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Le combinazioni, funzionali ad un incastro, composto a modo di mosaico, estratto a rivelazione del reale. Corrispondenze, a riscontro di un sorprendente combaciare. Quando, la scommessa azzecca il risultato, la lettura dell’imponderabile ascrive, alla conquista della posta in gioco, la raggiunta misura di una realtà effettiva, nella vincita di ciò che si è dimostrato realizzabile.

Come nel caso del gioco del lotto o dei premi, non monetizzati, di una lotteria, ugualmente affidata ai misteriosi meandri delle evenienze, ancora a venire, nell’evanescenza di processi sperimentati a tentoni, solo prima ipotizzabili, allo stesso modo, anche ad inizio Novecento, si rincorreva la sorte, perseguendo le vincite desiderate, secondo le intenzioni riposte nel contesto aleatorio di modalità esposte a quell’esito inappellabile a cui, il provare a tentare, si predisponeva, nel procedere ad un insindacabile affidarsi, speranzosamente messo al vaglio di risultanze dapprima nascoste.

Per cercare di penetrare il piano del reale, nell’immersione oltre il velo probabilistico e sempre dubitevole della giocata, affidata all’amo di una pesca incognita, praticata nei capricci del destino insindacabile, “La Provincia di Brescia” affidava ai lettori un contributo di lettura nella sua prima pagina del 21 settembre 1901 affrontando, circa il gioco del lotto, il tema legato ai “(…) soggetti come vengono chiamati coloro che danno in numeri. In Sicilia è credenza del popolo che dentro il loro corpo stia prigioniero uno spirito, il quale, avendo le sue simpatie e le sue antipatie, c’è a chi giova e a chi no. Un prete di Millunzi, una fra Luigi del convento di Santa Maria di Gesù, un padre Agostino dall’Oliveto, un fra Salvatore del Convento della Mercede erano “soggetti”, e, benchè morti da un pezzo, sono ancora in gran fama nel popolo delle comari ed anche in quello più elevato. Tutti i gesuiti, è credenza che sappiano i numeri, giacchè possiedono il “Rutilio Benincasa” un vecchio ed innocente almanacco, che, secondo il popolo, è il più gran libro di cabala che si conosca. E’ assioma, poi, che coloro i quali sanno i numeri, non possono giocarli. Se li giocassero, non sortirebbero. E non possono darli a tutti, perché, se il Governo sapesse la cosa, li manderebbe in esilio. Guai poi al “soggetto” che dica i numeri a persona antipatica al suo spirito! La notte, ne sarà bastonato di santa ragione (…)”.

Questo articolo del Primo Novecento si riferiva ad un determinato tipo di figure carismatiche, come tali erano presuntivamente reputate, ascrivendo loro il caratteristico appellativo di “soggetti”, in relazione alle quali si stimava da esse il poter derivare dritte utili per tentare di giocare, con l’avvedutezza però di aver, fra l’altro, presente che “(…) parlano per enigmi, e bisogna tener loro il segreto coi parenti, gli amici, le donne amate, con tutti. In caso contrario, quando sarà l’ora dell’estrazione, lo spirito svierà la mano del ragazzo che estrae i numeri delle ghiande destinate a dare il terno. Un “soggetto” che vi dica di prendere un piatto e metterci dei pesci, vi ha inteso dire di giocare 19 e 40. L’ambo può venire proprio in quei due numeri, ma talora, può, invece, venir fuori nella cosidetta figura, che nei numeri semplici, è la stessa del numero, nei numeri di due cifre le quali non fanno più di nove, è data dalla loro somma. Pei numeri che, nel totale, superano il nove, è data poi dal numero risultante dalla sottrazione del nove dalle due cifre addizionate. C’è chi, poi, ragiona così: 19 è figura di uno; 40 è figura di 4; e, poiché, dall’addizione di questi due numeri, si ha figura di cinque, qualunque numero di figura di 5 venga fuori dall’urna, farà le veci del 40 e del 19, giacchè, chi diede l’ambo, intendeva dare un numero composto ed il giocatore non lo seppe indovinare. Figure di 5 sono: 5, 14, 23, 32, 41, 50, 59, 68, 77, 86. Avete capito? Se, invece, del 19 e del 40, venga fuori uno di tali numeri, uno sciocco giocatore, il quale abbia perduto i suoi danari, crederà di aver vinto, giacchè ha indovinato la figura e seguiterà, quindi, a prestare fede alla sua scienza (…)”.

