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Il messaggio era del 20 ottobre del 1934. L’indomani, quanto D’Annunzio aveva comunicato ai “Canottieri Garda” di Salò si era trovato fedelmente pubblicato sull’edizione quotidiana de “Il Popolo di Brescia”, in una pagina sezionata dagli articoli relativi alle cronache del tempo ed anche indugianti su alcuni approfondimenti culturali, fra curiosità poste a guarnizione di eventi storici, raccolti attorno a peculiari avvenimenti, come, tra l’altro, la scoperta di “una lega metallica dura come il diamante” del prof. Raymond B. Ridgway di Londra, delle vicende risorgimentali bresciane, narrate in merito ai bollettini di propaganda clandestina della tipografia di Egisto Venturini, e dell’importante “Terza Mostra della Meccanica e della Metallurgica”, in quei giorni, in atto a Torino.

Il giorno prima dell’uscita in stampa del giornale, per Gabriele D’Annunzio era “il 20 ottobre di Cattaro 1934”, utilizzando nella datazione la propria personale propensione all’originalità estrosa di uno stile piegato alla scompaginante ideazione d’espressioni, pure legate all’autocelebrazione che, in questo caso, erano rese a favore della sottolineatura di un giorno, interessato ad un mese allusivo a certe sue conclamate gesta, interpretate durante la Prima guerra mondiale. “Cattaro” è geografia incuneata in quel bacino di spazi adriatici dove la natura dei luoghi dalmati era divenuta teatro di un’iniziativa animata dal poeta in una avventurosa sortita militare: nella notte tra il 4 ed i 5 ottobre del 1917 Gabriele D’Annunzio aveva personalmente partecipato al bombardamento della flotta austroungarica, ancorata nei pressi delle Bocche di Cattaro, volando a bordo di uno di quei quindici aerei biplani “Caproni” a tre motori, capitanando un’ardita operazione, “da molti considerata come la più straordinaria impresa bellica che sia mai stata compiuta con velivoli destinati a voli su terra”, partendo da Gioia del Colle nelle Puglie dove, compiuta vittoriosamente l’incursione, era ritornato incolume, ottenendo pure la “promozione, per meriti di guerra, al grado di maggiore”.

Da allora, approdando agli anni a seguire, fino all’epoca testimoniata dal mezzo di informazione che nell’autunno del 1934 interpretava l’eco di una sua pubblica ed epistolare manifestazione, Gabriele D’Annunzio era diventato bresciano d’adozione, andando ad abitare al “Vittoriale degli Italiani” di Gardone Riviera. Qui, nella rete di relazioni intessute fra gli ulivi e gli allori del Garda, il poeta aveva continuato a fare parlare di sé anche una solerte stampa vistosa che puntualmente non mancava di rendere appropriata e gradita notorietà a quanto trapelava a proposito dell’aura pubblica della sua persona, implicata in un’ormai indiscussa estemporaneità carismatica e voluttuosa. Dalle parole stesse di D’Annunzio i lettori del quotidiano bresciano erano aggiornati circa le incontenibili evoluzioni che l’illustre uomo di lettere e di azione seguitava a comporre nel variopinto mosaico delle proprie congeniate attribuzioni. Fra queste, quella contenute nel testo pubblicato sul giornale, in ordine al messaggio che, dal poeta abruzzese era stato rivolto alla sopravvivente specificità locale gardesana, facente capo ai “Canottieri Garda” di Salò, in relazione al “cambio di guardia” della presidenza che vedeva insediarsi il nuovo titolare dr. Paolo Nichelatti al posto del dr. Antonio Duse che aveva, fino ad allora, ricoperto la carica al vertice dal 1924.

