiche della sponda bresciana gardesana, è la periodica successione delle edizioni de “Il Giornale del Garda” che, tra le sue pagine succedutesi nei numeri pubblicati fra la primavera e l’estate del 1928, rivelano l’elenco dei personaggi soggiornanti in alcune località rivierasche, situate sulla litoranea prospiciente la massa lacustre, adagiata verso la vastità di spazi sia interrotti dai profili della costa opposta che persi nel profilo di una linea senza sfondo terrestre, quasi fosse un mare senza i termini di finitime sponde avverse.

Nella Gardone Riviera dove già da alcuni anni vi soggiornava stabilmente Gabriele D’Annunzio, la variabile e dettagliata sequenza dei viaggiatori provenienti dalle più disparate parti del mondo attestava, in quella calda annata estiva del 1928, l’internazionalità conclamata ed altolocata del locale Grand Hotel, ubicato nel tale e quale sito attuale, rilevabile sul medesimo lido, a parete diretta sulle acque in capo al lungolago.

In quella turrita e compatta robustezza di imponente pertinenza, per una marcata posizione di convinta afferenza alla più esclusiva ambientazione di accurata accoglienza, erano confluiti parecchi personaggi per soggiorni cadenzati in molteplici giornate che, nell’arco della bella stagione turistica, erano poi, tra l’altro, sintetizzati sotto la voce, per lo più pubblicata periodicamente nel raggio di due colonne tipografiche, messe in pagina con il titolo di “Lista ufficiale dei forestieri”.

Come se non bastasse, la curiosa iniziativa editoriale, destinata a dare volto d’identità al cospicuo numero degli ospiti che avevano trovato sistemazione nella zona, era rimarcata nella traduzione affidata al sottotitolo di “Amtliche Fremdenliste – Liste Officielle des Entrangers – Official Liste of Visitors” sotto il quale, ad evidente scanso di ogni scrupolo di riservatezza, si potevano leggere nomi del calibro di alcuni nobili, come quelli del Marchese Valerio Artom di S. Agnese e Famigliari di Roma, della Contessa Natalia Miari Gandolfi e figlio di Parma, dell’onorevole Roberto Farinacci di Cremona, del Console Host Venturi di Fiume, del Marchese Benito de La Puerta, della Contessa Piccolomini di Genova, del Vescovo O. Thomas William Donnel di Dublino, della Contessa R. Arbonio di Gattinara e Figlia di Torino, del Console Arpach Plesh e Signora di Budapest, del Conte e Contessa Vincenti di New York, della Contessa E. Brassey di Londra, del Principe e Principessa Mario Ruspoli Volpi di Misurata che, nonostante l’araldica nota principesca, nella città di Venezia, avevano invece la propria località di contraddistinguente provenienza.

Nel fitto elenco degli ospiti documentati il 6 agosto 1928, presso il Grand Hotel di Gardone Riviera si legge, tra gli altri, il nome del “Sig. Veniero D’Annunzio, New York” che null’altri è che Ugo Veniero (1887–1945), terzogenito del noto poeta abruzzese, avuto dalla nobile Maria Hardouin, duchessa di Gallese (1864–1954).

A proposito del maggior numero degli ospiti soggiornanti non blasonati, anche distribuiti negli hotel, pure contemplati dalla stima giornalistica che ne vedeva monitorati i flussi del transito a cui si trovavano interessati nelle strutture del “Monte Baldo”, del “Savoy Palace”, del “Du Lac”, della “Spiaggia d’Oro”, del “Bellevue”, del “Bella Riva”, le località di provenienza dei turisti si confacevano pure a geografie lontane, come alla Nuova Zelanda, all’Argentina di Buenos Aires, agli Stati Uniti di Los Angeles, di San Francisco, di Chicago e di Nuova York, mentre, nella ovviamente matrice turistica preponderante, d’ascendenza europea, non mancava la varietà nella plurima rappresentatività di Scozia, Francia, Belgio, Danimarca, Irlanda, Inghilterra, Spagna, Olanda, Estonia, Austria, Svizzera e Germania.

Da quest’ultima, il dettaglio delle città di provenienza che trovava la maggiore differenziazione, tratta da una medesima nazione di comune adesione al turismo gardesano in evoluzione, si esplicava nel richiamo di varie località come, tra le altre teutoniche, di Colonia, Monaco, Berlino, Stuttgart, Francoforte, Coburg, Leipzig, Dresden, Seeboden, Hamburg, Lipsia, Homberg, Lippspringe, Kaichan, Magdoburg, Petershausen, Offenburg, Darmastadt, Quering, Bauman Pasing, Rheinok e Geldermalsen.

A cornice di questa affluenza, innervata in poliglotte venature di provenienza, nelle quali gli ospiti italiani conducevano invece del Bel Paese i nomi di varie località comprese fra le Alpi ed il Mediterraneo, l’allora così chiamato “Comandante”, Gabriele D’Annunzio (1863–1938) contribuiva ad amplificare le notizie delle località gardesane di villeggiatura, dislocate attorno Gardone Riviera, con la peculiare fantasmagoria di una intraprendente azione a riflesso della sua personalità, celebre e prestigiosa di eclettica esternazione, alla quale la notorietà attribuiva interesse anche, ad esempio, al caso della cronaca de “Il Giornale del Garda”, pubblicata il 31 gennaio 1925, con l’articolo dal titolo “In memoria della mamma di D’Annunzio”, con cui erano riferiti gli estremi dell’ufficio funebre della compianta genitrice del poeta, avvenuto in quei giorni nella chiesa parrocchiale di Gardone Riviera.

