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Un pullman entra polveroso nel cortile di una vecchia cascina lombarda.

I ragazzi africani che ne scendono si vedono avvicinare una giovane donna, che tende loro la mano per stringergliela. Per lei è uno spontaneo gesto di accoglienza, un modo immediato per dare il benvenuto. Per loro, è motivo di evidente imbarazzo che una donna allunghi la mano e non intuirebbero mai che gli è permesso toccarla.

I popoli in movimento abituano a questo primo esercizio quando si incontrano: imparare la reciproca geografia dei gesti possibili.

castello_di_padernello_la_via_delle_spezieDi questo si è parlato a Mantova, in occasione dell’evento collaterale sull’integrazione organizzato da Arca Formazione, nella cornice della mostra ‘La via delle Spezie. Popoli in movimento’, in corso fino al 30 giugno al teatro San Leonardo.

Arca – Centro Mantovano Solidarietà Onlus gestisce comunità di accoglienza per persone affette da dipendenza e da un paio d’anni ospita rifugiati politici africani che si trovavano a lavorare in Libia all’epoca della recente guerra. Per Arca, ospitare i rifugiati è significato imparare un nuovo tipo di accoglienza, che passa dal lasciarsi contaminare da culture diverse, con parole e gesti totalmente nuovi.

Asma Ait Allali, del Forum marocchino per l’integrazione in Italia, associazione che dal 2007 si dedica all’inserimento sociale e culturale delle comunità immigrate residenti nella provincia di Brescia, durante il dibattito ha spostato l’accento sulla naturalità del fenomeno.

Popoli in movimento’ è di sicuro un’espressione più ricca della sola parola ‘immigrazione’: quest’ultima sembra già un problema, mentre la prima ha a che fare con le persone, i loro sogni e i loro progetti di vita.

È la storia che si ripete ed è naturale che sia così.

Da parte di chi arriva, continua Asma, la voglia è tanta di sentirsi attore nella nuova società in cui si cresce, di poter dare dei servizi e non solo ricevere. Il Forum è quindi nato non solamente per accogliere gli stranieri che si trovano in Italia, ma soprattutto per permettere loro di aprirsi all’esterno. La scuola di arabo organizzata dal Forum ne è un esempio: l’esigenza iniziale è stata quella di insegnare la lingua ai figli degli immigrati nati in Italia, poi però si è aperta a chiunque fosse interessato a impararla, nell’ottica di un vero e proprio scambio.

Dopo che da 25 anni in Italia si continua a parlare di integrazione senza avere fatto significativi passi avanti, è venuto il momento di smetterla di pensare agli immigrati solo in termini di accoglienza e solidarietà, che in un paese democratico devono essere garantite per definizione.

È ora di cambiare prospettiva e di iniziare a pensare l’immigrazione come un vero e proprio progetto di cittadinanza: la diversità tra le persone è data in natura e la dobbiamo guardare senza paura. Il problema non è nei bambini ma negli adulti, per cui oggi ha senso investire sui nostri figli e farli crescere nella ricchezza della diversità, per avere in futuro adulti migliori.

L’ottica, infine, non deve più essere quella della multiculturalità, dove diverse culture convivono senza contagiarsi e ognuna rimane sempre uguale a se stessa. È necessario invece passare ad un approccio interculturale, quello dell’agorà, della costruzione di una relazione che permetta un vero e proprio scambio.

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