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Brescia – La chiesa appare caratterizzata da un’implicita contiguità di appartenenza al complesso conventuale che le è di pertinenza, fino ad intersecare certe vicinanze prospicienti tanto le antiche vestigia romane dell’anfiteatro, quanto, alle proprie spalle, il convento di San Pietro in Uliveto ed il castello, mentre lungo il sottostante imbocco di via Piamarta, il piano della strada lambisce il monastero medioevale di Santa Giulia, fino ad elevarsi, poco più in su, alla soglia d’ingresso dell’istituto piamartino degli “Artigianelli”, aderente alla facciata rinascimentale di un altro edificio religioso che è rivolto, con uno sguardo vespertino, ai vicoli della città, sovrastati dal suo monumentale assetto cristallino con cui li pervade in un effetto circonvicino.

Pare sia la prima chiesa dedicata al “Corpus Domini” di quel vasto spettro della cristianità che è stato percorso dalle ricerche poste alla base del libro dal titolo “San Cristo – Santissimo Corpo di Cristo”, dedicato all’omonima chiesa che, ad una lunga ed interessante storia, risulta sospesa.

Storia esaminata dagli autori della pubblicazione, Giuseppe Tanfoglio e Fiorenzo Raffaini, che sono intervenuti sull’argomento in quell’accurata proporzione culturale contraddistinta pure dai contributi d’approfondimento scaturiti per il tramite della collaborazione di Francesco Chiolo dell’Istituto Policleto, di Sara Lombardi per la tesi “La Chiesa del SS. Corpo di Cristo a Brescia – Campagna decorativa dei secoli XV e XVI” e di “Foto BAMs di Montichiari, per la concessione invece di alcune immagini fotografiche.

Per il coordinamento editoriale di Annalisa Treccani, le circa centotrenta pagine illustrate del libro, stampato dalla “Tipografia Camuna Spa”, accompagnano il lettore attraverso il possibile fascino di un’esperienza conoscitiva che, come scrive padre Giuseppe Tanfoglio, fra alcune sue considerazioni espresse nell’introduzione della monografica pubblicazione, si può sviluppare in una coinvolgente dinamica ricognitiva: “affrontata l’erta salita e varcata la soglia, si viene subito catturati da muto e ammirato stupore, avvolti da una festa di figure e colori che si dispiegano dalle pareti al soffitto. Si ha l’immediata impressione di trovarsi di fronte a un vero compendio di teologia per il popolo, sul modello delle innumerevoli bibliae pauperum del Medioevo, un unicum giustamente definito dallo storico dell’arte Luciano Anelli: “La Cappella Sistina di Brescia”. In effetti, la volumetria dell’interno, il controsoffitto a costoloni, le pareti completamente affrescate e il motivo dominante del Giudizio Universale dell’arco trionfale rimandano al capolavoro michelangiolesco”.

Secondo mons. Francesco Beschi, Vescovo di Bergamo, in quest’antica chiesa che, con le annesse strutture ricettive è stata per lungo tempo sede spirituale e formativa del seminario minore diocesano, fino all’avvento della sua riconversione d’uso, attuata nel 1957, a favore della Congregazione dei Missionari Saveriani alla quale ha offerto spazi sia per la Casa Apostolica che per il Centro Saveriano d’Animazione Missionaria, “l’ospite viene avvolto da figure e colori: la loro intensità è pregnante non solo d’arte, ma insieme di significati che manifestano profondità di fede. Si tratta di opere che non possono essere gustate se non raccogliendo tutte le dimensioni da cui sono scaturite: è impegno non difficile per l’intensità della proposta che passa agli occhi e invade lo spirito”.

Opere che fanno capo a vari ed a noti autori nel campo dell’antica eccellenza dell’arte figurativa, interpretata nel tempo aureo di quella produzione espressiva che, in tanti luoghi devozionali, ha travalicato il mero ruolo di una funzione decorativa, assurgendo a patrimonio culturale di una composita valenza collettiva, grazie all’accurata robustezza di una azione tecnica ed ideativa che, in una sinergia contenutistica evocativa, rende ad esse la perenne formulazione storica di una specifica e di una qualificata intensità costitutiva.

Padre TanfoglioOggetto di una serie di restauri conservativi, antecedenti l’uscita in stampa del libro che ne documenta i riusciti effetti positivi, queste opere sono liberamente ammirabili nell’ambiente quattrocentesco che, secondo le parole dettate per la pubblicazione stessa dall’allora sindaco di Brescia, Paolo Corsini, si ascrive a “luogo di preghiera, di elevazione spirituale, di illimpidimento dell’animo, ma pure testimonianza fulgida dello splendore della cultura e dell’arte”.

