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Brescia – Il volto maschile che appare in un tratto preciso del sentiero della Rasa nel territorio di Rezzato (Brescia) è visibile nei rilievi di un enorme macigno, orientato in una posizione diagonale rispetto alla tortuosa e selvatica via di passaggio, intercorrente fra i diversi dislivelli dei piani in salita ed in discesa di una parete di collina rivolta a ponente, dove lo stesso masso, dal colore del piombo, si pone a solida ed in parte interrata dislocazione di mimetizzata intersezione.

Altri riferimenti della zona sono il convento francescano al termine di via san Francesco d’Assisi, il non lontano parco di Bacco, situato al poderoso apice panoramico dell’alquanto appariscente Palazzo Fenaroli Avogadro, come pure il Santuario di Santa Maria di Valverde e la chiesetta degli Alpini che incardinano altre radicate testimonianze settoriali nella diffusa e contrassegnante tipicità del territorio dominante.

Senza nome, in quanto, fino a prova contraria, privo di identità, l’accennata faccia emergente dalla pietra sembra prestarsi a quell’atavica profusione di varie attribuzioni e di vaghi appellativi che il corso delle generazioni, di volta in volta, pare esercitare tuttora in congetture ed in interpretazioni diverse, circa quel volto che ad un certo punto della storia del luogo si è trovato ad essere attinto nelle sue fattezze, uscendo fuori da quella roccia che ne custodisce, come una madre, le sue intrinseche ascendenze.

Si legge, ad esempio, in proposito, nella locale pubblicazioneCarta dei sentieri – Rezzato…..naturalmente – Quattro itinerari naturalistici e storici per scoprire le nostre colline” quanto, nel particolare di un accenno, rimanda ad alcune definizioni ricognitive in merito a questa insolita realtà, da rude bassorilievo, che sfoggia alcuni suoi possibili crismi identificativi per ulteriori e per complesse analisi di comparazione con altri esempi, altrove rintracciabili, di antiche espressioni culturali, attuate forse anche a confine fra l’avvicendarsi di epoche, quando il passaggio di consegna, del rapporto con la spiritualità dell’uomo in una forma di religione con un’altra, cominciava ad emarginare una confessione, per ufficializzare quella ormai emergente e quindi dominante, tanto da relegare i riti, calamitati attorno a deità precedenti, in ambiti ed in serragli naturali periferici e sfuggenti: “(….) Proseguendo, il sentiero si fa più ripido ed accidentato e, facendo attenzione, si nota inciso su una roccetta in basso a sinistra, vicino a quelle su cui si cammina, un viso barbuto: è il mostasù (faccione) o deaulì (diavoletto)”.

L’accennata “roccetta” non è probabilmente che lo spazio di circoscritta rappresentazione dell’effige esaminata in un paio di palmi di mano, comunque rilevata nel corso dell’esposizione generale di un itinerario calato sul posto e naturalmente nel concreto tuttora rilevabile, nell’essere in questo modo incontrovertibilmente connessa ad un bolide terrestre di ben più cospicua proporzione, rispetto ai soli rilievi scolpiti della mera parte della sua riscontrabile collocazione.

Il punto di sua individuazione non è remoto, a scanso di un’approssimazione che forse lo presupporrebbe al limitare di un inaccessibile dislocazione, ma non è nemmeno all’ombra di un campanile di un centro abitato, così come, anche la vicina cascina “La Casella” spezza la luce del sole, flettendo ombreggiate sagome mutanti su un’area che è ancora piuttosto distante, nei confronti di quel volto misterioso, amalgamato al piano del suolo, tra la generalità degli elementi originari nelle loro caratteristiche salienti, come tracce ricorrenti dell’ambiente variopinto dal tripudio naturale, intercalato sia da creature viventi che da inanimati e solidi inerti.

Come una sorta di via di mezzo, questo volto, espressivo di una ispirata ed assorta comunicativa esuberante, quasi fosse nell’atto di emettere una voce ululata nell’incubo strozzato di un’immagine trasognata, è parte di una materia che non ha un cuore pulsante, rappresentando una faccia umana, emergente a ritratto caricaturale di una possibile manifestazione dello scibile osservato fra i segni umani dell’esistenza, ma trasposto nella fissità di una grezza superficie, per un surreale insieme di impenetrabile e di arida consistenza.

