Aperta allo sguardo di chiunque vi si trovi a passare, conserva, nel tempo, lo stile impressole dalla signorile architettura che è stata voluta per la sua realizzazione.
La Loggia, con annesso il sottostante porticato, dell’antico palazzo Broletto di Brescia, risale all’epoca del rettore veneziano Andrea da Lezze (1577 – 1661), capitano al vertice dell’amministrazione bresciana, insieme al podestà Giovanni Capello (1573 – 1653), per conto della Serenissima Repubblica di Venezia, nel Diciassettesimo secolo.

Qui, un lieto banchetto, nel pieno della stagione del solleone, aveva sancito il felice esito della rapida esecuzione di quest’opera monumentale, conclusa in poche settimane, secondo la trasformazione complessiva della facciata interna, aperta sul lato nord di tale immobile d’origine medioevale, attraverso il laborioso inserimento in profondità “di un portico trasversale a sette arcate sormontato da una loggia”.

Tracce di questo significativo trascorso, paludato dal silenzio del tempo sopravvivente che, nel tacere, entro la materia inerte, i fatti che ne hanno determinato il volto stilistico tuttora incombente, sono, fra l’altro, testimoniate da un contributo storiografico del sacerdote bresciano Paolo Guerrini (1880 – 1960) sottoscritto in calce ad una interessante proposta di lettura, pubblicata tra le pagine locali, del quotidiano “Giornale di Brescia” del 14 luglio 1954.

Edizione estiva di tale organo d’informazione, come, analogamente, ad altra estate di secoli, invece, addietro riporta inevitabilmente l’immagine avvalorata da tale prolifico autore di memorie patrie, nell’evidenziare, nel suo scritto accennato, l’attestazione, tratta dal “Diario” di Giambattista Bianchi (1590 – 1631), secondo la quale il “18 agosto 1626. Il Capitano Grande da banchetto a tutta la maestranza che ha avuto mano nell’opera della Loggia, sopra di essa, e sono da cinquanta persone, essendo l’apparato lautissimo et nobile per qualsiasi principe, in argento, frutti et cibi squisiti et bevande varie, essendone copiosa la tavola, ricevendone egli (il Capitano) gusto grande a trattenersi spasseggiando mentre disnano, essendovi grandissimo concorso et sonatori, in fine gridando tutti viva, viva.(…)”.

Quanto, riconducibile a quella memorabile giornata di condivisione per il risultato conseguito, nel merito degli evviva ispirati al risultato della innalzata costruzione signorile, pare abbia seguito il corso degli eventi perdendosi in ricordi sempre più evanescenti, ha pure accompagnato le sorti dello stesso capitano Andrea Da Lezze, destinato in seguito, a ricoprire prestigiosi incarichi nella “Terraferma”, come, fra gli altri, il ruolo di provveditore generale a Palmanova dal 1628 al 1630, ed il servizio di podestà di Padova, dal 1641 al 1643.

Dalla stessa fonte diaristica dell’epoca, menzionata per testimoniare l’affresco conviviale avvenuto all’aperto di quel loggiato dove poter immaginare i particolari propri di una simile circostanza a valenza inaugurale, è tramandato che “Mercoledì 11 marzo 1626. Questa mattina a bon’ora dessi principio a cavar li fondamenti della loggia e portico avanti la cancelleria del signor Capitanio in Broletto, d’ordine d’esso signor Capitanio”.

Dopo qualche mese, l’opera era pronta e, come ancora segnala mons. Paolo Guerrini, nel citare altri cultori di storia locale, “A ricordo dell’inaugurazione di questa fabbrica e delle altre trasformazioni del Broletto compiute dal Capitano Da Lezze, accennate dal Valentini e dal Fè, venne coniata una medaglia, oggi rarissima, che portava, da una parte, la dedica Andreas Lecce Prefectus beneficentissimus Brixiae MDCXXVI, e, dall’altra parte, questa nuova ampia Loggia del Broletto”.

Altre effettive menzioni commemorative non si esclude che potessero pure essere fra le diverse epigrafi situate all’interno del palazzo stesso, che il corso della storia ha sentenziato fossero in seguito drasticamente depennate nella loro cancellazione generalizzata, essendosi concretizzato il provvedimento d’autorità volto a togliere ogni fregio posto a rilievo d’omaggio dei molteplici maneggiamenti avvicendatisi nella gestione pubblica, esercitata dalla sede istituzionale del Broletto, condannando, di fatto, all’oblio, una certa quota parte di reperti diretti, funzionali a documentare il loro essere specchio ad impronta data al corso degli avvenimenti, succedutisi in un dato ambito, come per draconiana volontà veneziana si era inteso imporre in tutta la Repubblica di Venezia con la decisione del 1692 di scalpellare e rendere illeggibile ed irriconoscibile le lapidi recenti e antiche prese di mira che fossero dei rispettivi notabili del tempo.

Marmi raffinati ridivenuti ruvidi, riportati all’assetto originario di una pietra da lavorazione, nel grezzo effetto di una sommaria cancellazione, che appaiono tutt’oggi nel cortile del Broletto, quali irriconoscibili indizi, aperti sulle diverse stratificazioni dei vissuti intersecatisi con la mole questa vetusta struttura, “centro civico della città”, risalente a certe remote origini, come “edificio in gran parte terminato già nel 1226”, riferite, fra l’altro, da una pubblicazione, edita dalla “Grafo”, allora patrocinata dal Comune di Brescia e dalla sezione cittadina di “Italia Nostra”, in occasione di una mostra allestita nella “Sala della Cavallerizza”, dal titolo “Il Broletto di Brescia – Memoria ed attualità”, nel periodo compreso fra settembre ed ottobre del 1986.