Da tale argomentata attribuzione di vedute, connessa a presunte dimestichezze in materia, ne derivava pure un’altra individuazione, invece, interessante quanti pare che avessero una specifica abilità nell’interpretazione delle tracce percepite nella mediazione, già vaticinante, in ordine alla suddette ermetiche spettanze: “(…) Chi sa sciogliere un enigma è, in Sicilia, chiamato “polaceo”. Costui, sa, inoltre, la scienza dei numeri simpatici e dei numeri avversi. I numeri 5 e 25, 31 e 47, 7 e 90, 9 e 41, 1 e 36 fra gli ambi; e i numeri 5, 50 e 56, 6, 21, e 30, fra i terni, sono, per esempio, numeri simpatici fra di loro. Invece, i numeri 31 e 45 sono, tra loro avversi. (…)”.

L’edizione dell’indomani di questo quotidiano locale, recava, fra l’altro, alla data del 22 settembre 1901, la pubblicazione dell’estrazione del lotto del giorno prima, con l’ambo 3 – 35 che era ricorrente, sia sulla ruota di Milano che di quella di Roma, mentre nella tornata successiva, parimenti riferita in pagina il 29 settembre seguente, era, invece, la volta dell’ambo 24 – 48 ad uscire due volte, sia a carico di Venezia che di Roma. Ancora la ruota di Venezia, ospiterà, come pure testimoniato dalla stampa del 6 ottobre seguente, una possibile conferma della combinazione dei numeri citati con la definizione di “simpatici”, correlandosi il 6 con il 21.

Tra gli inafferrabili percorsi delle giocate, verificatisi a svelamento dei numeri allora estratti, una “figura di cinque”, nell’uscita del 77, aveva impazzato sia a Milano che a Palermo, in combinazione con il 2, secondo l’estrazione del 7 settembre 1901, come la stessa risulta riportata dall’edizione de “La Provincia di Brescia” dell’otto di quel mese, quando, nella stessa pagina, un’altra testimonianza della “dea bendata” era documentata, nel capoluogo bresciano, grazie ad un’altra forma con quale poteva essere corteggiata, alludendovi con l’esito, cioè, della “(…) Fiera di Beneficenza in San Luca. Tutti i premi vennero ritirati meno quello offerto dalla regina Margherita che venne vinto, crediamo, da un signore, il quale acquistò il biglietto a Pejo. 1. Estratto. Statua in bronzo “Il Mercurio di Giambologna” su colonnetta di marmo, dono delle Loro Maestà il Re e la Regina, dalla signora Carola Pellini di Milano. 2. Pendola artistica, dono di Sua Maestà la Regina Margherita. Da ritirare. 3. Vaso di cistallo decorato, dono di Sua Altezza Reale, la Duchessa di Genova Madre, dall’avv. Enrico di viale Venezia; 4. Servizio per birra con vassoio d’argento, dono di Sua Eccellenza Zanardelli, Presidente del Consiglio dei Ministri, da don Battista Bodeo, parroco di Salò; 5. Astuccio, contenente ricco servizio in argento per toilette, dono del signor Valotti conte comm. Diogene, senatore del Regno, dal sig. Giulio Omboni; 6. Grande alzata in bronzo e maiolica, dono del prefetto, Commendatore Cova e signora, dal sig. Olmo dr. Cesare (…)”.