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Altrove, pare possa avere a che fare con un omonimo gruppo di soccorso, ma, in questo caso, gli ammirevoli volontari della “Croce di San Nicolò” di Lecco non c’entrano.

Trattasi, invece, a Verona, del simbolo cristiano per eccellenza che è stato interpretato in una peculiare rielaborazione evocativa di consistenza. L’apposizione, sulla stessa figura eretta, di tanti volti, noti e meno noti, fino a contemplare anche emeriti sconosciuti, ne rivela, sulle sue tradizionali braccia perpendicolari, la complessità di una allusiva umana coincidenza, perché questa sua singolare manifestazione possa risultare sintesi di una rappresentatività estesa e condivisa, in tutta la sua figurativa ed evidente prorompenza.

Assurta, fin da principio, ad elemento evocativo di un conclamato patibolo cruento, in una massima espiazione, prevista in una mortale incidenza, la croce si è evoluta, poi, paradossalmente, ad emblema di risurrezione e di salvezza, per la fede religiosa ispirata a quel supplizio messianico che è specificatamente al centro della rivelazione cristica per eccellenza, tanto che, anche la “Croce di volti e di nomi”, presente nella Chiesa di San Nicolò all’Arena, è una espressione devozionale che sembra offrire ulteriore motivo di umanizzazione alla già, di per sé, assunta condizione umana incarnata nel Salvatore.

Nel dispiegamento dei manufatti chiesastici d’arte barocca con i quali si trova definita tale antica sede consacrata veronese, questa croce appare nei suoi contemporanei riferimenti che si denotano propri di una attuale stilistica di appartenenza, insieme a quella modalità compositiva che la astrae in una sua data pertinenza, pure per le immagini collocate lungo tutta la sua superficie, interamente valorizzata dal tema che le è stato assegnato in tutta evidenza.

Giganteggia dinnanzi alla cappella dedicata a San Giuseppe, padre putativo di Gesù, in una mistica prospettiva di rimando al congiungersi di ruoli diversi, presenti nel misterioso disegno evangelico della rivelazione cristiana, erigendosi al centro laterale di questa chiesa che, a sua volta, si situa vicina alla notevole attrattiva dell’arena cittadina, tuttora imponente mole a traccia d’altrui vissuti, assimilati dal tempo ed immersi in un’ulteriore dimensione storica, compromessa, secondo questa famosa realtà archeologica, in un’impronta tutta terrena.

Questa croce, ormai tipica nella Chiesa di San Nicolò all’Arena, rimanda, invece, al cielo, nella sua essenziale e basilare connotazione esclusiva, pur condensando in sé altri interessanti elementi per una propria singolare complessità evocativa.

Una complessità propositiva, spiegata dal suo stesso autore, l’artista Marco Danielon: “(…) Questa croce ci invita a stare dentro a una relazione con i volti che si rivelano nella fatica, nella sofferenza, negli scarti della vita. E’ monito ad aprire le porte della nostra città, dei nostri cuori, ad abbattere i muri dell’indifferenza. Ma è anche un abbraccio cosmico, planetario, con tutte quelle donne e uomini che nelle periferie esistenziali cercano un riscatto, un desiderio di Ri-nascita”.

Nella ricorrente penombra della chiesa, tale croce la si sfiora con uno sguardo che la può cogliere nella sua peculiarità distinta dall’apparato religioso circostante ed, ancor di più, focalizzandola in una scommessa con la nitidezza che vi è intorno fattibile, notandola anche a motivo delle numerose testimonianze che vi sono infisse, per il tramite dei tanti volti presenti sulla maggior parte della sua superficie.

Un aspetto motivato da quanto accompagna la visione di questo esplicito manufatto, pure mediante la lettura, sul posto, di un testo divulgativo della medesima opera, in cui, fra l’altro, emerge che “(…) Sono molti i volti su questa croce. Non appartengono tutti alla stessa religione, ma la risurrezione è per tutte e tutti, credenti e no. Sulla croce c’è, ad esempio, il volto di Peppino Impastato, che non si riteneva credente, ma la cui lotta contro la mafia lo fa risplendere come volto della giustizia, stella pasquale, mattutina. La sua passione lo ha reso un’icona laica di risurrezione. (…)”.

A questo tema, se ne legano, in un’analoga apertura di prossimità, anche altri di stringente attualità, come, ad esempio, quello del drammatico esodo dei migranti, nella metaforica espressione compositiva di una serie di particolari che, anche attraverso la trascrizione di alcuni nomi, denotano, in un ingegnoso risvolto polimaterico, strutturato fra immagine e scrittura, il risultato allusivo che “(…) Sulla croce dei volti vi sono anche molti nomi. Sono quelli dei migranti affondati nel mare a Lampedusa. Li abbiamo scritti nella loro lingua madre e poi tradotti. Il loro significato incanta: la prima bellezza, buon cuore, illuminato, la mia benedizione, il loro legame, la mia pianta, il seminatore, la promessa, il ripianamento del debito, fertilità, medicina, cura, olio santo, buona notizia, germoglio, viene da Dio, portatore di pace, sii buono con loro, grazia, luce. (…)”.

Madre Teresa di Calcutta, papa Giovanni XXIII, padre David Maria Turoldo, mons. Oscar Romero, sono, fra tanti altri ancora, naturalmente in capo anche a personalità non consacrate, le figure partecipi della manifestazione artistica e spirituale di questa croce che, ancora secondo l’autore, Marco Danielon, rappresenta “(…) un percorso maturato nel tempo, un cammino con una comunità, una ricerca, un’esperienza personale condivisa con alcuni amici portatori di sogni e di drammi del mare. (…)”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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