Tra le pallottole “dum dum”, a fare la guerra, con indosso la stessa camicia monocolore, frapposta al fronte avverso, nei più disparati luoghi dove, in pochi anni, l’intenso avvicendarsi di scontri armati sarà associato ai vari campi militari, attraverso il rincorrersi di un drammatico guerreggiare, compreso in un ristretto ed analogo riproporsi, in una medesima ricaduta ad impatto generazionale ed in un diluito scacchiere d’azione internazionale.

Dall’Africa, con l’Abissinia, alla Spagna, per l’avvento franchista, dalla Grecia, in un’acciecata aggressione militarista che seguirà, parimenti, l’analogo azzardo ingaggiato nella sfida in Russia, come se Napoleone, per altro, non avesse, in tal senso, insegnato nulla.

In poco tempo, si era verificato, per questi giovani combattenti, un tragico e convinto ingaggio pugnace, in quanto trattasi, in questo caso, non della leva obbligatoria, secondo un reclutamento coatto, tutt’al più pervaso da una comunque efficace propaganda della retorica del momento, ma di protagonisti, ancor prima di sapere quale fosse il nemico, della loro giovinezza vincolata ad una appartenenza, intesa a fede politica sposata, come si usa coniugarsi, ad una etica morale di riferimento, esaltata nell’apparato che la irregimentava nella dimensione storica dove la stessa si manifestava nella professata convinzione verso un assecondato orientamento.

“Acqua passata” sembra che, a volte, si dica: la storia pare divenuta, per qualcuno, quale mente pensante dell’incoraggiante Terzo Millennio, l’oggetto di un’attenzione rivelatrice di una mera ostinazione a stare ancorati al passato, ad un non accettare che il tempo subentrato abbia sopravanzato quanto si insiste, da parte di altri, con l’andare, invece, ad evocare, incredibile risultato, questa critica trasversale, di tutta l’ingente mole culturale di autorevoli emuli pregressi del sapere che, di fatto, con questa incredibile eredità a loro stessi, impermeabile, pare che non abbiano ottenuto che farsi imbalsamare, entro le pagine di una marginalizzata enciclopedia monumentale.

Analogamente, è di rito, usare il temine di “nostalgico” con cui si etichetta, frettolosamente, anche stante l’emergente valenza sempre più economica e monetizzabile dell’odierno fattore tempo, quanti sembrano rimasti idealmente in “camicia nera”, fra i quali, sempre meno, datasi l’inesorabile falce livellatrice di un epilogo esistenziale, anche coloro che hanno pagato di persona quella scelta che, all’epoca, si era ritenuta dotata, in tal senso, di una scelta percepita come consapevole e responsabile.

Tra questi, se li si vuol vedere, visto che non sono né immaginari né inventati, anche quanti sono descritti, nelle loro avventurose e difficili imprese militari, nel libro di Adriano Bosio, dal titolo “La Legione Leonessa”, pubblicato per le edizioni digitalmente riconducibili a “BWACOM.IT”.

Nella resa editoriale cartacea, nel formato “in carne ed ossa” proporzionato a quello di un quadernone illustrato, ne derivano, di concetto, i tanti nomi di coloro i quali hanno dato umanamente corpo a questa formazione bresciana di volontari, combattenti sui fronti più disparati, quando il regime fascista li aveva coinvolti a fare la differenza, sulle linee di scontro dove si giocavano le sorti di una guerra, anche ideologicamente spesa ed investita, in questo modo, nella totalizzante sfida viscerale di visioni contrapposte, pure corrispondenti al significato intrinseco di più alti ideali confliggenti.

In riferimento a questa impronta umana, eclissatasi insieme al tramonto della parte che, alla fine, ha avuto storicamente la peggio, incassando la sconfitta in una contrapposizione anche ideologica, l’autore del libro scrive di aver dedicato tale suo impegnativo lavoro documentaristico “ai molti che non ho potuto rievocare perché, nonostante le ricerche, mi sono rimasti sconosciuti”.

Per Adriano Bosio, nel raccogliere materiale documentaristico dell’epoca, è risultato importante valorizzare, sulla base di un sostanzioso nesso di argomenti e di particolari, inerenti la tematica trattata, il poter direttamente attingere da una raccolta delle memorie degli anni di guerra del proprio genitore.

