Tonino Zana, giornalista e scrittore, uso a complesse sfide d’inchiesta e ad altrettanto notevoli interviste, come, ad esempio, nel caso del “sequestro Soffiantini”, esplora, approfondendolo, il tema del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro (1916–1978), dando interessante corpo ad un libro che “La Compagnia della Stampa” ha pubblicato nel rispetto di un titolo ragionato dallo stesso autore, secondo una propria personale ispirazione.

Uno specifico aggettivo traina il nesso esplicativo di un’argomentata riflessione, ponendosi nel bel mezzo di un’esplicita espressione, correlata ai caratteri cubitali con i quali il nome del protagonista del libro riceve un sottotitolo di eccezione, sviluppato nella sintesi tagliente di un’incontrovertibile affermazione: “La congiura dei mediocri”.

Quindi, il noto statista e segretario politico della Democrazia Cristiana, più volte ministro e cinque volte presidente del Consiglio dei Ministri (1963–1964), (1964–1966), (1966–1968), (1974–1976), (1976) è osservato al centro di una confusa dinamica micidiale, caratterizzata da una risoluzione a vari livelli latitante nel dare una maggior stima sollecita d’umanità a ciò che, invece, si è rivelato essere il bilancio finale della tragedia del rapimento e della messa a morte della sua persona da parte dei sedicenti terroristi delle Brigate Rosse.

Tonino Zana

Tonino Zana giunge a cimentarsi nel merito di tale interpretazione, secondo una costruttiva dichiarazione d’intenti posta alla base del libro, ricorrendo alla poetica di una disarmante considerazione: “intorno a come potè l’esigenza della vita diventare la morte di Moro, circola e si dibatte il nostro rimorso, la ricerca di una autentica riappacificazione, l’umanesimo cristiano e quindi universale a capire l’errore, a migliorare la responsabilità del nostro esistere. (…)”.

Sul filo sensibile di un’analisi trasversale, sviluppata fra le luci e le ombre del convulso periodo di questo incredibile dramma nazionale, la complessiva rivisitazione dei suoi particolari rivela la forza crepuscolare della ricerca morale verso una compartecipazione responsabile nella ricostruzione critica di ciò che ha travolto la cronaca di quei giorni trepidanti d’attesa, esorbitanti nella desolazione del prevalere di una cristallizzata approssimazione generale, propria, cioè, di quel “dilettantismo”, come fra l’altro scrive l’autore, “che una volta l’anno, diventa il più preciso professionismo. (…)”.

Sembra premere, dall’ormai calato fitto sipario di un’epoca fatalmente perduta, questo pungolo di propositiva precisazione, garbatamente proposta a possibile lettura della realtà in questione, alla quale Tonino Zana, fra l’altro, giunge, in aderenza al ruolo evocativo del menzionato aggettivo che, qui grava con una peculiare investitura d’azione, nel dipanarsi dell’intera pubblicazione: “(…) Per mediocri, intendo tutti coloro che non hanno operato a sufficienza, si sono girati da una parte, hanno percorso una strada fissamente, hanno omesso di intervenire. Intendo chi scelse lo Stato invece della Persona, l’astrazione di un’ideologia, anziché il sangue pensante delle regole, dei diritti e dei doveri pulsanti nel corpo della Persona. (…)”.

Relativamente a quei frangenti, il pensiero dello stesso Moro, sopravvissutogli per il tramite di alcune missive attestanti gli strazianti momenti della sua cattività, sembra andare in questa direzione di desolante smarrimento, nell’imponderabile svelamento dell’incombere inconcepibile di una cruda realtà, prendendo atto, nella struggente lettera indirizzata alla moglie Neretta, il 5 maggio 1976, della (…) incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione (…)” , contestualmente definendo quanto gli stava capitando “(…) questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. (…)”, in un’esternazione che già al suo segretario particolare Sereno Freato (1928 – 2013) aveva cercato di condividere, nel più diffuso contesto di un’altra lettera, in quella considerazione mediante la quale affermava che “(…) la mia allucinante vicenda mi ha dato l’impressione di essere rimasto senza amici. So che non è così, anche se alcuni (o tanti) che potevano non si sono adoperati (…)”.