Qui, in faccia all’ampia prospettiva panoramica di Botticino e delle cave di marmo, questa rugosa ed epidermica scultura è realizzata sulla natura erratica di un masso che sembra farsi mole di mastodontica corporatura, denotando un volto lapideo, dalle caratteristiche attempate e maschili, il cui sguardo è proiettato vagamente verso le fronde degli alberi vicini e tra i ritagli del cielo verso i quali pare indirizzare vertiginose espressioni di ermetiche e di obnubilate visioni.

L’impressione ricavata sulla roccia grigiastra, attraverso la tonda sagoma facciale, lavorata nell’esplicazione umana di occhi, naso e bocca, si effonde nell’argentea prevalenza cromatica dell’insieme monolitico che è uniforme alle tonalità di percezione ed alle connotazioni di definizione, sia per la materia che per la mano ignota dell’autore del rilievo scultoreo stesso, collocato in un’evidente posizione lievemente obliqua sul piano orizzontale del sentiero a cui è, fin dal suo apparire, fedelmente d’appresso.

Tra la macchia boschiva che giganteggia in varia altezza tutt’intorno alla singolare e solitaria roccia interessata al volto scolpito, il contestuale sentiero, individuato come numero “uno”, fra quelli della zona, separa i suoi due lati con lo spazio di un paio di metri che rimandano rispettivamente al bordo di caduta nel declivio degradante verso l’intricata vegetazione sottostante ed al livello della parete della collina, invece in graduale ascensione, fino a perdersi nell’altrettanto fitta massa di ramaglie e di fogliame.

L’ambiente in cui il masso, significativo della folcloristica attrattiva, è disteso, essendo sottoposto alla superficie di battuta del sentiero stesso, fino a spuntare per buona parte di sporgenza da una certa sua porzione invece nascosta nel suolo, sembra esprimere quel riflesso di pari immobilità che, dal vetusto ed opaco minerale granitico, emana un’atmosfera pietrificata di una vitrea ed arcana cornice di silenzio sovrana alla quale giungono lontani i rintocchi della campana del convento francescano, ancor più vicino al luogo, se si accarezza e si rincorre l’impalpabile linea d’aria attraverso cui la bronzea melodia vi promana.

Nelle evidenti tracce storiche infisse alla superficie ondulata della pietra, si possono scorgere stralci di cifre, scolpite forse a supposte annate di eventi corrispondenti ad un significato allusivo per il passato del luogo medesimo, dove il volto umano troneggia, come un fauno fra i boschi, fra tutti i numeri, individuabili attorno ad esso, e fra i vari segni enigmatici in sua prossimità incavati, per una sintesi misteriosa di esorcizzata infusione sul posto della sua evidente e perenne individuazione.

Per alcuni vaghi aspetti, simile alla figurazione scultorea della nota opera classica, conosciuta come “Bocca della Verità”, questa maschera grezza ed autentica, nascosta fra la boscaglia presente su una via silvestre, distribuita attorno al Monte Fieno di 437 metri di altitudine del territorio di Rezzato, è possibile sfida discreta e paziente per uno studio che possa sancirne spiegazioni plausibili e fattibili di possibilmente comprovate notizie ad essa ascrivibili.

Intanto, attraverso gli occhi stralunati, le fattezze approssimate e la fessura della bocca aperta ad un immaginario gemito di follia d’oblio, questo volto che pare in capo alla dislocazione della pietra, quasi abbia ispirato di esserne la testa, seguita ad interpretare la singolarità di una rara estensione dal passato di un mistero sopravvivente o di un dimenticato significato inerente quella configurazione dannata ed arcana che la rende emblematico simulacro di un vortice espressivo, nel movimento di un atteggiamento senza tempo, preso nell’inesorabile dibattersi dell’animo umano, ancorato alla primordiale matrice della propria ricerca essenziale di un definitivo senno esistenziale.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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