Nelle considerazioni espresse, al nuovo rappresentante del tuttora attivo sodalizio sportivo gardesano, Gabriele D’Annunzio incitava i destinatari del suo appello ad un fecondo brindisi a favore di una sua estrosa invenzione, riguardante una città lacustre di sua onirica ideazione, rispondente al nome di Benàco: “Colleghi, compagni, sodali, bevete alla Città di Benàco: bona omnia”. Nel messaggio, intriso dalla robusta e leziosa poetica dannunziana, l’autore spiegava che “graziosamente il Capo del Governo aspetta da me la finale proposta per riunire i Comuni contigui di Salò e di Gardone in uno solo: che sarà chiamato città di Benàco”. Secondo l’intraprendente Vate Immaginifico, si trattava, per le due comunità gardesane locali, di “superare il pregiudizio e il costume, l’orgoglio di campanile e il diritto di albergheria: tenaci avversari”. Per fare questo il poeta pare confidasse pure nel summenzionato dr. Antonio Duse (1880 – 1955) che, nell’articolazione sontuosa e solenne del frasario dannunziano, fattosi messaggio librato dal Vittoriale, si trovava investito da sferzanti ed incalzanti parole d’aurea investitura: “Dallo sforzo ritmico del rematore alla immobile insidia dell’uccellatore, egli ha studiato e studia tutti i gradi e i modi dell’esercizio umano. Un dè miei dilettissimi trecentisti lo chiamerebbe “medico di piaghe” e “dottore di stelle”. Pronto sempre a cogliere l’occasione, com’egli a ribattere la rete, io chiedo alla sua arditezza e alla sua saggezza stasera nel convito un responso difficile”.

Alla professione medica apparteneva veramente Antonio Duse, nel ruolo tra l’altro, di medico personale di D’Annunzio, in un assodato vincolo di fiducia verso l’illustre personaggio che, nel sostenere l’opportunità della ravvisata conversione toponomastica comunale, fra Gardone Riviera e Salò, precisava nel suo messaggio che la stessa fusione amministrativa fosse funzionale anche al recupero di una antica denominazione latina, a discapito di un’altra di più recente origine e di reminiscenza lessicale germanica, come lo sono rispettivamente la catulliana “Benàco” e la medioevale “Garda”. In relazione a ciò, nel messaggio espresso agli “Agonali del Remo” di Salò, le parole di D’Annunzio si facevano conseguente proclama per un monito esplicito: “Rinnovelliamo, o Benacensi, fra tante novità vitali, la parola vergiliana e dantesca: Benàco di contro alla parola straniera che comincia ad apparire nel dodicesimo secolo e per alcun tempo nelle cariche pubbliche si alterna con quella gloriosamente latina”.

Per l’estensore del messaggio, fra le due denominazioni, ad attrarre Salò nella sue residenza elettiva di Gardone Riviera, era anche quanto espresso nella considerazione incrociata in merito alle aderenze circa la duplice realtà che era sperimentabile nella sua prestigiosa dimora: “E per dare il buon esempio – come ho sempre fatto devotamente in guerra e in pace – ricordo ai convitati che io sono cittadino d Salò e che nel Vittoriale degli Italiani l’aula della Musica si chiama La Camerata di Gasparo”. Il convito, termine di agape fraterna, con cui l’autore intendeva “addolcire queste offerte” nell’ambito ideale, dell’auspicata comunione dei destinatari del suo scritto, intesi in una diffusa condivisione, pare innestarsi, fra le parole usate, attorno ad una coincidente ed inneggiante volontà di rituale libagione valoriale: “Antonio Duse versi nel bicchiere d’argento inciso il “cognac dell’Imperatore”: un vecchissimo cognac napoleonico custodito in due bottiglie che sole mi rimangono dalle mie scorrerie navali, dalle mie piraterie a volta a volta allegre e disperate nelle acque del Carnaro tuttavia infette”.

Dall’argentea coppa del suscitato convivio, attribuito in connotazione all’apprezzato consorzio sportivo, la vibrante eco, sopra le espressioni usate da Gabriele D’Annunzio nel testo del suo messaggio, aveva manifestato, secondo la cronaca fattane dal citato quotidiano “Il Popolo di Brescia”, quella che era stata definita dall’anonimo cronista dell’articolo, messo in stampa, come “una vivissima dimostrazione di entusiasmo e di gratitudine per l’interessamento che il Comandante tanto dimostra per la rinascita della riviera benacense” che, nei suoi panorami e nel riverbero delle estati cicliche agli inverni, pure enumera silenziosa quelle onde che muovono il velo intatto del vivo specchio lacustre, verso essa inesorabilmente attratto.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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