Un aspetto, fra altre considerazioni, messo in luce dal giornalista Massimo Tedeschi, nella sua presentazione al libro “(…) Son proprio le pagine del diario del padre di Bosio, a cui il figlio eleva, con questo libro, un memoriale “più duraturo del bronzo” – a offrire gli squarci più vividi, in cui la retorica scende al grado zero e la verità umana tocca il diapson. Lì, si coglie cosa significasse essere truppa d’assalto durante le guerre del Novecento, in Europa o nell’Africa Orientale. Lì, al netto, del reducismo littorio che la militanza in questa arma alimenterà fra i superstiti nel dopoguerra, si cologono lo spirito cameratesco che univa i commilitoni, il senso del sacrificio che li sosteneva, la fede cieca nel compito loro assegnato, l’obbedienza assoluta ai superiori. Ma anche l’umanità spoglia di ideologismi e sempre pronta a riemergere, come quando, il fratello di Eugenio Bosio, sul fronte russo, parte baldanzosamente per fare razzia di vettovaglie nelle isbe occupate e ne torna a mani vuote, ma con una vecchia e dieci bambini con cui condividere il già misero rancio. (…)”.

Di questa “Milizia Volontaria per la Difesa Nazionale”, oltre il riguardo rivolto alla “Quindicesima Legione Camicie Nere d’Assalto Leonessa”, Adriano Bosio ne contestualizza la realtà costitutiva che esorbita naturalmente da quella locale, dandone contezza del suo rispettivo dispiegamento organizzativo a livello nazionale. Dal generale al particolare, sono, in tale esposizione, profilati anche tanti combattenti, con nome e cognome, come, ad esempio, nella menzione, relativa a “Spagna – Santibanez – 21 agosto 1937 – Croce di Guerra al Valor Militare. Camicia Nera, Del Barba Domenico – Travagliato . Nell’assalto ad un fortino nemico, si distingueva per slancio e sprezzo del pericolo e arrivava primo sull’obiettivo”.

Stando nella medesima località bresciana, di origine del combattente, altra figura citata, è pure osservata a margine di quel periodo: “Spagna – Alcaniz – 16 – 19 Marzo 1938. Medaglia di bronzo, Camicia Nera, Togno Alfonso – Travagliato. Porta arma tiratore in un Plotone attaccato in forze di notte, resisteva per più ore al nemico che ripeteva incessantemente gli assalti. Rimasto solo, tra i camerati feriti, continuava impavidamente il tiro con la sua arma, sino a quando il nemico non volgeva definitivamente in fuga. Esempio mirabile di tenacia e con comune sprezzo del pericolo”.

Dalle lande iberiche, agli altipiani abissini, questa formazione aveva poi partecipato al fronte greco-albanese, a quello russo, fino alla linea di resistenza per la difesa del territorio nazionale, nel drammatico rovesciamento di quanto in guerra, solitamente corrisponde al mantenimento di un fattore acquisito di partenza, ma che, può, invece, come avvenuto, in questo caso, mutarsi completamente, in un esatto contrario, rispetto al chi ed al che cosa rappresentassero gli elementi cardine per una lotta poi spesa nella subentrata differenza.

Pagine di storia vissuta, comunque, nonostante tutto, se si vuole andare oltre questa militante ed ostinata appartenenza, al significato delle quali sembra volersi ragionevolmente ricondurre, il giornalista Massimo Tedeschi, nello scrivere, ad inizio del volume, che “(…) possono rimanere intatti i giudizi storici, etici e politici sul regime che portò l’Italia in guerra, in quelle condizioni, può restare intatta la condanna dell’ideologia che i volontari in camicia nera abbracciarono fino al sacrificio della vita; può perdurare la critica al malinteso senso patriottico che portò giovani di venti e trent’anni a cimentarsi volontariamente in guerre di invasione, dall’Africa, all’Europa orientale. Quel che non è giusto – né umanamente né storicamente – è ignorare la mole immane di sacrifici che quei giovani accettarono, le tantissime vittime che subirono fino all’annientamento di fatto delle unità militari, la tragedia che bruciò anche le loro vite nella fornace della Seconda Guerra mondiale. In questo senso, il libro di Bosio, rende giustizia alla loro memoria. Ed è un merito notevole”.