Canoni di bellezza cercasi. Alla ricerca dei criteri definitori la riconosciuta beltà. Pare che l’occhio voglia, come si dice, la sua parte e che tutti si sia esposti a giudizi estetici sia propri che altrui, tanto noti ed esplicitati, quanto invece sommersi e tacitati da un velo di controverso riserbo.

A proposito della bellezza sembra che parametri oggettivi non siano comunemente dimostrabili, lasciando, ai miliardi degli abitanti il pianeta terra, la possibilità di giostrare l’immagine di sé e degli altri attraverso modalità ispirate a diversi ed anche a complessi punti di vista nei quali anche l’innata ed istintiva attrazione o repulsione capita a volte giochi un ruolo più o meno funzionale in una valutazione di massima che l’intelligenza, tra l’altro, sa però debba pure riguardare l’interiorità e non solo l’apparenza esteriore.

Forse non è altrettanto comunemente risaputo che un tentativo per prefissare un’analisi delle caratteristiche prefiguranti una bellezza di armonia, fra forme e membra nella genericità di un corpo, sia stata catturata dalla matematica per il tramite di un’ideazione di calcolo della quale ne dava notizia la stampa alla fine degli anni venti del novecento bresciano.

A x T : 240 = P. che è un’espressione di antropometria …. per risolvere la quale non occorrono altre misure che il metro, né calcoli così difficili che ciascuna delle mie lettrici sappia fare in due minuti. La lettera A significa altezza; il T. torace, il P il peso ecco quindi spiegato l’enigma: è la formula della bellezza, secondo il quotidiano “Il popolo di Brescia” di giovedì 3 gennaio 1929, nell’insieme di un articolo dedicato alla sfuggente tematica estetica di cui non si conosce l’autore.

Se l’abituale soggettività d’analisi circa la percezione e l’attribuzione della bellezza risultano marginalizzati in questo caso dal ricorso invece ad una composizione di puro merito matematico, le considerazioni, a monte di tale controversa interpretazione, si raccolgono in una visione dei requisiti comunque riconducibili al precisare: “La bellezza deve essere prima di tutto armoniosa, quindi proporzione di forme, il peso di una donna perfetta è antropometricamente in ragione della statura, dell’ampiezza del torace; supponiamo ad esempio che una delle mie lettrici sia alta 160 cm. che il giro del torace misuri 84 cm. Ella per essere proporzionamente giusta deve pesare: 164 x 84 : 240 = 56. Pesa più di 56 chilogrammi o meno? Non è una figura perfetta almeno per quanto riguarda la proporzione delle forme”.

Il metro per misurare in che rapporto la bellezza possa esprimersi, ma nel tenere anche presente che i numeri, come a volte in matematica accade, sono presi a prestito nella sedicente formula valutativa per una filosofia sottintendente significati funzionali a contesti più vasti ed ideali, quale traccia d’orientamento di massima su rotte altrimenti difficili da attraversare in un modo univoco.

Avete dunque compreso? Il peso vostro deve corrispondere alla misura dell’altezza moltiplicato per l’ampiezza del petto, il tutto diviso dal 240 che è costante, un numero scoperto dai matematici, come termine di rapporto”.

Il passo di un anno in avanti e il quattro gennaio 1930, il giornale “Il Popolo di Brescia” ritornava in un qualche modo sull’argomento con un articolo a esigua, ma a esuberante colonna dal titolo incalzante analoghe curiosità di simili tormentoni di opinione circa il riassumere in sintesi compiuta la varietà di curiose considerazioni e di diverse ispirazioni: “Vademecum per gli uomini – I segni rivelatori dell’indole femminile”.

Anche in tale contributo editoriale immesso sul quotidiano bresciano in edicola nella giornata prefestiva di un sabato di diversi decenni fa, anno ottavo dell’era fascista, l’autore è anonimo, ma le idee espressevi sorvolano pittorescamente sulla paternità del contenuto, in quanto pare una collezione di luoghi comuni, facilmente intuibili nella coscienza collettiva della mentalità dell’epoca, ispirata a moderata e tradizionale compostezza, ma ugualmente interessante per la raccolta a compendio di un tema colorito, per certi versi ancora attuale nel confronto fra i sessi che da sempre si studiano e si cercano fra di loro.

Anche l’insieme della giurisprudenza, negli studi del diritto, ricorre al concetto della “cura del buon padre di famiglia” per indicare precise connotazioni che, per quanto vetuste nell’eco del termine che le accompagna, fanno generalmente comprendere a quale livello di decenza ci si rifaccia nel significare una realtà di giudizio dove ci si ritrova d’accordo.

