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Brescia – A detta dell’autore, trattasi di una sorta di “neoilluminismo”, in cui cercare di stabilire le connessioni fra alcuni aspetti della cultura che possono sembrare separati fra loro, dando, invece, corso e materia ad una svelata prospettiva di sintesi, ricondotta a quella tradizione culturale, in questo caso, spiegata nell’affermazione che “Questa visione unitaria della conoscenza umana è stata denominata “illuminismo”, volendo intendere un progetto di unificazione del sapere per il miglioramento dell’umanità”.

E’ il libro, per la “Marsilio editori”, a documentare, fra le sue fitte duecentoquarantacinque pagine, quanto, in quattro capitoli principali, il prof. Giuliano Di Bernardo ha scritto, nella metodica sequenza di una dotta dissertazione, relativamente al tema, racchiuso nel titolo stesso della pubblicazione, che è espresso nei terminiLa conoscenza umana – Dalla fisica alla sociologia alla religione, per, fra l’altro, “esaminare il rapporto tra la cultura e la sua base biologica”.

Conoscenza_umanaUna dettagliata bibliografia ed un particolareggiato indice analitico dei nomi delineano, nelle cifre contenutistiche della conclusione, la quadra d’ampiezza della perpendicolare argomentativa, tracciata a baricentrica proporzione della rispettiva dimensione esplicativa di ciò che risulta nel merito de “La nascita della scienza”, “La duplice natura della biologia”, “La triplice natura della sociologia”, a sua volta messa in relazione circa “l’ontologia sociale”, “il rapporto essere/dover essere”, “la spiegazione dell’azione”, “i sistemi normativi” e “la fondazione del sociale”, a fronte di una seconda parte del volume, riguardante, invece, “Le assunzioni scientifiche e filosofiche”, indugianti, esemplarmente, su “L’origine della vita e la teoria dell’evoluzione”, “Il cervello, la coscienza e l’intenzionalità”, “Le basi biologiche della cultura”, “L’evoluzione e la religione” e “La conoscenza del mondo esterno”, fino ad approcciarsi propositivamente all’interrogativo “Quale futuro per l’umanità?”.

Alla base dell’interessante analisi di tali tematiche si erge un sensibile nucleo di pensiero, fondato pure sull’attestazione sistematica che “capire l’uomo e la società significa capire l’essenza stessa della natura umana”, dal momento che, come, fra l’altro, Socrate aveva insegnato, “l’uomo è la misura di tutte le cose che sono, in quanto sono, e di tutte quelle che non sono, in quanto non sono”.

Nella temporalizzazione storica di questi assurti analitici, il libro si compone di due parti: una di stampo accademico, inerente il rapporto tra le scienze della natura e quelle dell’uomo, ossia, nello specifico, tra la fisica, da un lato, e la sociologia dall’altro, con le due differenti soluzioni correlate, rispettivamente di tipo ermeneutico, con la presa di posizione rappresentata dalla concezione di una netta separazione fra le due, e, su altro versante, di genere, invece, positivista, costituita dalla differente considerazione di una compenetrata loro stretta aderenza: “positivismo ed ermeneutica si sono, quindi, fronteggiati come punti di vista alternativi ed esclusivi nello studio dell’uomo e della società, con la conseguenza che la distinzione tra scienze naturali e scienze sociali si è radicalizzata fino a creare tra di loro una lacuna incolmabile”.

Alla ricerca di una soluzione diversa, secondo una metodologia precisa e rigorosa, l’autore trova l’anello di congiunzione, tra la fisica e la sociologia, nella biologia che, per lui, consente di allargare il concetto di scienza, formulato da Galileo al suo tempo, fino ad includervi, oggi, anche la sociologia: “Esiste, pertanto, una linea di demarcazione, all’interno della biologia, secondo cui la parte meccanicistica si avvicina alla fisica, mentre la parte evoluzionistica tende verso la sociologia”.

Protagonista di tale composita riflessione è l’uomo che, nella rispettosa consapevolezza delle diverse definizioni mediante le quali può essere individuato, a seconda delle antropologie filosofiche (religiose, laiche, materialistiche, spiritualistiche) che gli sono applicate, sembra sfuggire dal contesto della sociologia che studia i “rapporti tra gli uomini senza interrogarsi di cosa sia l’uomo”.

Questo ravvisato limite di senso è affrontato nella seconda parte del libro, rivolgendo attenzione alla significativa tripartizione delle ataviche domande fondamentali: “da dove veniamo? chi siamo? e dove stiamo andando?”, nella caratteristica formulazione dei quesiti di sostanza che possono, però, avere risposte diverse, a seconda delle affermazioni con le quali si cerca di soddisfarli.