Nella stessa pagina si informava il lettore circa “Il MAS della Beffa di Buccari donato al Comandante. E’ giunto nelle acque di Gardone Riviera il “mas” N. 96, lo stesso che portò Gabriele D’Annunzio a Buccari nella leggendaria notte della “Beffa”. Il “mas” è in piena efficienza ed è stato donato al Comandante dal Ministero della Marina, rappresentato dal Cav. Cavalazzi che lo accompagnò nel viaggio. Alle ore 7 della sera del 27, partiva da Desenzano condotto dai due motoristi improvvisati Franco Polastri e dal Capo meccanico dell’Hotel Savoy, e giunse felicemente a Gardone. Il “mas” recante il gagliardetto di Buccari, dopo aver manovrato nel lago ed eseguita un’evoluzione raffigurante il segno convenzionale dell’infinito, segno particolarmente caro al Comandante, è andato ad ormeggiarsi nella darsena del Commendatore Breda. Essendo il Comandante leggermente indisposto, era a ricevere il “mas” l’architetto Maroni”.

Ancora con la chiara menzione della famosa ed eroica imbarcazione, nella lasciata vaghezza dell’ipotesi o meno di un altro “segno d’infinito” tracciato nel lago di quel periodo, lo stesso giornale, nella tiratura editoriale uscita invece in stampa il 28 febbraio 1928, riferiva testualmente: “Il nono anniversario della gloriosa ferita di Gabriele D’Annunzio. Il 21 febbraio u.s. ricorrendo il IX anniversario della gloriosa ferita che lasciava il Comandante privo di un occhio, nel pomeriggio Egli è uscito per una breve gita sul lago. Il “mas” imbandierato portava a bordo col Comandante alcuni suoi devoti. Giunto sino a Desenzano, fece il giro del lago e rientrò in darsena”.

Il 1928, annata destinata ad essere, fra altro, ricordata per un’estate particolarmente calda, era preceduta da quella compiuta organizzazione di viaggio che, significativa di un antecedente esempio di iniziativa turistica, in un articolo pubblicato il giorno di San Valentino del 1925 riferiva che, con cento lire, era offerta l’andata ed il ritorno tra la domenicale partenza da “Via S. Margherita a Milano ed il lunedì mattina da Gardone Riviera. Il viaggio dura tre ore e mezzo e le automobili sono riscaldate. La sola andata costa lire sessanta”.

Da quell’anno, fino al 1928, le stagioni estive si erano accavallate in un singolare appuntamento di massima espansione dei gradi centigradi a proposito dei quali riferiva “Il Giornale del Garda” del 23 luglio 1928, in merito all’estate in quel tempo in atto che pareva la più calda degli ultimi cinquant’anni, con quei 36,7 gradi che erano stati riscontrati nel corso del 16 luglio.

Il prof. Pio Bettoni, dell’allora Osservatorio Meteorologico di Salò, riassumeva l’andamento del solleone avuto complessivamente fino al settembre inoltrato del 1928, quando nell’edizione del 17 settembre 1928 interveniva fra le fitte pagine de “Il Giornale del Garda” per scrivere che: “…il caldo di quest’anno fu, per intensità e per durata, eccezionalissimo, poiché negli ultimi cinquant’anni, non ebbe precedenti, come mi accingo a dimostrare. Nell’anzidetto periodo di tempo il primato spettava al 1921 nel quale anno la temperatura massima toccò 36,2 gradi ed il numero dei giorni con temperature superiori a 30 gradi fu di 35. Ma, nel corrente anno, la temperatura massima raggiunse, il 16 luglio, 36,7 gradi ed il 14 agosto 36,3 gradi; e i giorni con temperature superiori a 30 gradi furono 55, mentre la media annua è di 12 circa”.

La stima era stata anticipata da un articolo redatto dal medesimo autore il 23 luglio del 1928, quando “Il Giornale del Garda” documentava l’andamento stagionale, poi raccolto nella fine estate settembrina, già precisando, con una prima attestazione di massima che “le altissime temperature del corrente mese che, in grand parte, sono dovute ala illuminazione solare prolungata e all’ostinata siccità, da cui sono colpite numerose e vaste regioni, esercitano una influenza assai dannosa sui campi, e specialmente sopra alcuni prodotti agricoli; e perciò, si può dire universale il desiderio, e urgente il bisogno di una pioggia copiosa”.

Un’estate calda che non aveva smorzato le tonalità gradevoli del Garda in veste turistica, censendo presenze e permanenze nei centri di soggiorno destinati a sopravvivere nel tempo oltre il terzo millennio, mentre anche D’Annunzio perpetuava la propria memoria fino all’oggi, confermando stile ed inconscio, per alcuni versi indicibile, in un inimitabile scibile d’estro insopprimibile.

CONDIVIDI
Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *