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Fino a che un dato sguardo non cattura chi osserva, la mostra sembra passar via, ma, nell’attimo di coglierne il riflesso, entro il campo visivo abbracciato, è allora che si crea il punto d’intesa, ingiunto da una voluta comunicativa, secondo il combaciare di quella attrattiva che appare calamitata nell’efficacia di una privilegiata prospettiva.

In quel mentre, si apprende, leggendolo sul posto, che la mostra si chiama “La cura in uno sguardo” e che tale allestimento profila, in sé, l’ennesima iniziativa espositiva, realizzata all’interno dell’ospedale Civile di Brescia, lungo il noto e frequentato corridoio maggiore della solenne quadreria.

Personale sanitario fotografato nelle peculiarità del volto con la mascherina, in un primo piano attento e penetrante, catturato dal cardiologo Giuseppe Milesi, medico con una personalità di cuore palpitante, anche in una vocazione espressiva, nella presumibile passione per la fotografia.

Le sue immagini a colori storicizzano la fase epocale dell’arcinota aggressione del Covid-19, mediante quell’umanizzazione veridica che promana dalla rispettiva testimonianza di una cifra personale effettiva, moltiplicata in una caratura collettiva.

Sono alcuni, fra quanti, in prima persona, si esplicano professionalmente, secondo la propria qualifica costitutiva, nell’orbita di un impegno elevato a misura emergenziale del far fronte, in un ambito ospedaliero, a quella cura sanitaria messa alla prova nelle diverse fasi del contagio, deflagrate nel corso del 2020, sulla scorta della drammatica curva pandemica.

Chi, con gli occhiali o con la visiera, chi, invece, senza, ma tutti indossando i prescritti dispositivi di protezione individuale, i soggetti d’ambo sesso in immagine, rivolgono gli occhi all’obiettivo fotografico, interagendo con la resa stessa della fotografia, secondo la modalità con la quale questa esternazione appare prodotta a chi la guarda, per il verso, cioè, di una lingua non verbale, ma altrettanto densa di una certa comunicativa.

Ce ne è un po’ per tutte le più disparate congenialità che, “a pelle”, possono soffermarsi o sull’uno, o sull’altro paio di occhi, in quell’efficacia magnetica ed attrattiva, orientata su un piano pure elevabile a specchio dell’anima, che fa di queste aperture individuali, rivolte al mondo, l’ispirazione emblematicamente resa nei versi di Cesare Pavese, a riguardo della pertinenza soggettiva di un’intima affinità elettiva, divenuti famosi con il declamare: “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi (…)”.

Questa intesa di sguardi trascende le intenzioni della mostra “La cura in uno sguardo”, nella quale il ruolo sanitario assurge a protagonista, nella derivante oggettivazione dell’attività specifica ad esso correlata, percepibile ad emblema rappresentativo, insieme ai professionisti fotografati, anche degli altri referenti, pari qualifica, che si sono prodigati, come ancora si esplicano, nei servizi da loro espletati.

Lo si legge nel pannello introduttivo della mostra stessa ove, in lettere ed in concetti, l’intento della mostra si circoscrive: “Esprimersi con gli occhi, quando ogni altra parte del corpo è coperta da tute, mascherine, visiere che non consentono di comunicare se non attraverso uno sguardo. Proprio negli sguardi dei tanti infermieri, medici, operatori degli Spedali Civili di Brescia che si sono prodigati senza sosta nei mesi più duri della epidemia di Covid-19, è racchiusa l’essenza del “prendersi cura”. Una sola inquadratura moltiplicata per i volti di tanti operatori sanitari, 16 scatti dove a parlare sono le espressioni degli occhi, più eloquenti di molte parole”.

Identità svelate, rigorosamente con il solo nome di battesimo ed profilo lavorativo, con una sorta di breve epitaffio, pubblicato sotto il proprio sguardo, sottolineato da una concomitante mascherina, ad accompagnare, con un motivo di riflessione, l’esito, percepito in chi osserva, rispetto all’insieme della fissità espressiva, confezionata nella propria fotografia.

Combinazione del luogo interessato all’allestimento, il fatale assortimento implicitamente instauratosi sul posto, grazie all’apparentemente involontario appaiamento, a carico delle immagini fotografiche allestite, con gli storici dipinti della quadreria, visionabili a sfondo di questa manifestazione espositiva.

Cornice anch’essa, se si vuole, di sguardi usciti ciascuno dal proprio tempo quale periodo vissuto di cui se ne attesta la tipica rispondenza, oltre che per la stilistica pittorica, anche per i particolari della figura del benefattore stesso, per lo più a mezzo busto, che campeggiano in ogni ritratto, significativo del proprio ambito di riferimento, unitamente alle personalità espressive, nelle fattezze personali ritenute rimarchevoli per un perdurante e pubblico ingaggio di memoria, sviluppato a loro riconoscimento.

Anch’essi paiono partecipare in sguardi, non meno appropriati, a quanto vi scorre loro innanzi, in quell’andirivieni costante, intercorrente nel frequentato maggior nosocomio cittadino, nel situarsi, sulle tacite tele di varie epoche, a contorno di ciò che attiene a quanti calcano la scena di questo mondo, nella fissità pittorica di ciò che rende, di rimando a questo incedere diuturno, la prossimità di un loro silente affacciarsi al passaggio di ogni giorno, emergendo da lontano, nel giungere da quella dimensione di un altrove che ancora sa comunicare la dimestichezza umana di una congiunta immedesimazione.