Giuliano Di BernardoSi tratta di “quel punto di vista” che il prof. Giuliano Di Bernardo non manca di stigmatizzare, nella possibile differenziazione di un confronto, imperniato sul valore della tolleranza, che può intercorrere fra il proprio avviso, rispetto a quello, eventualmente diverso, altrui. Si tratta di quella presa di posizione, delineata nelle considerazioni attribuitevi, che si profila in una personale conclusione, nell’ambito di un metodo di interazione intellettuale che è praticato nella riconosciuta validità della sua più naturale e plurale condivisione.

Nel merito di una definizione sull’origine dell’uomo, discettando dal punto di vista della religione, si instaura culturalmente una svolta creazionista, mentre d’altro canto, prettamente scientifico, l’uomo pare, invece, sia il prodotto vivente dell’evoluzione naturale.

Il punto di vista dell’autore, nel merito dell’argomento in attinenza a questo volume, è quello della scienza e quello delle scienze che studiano la natura, la vita, l’uomo, a proposito dell’origine del quale, può esservi il determinismo della fisica e della chimica, in riferimento a quella cellula primordiale che è spiegata dalla concezione dell’evoluzione naturale. La vita soggiace a tale teoria, già formulata dal naturalista inglese Charles Darwin ed “introdotta nel 1859, per spiegare come da un essere vivente unicellulare si siano sviluppate tutte le specie viventi”. E’, infatti, del 1859 la pubblicazione del libro “L’origine delle specie”, con la messa in luce della scoperta del meccanismo per cui si produce la vita: “La teoria darwiniana dell’evoluzione tende a favorire tutto ciò che possa aiutare la specie a sopravvivere. Lo ha fatto con gli esseri umani favorendo la crescita rapidissima del cervello che ha sviluppato in loro la capacità di escogitare nuove possibilità per sopravvivere in un ambiente naturale e umano ostile. Il vantaggio darwiniano della religione sta soprattutto nella sua capacità di favorire la coesione di gruppo e d’imporre il controllo sociale”.

Tutto ciò che si chiama vivente ha un’unica origine. “La specie Homo” è percepibile come lo sviluppo di una manifestazione delle varie creature, attraverso l’evoluzione naturale, analogamente alla metaforica ramificazione di un albero assai frastagliato. La natura ha cercato di correggere gli errori che essa stessa aveva fatto nel modellare la fattispecie umana, nel corso del perdurante incedere di una distinta gemmazione antropomorfa.

Secondo l’autore, oggi, anche sulla base dello studio sempre più affinato della genetica e delle neuroscienze, “l’uomo sta per affrancarsi dalla selezione naturale. L’umanità ha raggiunto uno stadio del suo sviluppo in cui potrà decidere cosa diventare”, anche ad ulteriore sostegno del fatto che pare che sia dai tempi del Neolitico che “l’evoluzione culturale subì una accellerazione così rapida che quella genetica restò indietro. Il divario si allargò sempre di più e oggi ci si chiede quanto sia lungo il guinzaglio che lega i geni alla cultura”.

L’essere “homo”, a differenza delle altre specie viventi sulla terra, ha dentro di sé qualcosa di diverso rispetto agli altri: una corteccia cerebrale, un cervello che è l’origine di quello che, nella storia, i filosofi hanno chiamato coscienza. Grazie a questa coscienza, si interseca, con questa riflessione, una traccia per una visione futura dello sviluppo umano, in relazione al quale l’autore si chiede se la religione e la scienza possano avere, nel merito, una determinante voce in capitolo, per accompagnare idealmente il prosieguo evoluzionistico, anche alla luce della necessità espressa dal dato fatto che nella “storia dell’uomo sembrerebbe che l’evoluzione abbia preferito la ragione alla saggezza. Con la ragione l’umanità ha potuto creare la scienza e le civiltà, ma non ha saputo, purtroppo, esercitare la saggezza necessaria per preservare le sue creazioni”.

E’ in questa conseguente “ricerca dell’autorità capace di esercitare saggezza” che l’autore appura che “la società umana attuale, sempre più orientata verso i principi della democrazia che sta livellando l’umanità verso il basso, caratterizzata da un ossessivo relativismo, non sia in grado di condividere l’etica mondiale proposta dalle religioni e farla quindi assurgere a guida della condotta umana”.

Delineata dal “Parlamento delle religioni” nel documento “Dichiarazione per un’etica mondiale”, (trattato dal teologo cattolico Hans Kung, in “Per un’etica mondiale”, Milano, Rizzoli, 1995), questa realtà costitutiva dei valori di riferimento, “per un equilibrio tra la ragione e la saggezza”, “ha bisogno di essere tradotta in pratica di vita”, anche a costo di essere imposta, aristotelicamente, da un “tiranno illuminato” che, “però non nasce dal nulla: il suo avvento deve essere preparato da uomini di qualità, indipendentemente dal sesso, dalla lingua, dal colore della pelle, dalla religione, dalla cultura”.