Se, lo stesso Moro, nel medesimo suo ultimo manoscritto, fra l’altro, rimarcava che “(…) cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. (…)”, alludendo ad una possibile via per la sua liberazione, Tonino Zana documenta gli aspetti delle varie parti in causa tra quei molteplici piani d’osservazione che sono fattibili per una ferma valutazione della sanguinosa contingenza, analizzata nell’ambito della sua evoluzione e, pure, a successivo computo della sua conclusione: “(…) Negli anni che seguiranno, lo Stato tratterà sempre, per i carcerati vicini o lontani, attraverso i servizi segreti, per la liberazione di ogni prigioniero. Con Moro, questo non accade. C’è una parte forte di tortura nel lasciare Moro senza una speranza. Ancora oggi si fatica a comporre un barlume di luce per rischiarare il sentiero di una speranza efficace per Aldo Moro. Non esiste un giorno dei 55 giorni della prigionia in cui Aldo Moro abbia potuto sperare in una salvezza. Forse qualche ora incerta, nient’altro. (…)”.

A questa significativa visione d’insieme, pare pure sommarsi un ripugnante paradosso, scaturente a fronte della legittima richiesta d’aiuto e dinnanzi alla strada della scelta risolutiva verso una naturale ricerca volta alla sua liberazione: “(…) Moro, vilipeso dagli avversari e da chi non lo stimò nella libertà e nella prigionia, veniva accusato, in sostanza, di una negligenza morale verso lo Stato, di una viltà, poiché anteponeva ragioni individuali rispetto ai valori dello Stato. (…)”.

Centoquarantaquattro pagine valgono ad analizzare il contesto di allora, suscitando un confronto di riflessioni sul rapporto fra l’uomo e lo Stato, suscitando interrogativi sulla macchina democratica nel contesto della quale tutto è avvenuto e sul ruolo della giustizia, anche per le implicazioni di provvedimenti adottati su persone titolari di responsabilità, a vario titolo, correlate all’atroce delitto.

Ci sono anche loro, nella trattazione del libro, i “terroristi”, come pure, in un’ampia rappresentatività stemperata fra vittime e carnefici, anche gli uomini della scorta di Moro, ammazzati durante il rapimento, e fra gli altri, anche Paolo VI che secondo le parole usate da Tonino Zana“(…) Rimprovera Cristo nel senso che solo un Papa, fratello in Cristo, può rimproverarlo. Cioè pregandolo di tener conto di una distrazione, quasi di un errore che pure Dio può compiere, almeno diecimila volte, nel cuore pauroso dell’eternità (…)”.

Ci sono, fra altri ancora, come Bettino Craxi (1934–2000) del Psi, interprete di una netta presa di posizione per la trattativa, anche gli uomini del suo stesso partito, dove, ancora secondo l’autore “(…) Nella Democrazia Cristiana, in quei giorni, si consuma il dramma maggiore tra i protagonisti della vita politica. Moro è il leader incontrastato del partito, incontrastato, ma spesso in minoranza a causa di un esiguo numero di appartenenti alla corrente che prende il suo nome e alla natura troppo riflessiva e acuta del suo capo. Moro è il più intelligente della Dc, come lo è Berlinguer nel Pci. Pare, quasi, che la cronaca e la storia abbiano bisogno di sbarazzarsi di loro per procedere secondo linee mediocri, di facile accesso interpretativo, di agevole proiezione. (…)”.

Su questo versante politico, paiono pesare ancor di più le parole di Aldo Moro, espresse nella citata lettera di commiato alla moglie “(…) vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della Dc con il suo assurdo e incredibile comportamento (…)”, mentre, nella stesura di tale missiva che si suddivideva in pensieri differenziati fra passato e presente, tale forte personalità si rivolgeva, consapevole, al futuro dell’incognita ultraterrena, indagato oltre il varco della morte “(…) vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo. (…)”.

A chi è sopravvissuto a quei giorni, a quanti son arrivati in seguito ed a chi verrà, il libroAldo Moro – La congiura dei mediocri” intende affermare “la promessa di una pace intorno alla Persona, della sua intangibilità”, quale liberazione ultima da quel “(…) lager ad personam, oppure una foiba orizzontale: centimetri 90 per centimetri 300, 55 giorni, neppure l’ombra di un viso amico o la visita delegata di un proprio caro. Nessuno”, preludio bestiale di uno sconcertante epilogo ferale, relativo ad un esponente politico di spessore che oggi, “sarebbe rivoluzionario rispetto al non pensiero delle frasi fatte, delle combinazioni apodittiche, dei versi infantili di una politica rissosa e priva di ragionamenti lunghi, magari complicati, ma solamente diretti verso la fattura di progetti e l’indicazione di soluzioni non miracolosamente dettate da convenienze istantanee”.