Nella diffusa generalizzazione di un certo qual medio comune modo di interpretazione, l’articolo attribuiva tuttavia al “notissimo psicologo londinese, il prof. Jak Mychowa” la definizione di significati asservita ai “segni esteriori atti a far giudicare a prima vista il carattere e l’indole della donna”.

L’abbigliamento appariva centrale all’intero teorema di minuziosa, per quanto superficiale, osservazione: “Osservate bene come calza il cappello la donna e la giudicherete senza equivocare. La donna di carattere facile ed amabile, porta il cappello un po’ inclinato, mentre la donna onesta ed austera ma altrettanto pedante e noiosa , usa portarlo perfettamente equilibrato. La donna, invece, che dà una inclinazione troppo marcata al suo copricapo, è impertinente, irrequieta e provocante. La donna poi, che è solita di portare il cappello all’indietro, è fatua, trascurata e piena di debiti”.

L’analisi si sviluppava in successione a tutto il resto, desumibile nell’esteriorità assunta dal soggetto ravvisato nella sua modalità di porsi in relazione agli altri: “Passiamo ai vestiti. La donna che indossa vestiti aderenti e di colore oscuro è sensuale, misteriosa, romantica e molto distinta; al contrario quella che veste in chiaro e con fogge vaporose ha carattere leggero, sarà ottima ginnasta, amerà la compagnia e sarà volubile negli amori spirituali. La donna poi che si adornerà pomposamente con fronzoli, merletti ed ornamenti eccentrici sarà frivola, vanitosa, superba e ignorante”.

In una visione globale, anche i particolari, derivati da un abbellimento d’oreficeria, non passavano inosservati: “Attraverso i gioielli v’è modo di giudicare le donne. Chi, ad esempio, porta un grosso brillante con leggera montatura ci tiene così a mettere in evidenza la sua agiatezza. E’ avara e volgare colei che, pur essendo ricca, usa adornarsi con gioielli di poco valore e di grande foggia. E’ priva di senso artistico colei che porta grossi anelli in dita mingherline. E’ priva di buon gusto colei che porta grosse pietre incastonate in montature leggere e d’argento. E’ di carattere violento colei che ama i rubini, carbonchi, granati. Una donna costante, seria ed austera, ama gli zaffiri”.

Curiosità, fra le singolari e discutibili affermazioni dello scritto messo in stampa, anche il ricorso alla così esplicitata “scarpologia”, ovvero alle deduzioni ispirate al tipo di calzature indossate: “Allo studio di tutti gli indizi superiori per cui si possa conseguire esito positivo del carattere di una donna si aggiunge anche un altro elemento: la scarpologia! Quando le scarpe sono state calzate da almeno due mesi dalla stessa donna si potrà, dalla nuova foggia presa, giudicare il carattere e la tendenza di essa. Quando, per esempio, un tacco ed una suola sono stati consumati simmetricamente, è segno che la donna è ponderata, energica, buona, lavoratrice e ottima madre. Le suole logorate alle punte indicano la donna ostinata, volonterosa e piena di iniziative. Se le suole sono logorate all’esterno, la donna è dolce e modesta; se logorate all’interno la donna è sensuale, vanitosa e frivola. Le mascherine deformate e scorticate alla punta sono quelle delle avventuriere”.

Il modo personale invece di intonare uno spontaneo o convenzionale moto di buon umore era altrettanto vivisezionato nelle casistiche confacenti ad una natura umana che, non solo nel genere femminile, si presta a caratterizzazioni diffuse e ricorrenti che l’articolo si esponeva avventurosamente a spiegare: “Dal modo e modo di ridere, la donna può essere definita. Le donne ad esempio che ridono in “a” sono franche, leali, amano il rumore e i movimenti, e sono qualche volta di carattere versatile e mutevole. Quelle che ridono in “e” sono donne flemmatiche e melanconiche. Le donne che ridono in “i” sono ingenue e timide, variabili ed irresolute. Quelle che ridono in “o”, sono generose e ardimentose. Non bisogna fidarsi di quelle che ridono in “u”. Esse sono misantrope, ambigue e interessate”.

Dal tempo dell’accennata edizione del giornale, il tema della bellezza, servito in così drastiche e sommarie pietanze, confezionate in ricette di conclusioni invariabilmente soggettive, è rimasto indigesto a tutte le generazioni che, nel confronto dei significati tradotti in opinioni approssimative, hanno continuato a ruminare, tra l’apparenza e la sostanza, i limiti ed il fascino dei rispettivi casi, moltiplicati per la varietà infinita dei singoli fra qualità, virtù e sembianze.

1 commento

  1. e invece chi ha un anello con la perla, come dovrebbe essere considerata?
    davvero un bell’articolo! pieno di particolari curiosità

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