Sullo sfondo di questa feconda e stratificata iconografia artistica è stata coltivata la fede di numerose generazioni, passando per il carisma spirituale della fraternità dei laici “Gesuati” e religiosa dell’Ordine dei Frati Minori Francescani e, poi, del clero diocesano, nell’ambito del quale si attesta, fra le ultime ordinazioni sacerdotali avvenute sul posto, quella del camuno mons. Giovanni Battista Re, destinato, nel tempo, a vestire l’abito porporale del sangue dei martiri cristiani, nella sua, da anni ormai raggiunta, dignità cardinalizia.

Mistico riferimento formalmente acquisito dall’operosa azione missionaria dei religiosi Saveriani, la chiesa pare aprirsi a quell’universalità apostolica che, tra i principi fondativi della loro congregazione, è cardine centrale per una versatile e laboriosa ispirazione, recante le molteplici potenzialità di una vocazione dischiusa al mondo intero, in quell’ecumenica predisposizione che, a Brescia, si traduce, fra l’altro, nel dialogo coltivato con la società civile per la quale, l’antico luogo di culto, si presta ad essere sede eletta per certe manifestazioni culturali, accolte in una valoriale condivisione, nel confronto empirico in cui le stesse auspicano lo sviluppo della propria risoluzione.

Il ciclo pittorico narrante, custodito in questo vetusto edificio religioso, innalzato sul finire del Quindicesimo secolo in prossimità di un pre-esistente insediamento monastico agostiniano, stempera un’efficacia cromatica e suggestivamente figurativa che è modulata dai rispettivi, contributi d’opera espressi da eccellenti artisti, fra gli altri, del calibro di Alessandro Bonvicino, detto il Moretto, (1498ca – 1554), di Paolo da Caylina il Vecchio (1420/30 – 1486ca), di Lattanzio Gambara (1530ca – 1574), di Frà Benedetto da Marone (1525ca – 1579ca), di Pier Maria Bagnadore (1550 – 1627), mentre, fra gli apporti di una provvidente mano restauratrice e pure di completamento di alcuni affreschi, si attesta l’azione metodica di Vittorio e di Giuseppe Trainini negli anni Trenta del secolo scorso.

Simbolo GesuatiAl centro della volta dell’edificio, realizzato a navata unica, campeggia, fra altre composizioni, la percepibile efficacia, in chiave tridimensionale, dell’emblema dei Gesuati che è evidente nei profili pittorici dedicati al cristogramma “JHS” (Jesus Hominum Salvator), in un risultato espressivo fedele all’esplicita portata misterica dell’apice estremo della fede nella quale l’avvento messianico ha incoronato quell’insieme soprannaturale a cui l’artista ha attribuito il luminoso contesto di una deflagrante visione celestiale.

Funzionale come dettagliata guida degli ambienti trattati, in relazione ai quali si trova pure disponibile sul posto come naturale riscontro alla proposta editoriale attraverso la quale il libro documenta i tanti riferimenti locali esaminati, la pubblicazione assolve al compito documentaristico di condensare in cinque capitoli le vicende sia della chiesa di “San Cristo” che dell’attiguo complesso conventuale, congiungendo il passato con quel presente che alla stampa del volume è confacente.

Tra le peculiarità di tali spazi, intrisi di una lunga storia giustapposta, si distinguono, fra altre opere, l’affresco del refettorio, attribuito al Romanino (Girolamo di Romano, 1485 – 1566), nella formulazione di un’ultima cena che, in linea con la dedicazione della chiesa, pone Cristo al centro della scena, come analogamente avviene nell’ambito di un altro manufatto invece affidato ad una parete del chiostro, attraverso la raffigurazione del “cenacolo”, impressa dal citato Frà Benedetto da Marone, mentre, in un’eclettica apertura all’utile discernimento mosso dalla scienza, è pure documentata la presenza, tra le arcuate architetture claustrali, di una meridiana catottrica che, a differenza del consueto orologio cadenzante l’andare del tempo, grazie alla luce del sole, “non si serve di uno stilo (gnomone), ma della riflessione dell’immagine solare su una superficie per mezzo di uno specchio”.

Raro esempio di questo genere di ingegnose disamine temporali, “eseguita da un frate francescano nel ‘700”, la meridiana pare attrarre, nel suo diversificato raggio della misurazione del tempo, l’individuazione di un’ora diversa che è contestuale a più località lontane ivi testualmente riportate, come in una ubiqua sollecitudine che abbraccia il mondo nella concomitante premura di una ineffabile natura.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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