Segno di una sentita devozione, pare che fosse tutta quanta ingioiellata. La statua della Madonna, venerata a Leno, sembra si presentasse con tale ricca ostentazione, nello sfoggiare, nella chiesa parrocchiale, quei suoi preziosi monili, divenuti oggetto delle mire di un altro genere di ispirazione che non fosse la via del Cielo, nella quale chiedere, alla venerata figura mariana, come da sentita consuetudine, una efficace mediazione.

Era l’anno del furto della Gioconda. La storia di quei giorni dirottava, fra molto altro, l’attenzione anche su un’iniziativa sacrilega che, nel contesto locale, sposava quella medesima riprovazione per ciò che era capitato all’antico dipinto, sottratto al Louvre, fra gli avvenimenti di cronaca, disgiunti, ovviamente, fra loro, ma compromessi dagli effetti di un’analoga offesa alla sensibilità ed all’integrità di un patrimonio dal valore, anche ideale, che, a queste due distinte realtà, vi risultava sottintesa e trattenuta in un fattore comune, mediante una forte presa, secondo una rappresentativa valenza plurale.

L’allora vescovo ausiliare bresciano, Giacinto Gaggia, vi era stato qualche giorno prima, lasciando, poi, la comunità di Leno alle prese con le manifestazioni devozionali per la Madonna del Rosario, ma nottetempo, fra certi giorni in avvicendamento, poi rimasti tracciati dalla stampa locale per quanto vi era risultato in un rimarchevole turbamento, si era verificato il furto dei gioielli tradizionalmente collocati addosso alla statua rappresentata nel ruolo religioso di tale invocata prottettrice celeste, in un sentimento fideistico, vissuto nel legame con il trascendente assegnatole in un ordine privilegiato di una preminente natura in un miracolistico nesso pertinente.

L’evento risulta documentato dal quotidiano “La Sentinella Bresciana” del 16 ottobre 1911, andando a riferire, nella qualità di uno degli organi di informazione editati nel territorio, nel merito della cronaca provinciale dove emergeva la singolare notizia che “I ricchi gioielli della Madonna di Leno rubati da audaci ladri. Ci scrivono da Leno, 14 ottobre. In occasione della nostra sagra e festa religiosa che va compiendosi in questi giorni, per la consacrazione delle chiese, per la qual cerimonia è pure venuto S.E. il Vescovo, era stato esposto il simulacro della Madonna adorno di ricca collana d’oro, di grosso anello e di costosi orecchini. La scorsa notte, ignoti ed audacissimi ladri, praticata una breccia nel muro, penetrarono nella chiesa e dopo aver commesso qualche atto vandalico, si abbatterono, naturalmente sul simulacro della Vergine spogliandolo dei preziosi gioielli. Rubarono anche altri oggetti di valore, vuotarono le elemosine e si dileguarono nella notte senza lasciare alcuna traccia od indizio che valesse ad indentificarli.

Il furto impressionò enormemente il paese, poiché da tempo questi fatti si ripetono troppo di frequente. Sarebbe ora che le autorità, con energia prendessero disposizioni sia sorvegliando alcune tristi figure e certi esercizi troppo nascosti per la voluta vigilanza. Ma speriamo bene, questa volta, nell’opera del maresciallo Sani che già ebbe ad assicurare alla giustizia i due malviventi autori dell’aggressione commessa recentemente. (…)”.

Nel sottolineare la già, allora, avvenuta istituzione, in questa località della Bassa Bresciana, della “Guardia urbana”, non ancora, però, in quei frangenti, concretizzatasi in un’effettiva presa di servizio, passando in pratica, dalla decisione assunta, ai fatti, la stampa sensibilizzava, contestualmente all’informazione del furto sacrilego, a riguardo dell’opportunità di una rincorsa ai ripari, rispetto a tutto un deprecabile andazzo generale, a cui recare argine e repressione per le criticità apparse dal riscontrato pericolo criminale.

Nel modo in cui, la stessa cronaca accennata, risulta qui fruibile per una memoria storica, valorizzata grazie al reperimento di un suo ulteriore particolare, circoscritto entro una storia maggiore, a sua volta, rilevabile nei livelli di consapevolezza dove ogni traccia possibile concorre a dare visibilità ad uno svelamento, sperimentabile in un comunitario dettaglio capillare, pare che, invece, non si fosse espressa, sul tema, alcuna riserva nel merito della sicurezza e della vigilanza, posta a cura del luogo dove la malavita aveva agito violando la chiesa parrocchiale.

Stando ancora a quei giorni, una medesima lettura dei fatti, espressi nel merito di un argomento similare, non si era conciliata, in pari modo, con quell’avvenimento maggiormente sensazionale, accaduto nella capitale francese, in barba al personale addetto alla sede del prezioso materiale, come era stato nel caso dell’involarsi della Gioconda, mediante una oscura dinamica che, a tutta evidenza, risultava, appunto, difficile da spiegare.

Ad alcune settimane, ormai decorse dal colpo effettuato, come poi si saprà, compiuto dal sedicente patriota italiano, Vincenzo Peruggia, si pensava ancora a punire le persone, invece, ritenute corresponsabili di quanto era successo, nell’agosto precedente, al noto museo parigino, se, qualche giorno prima della visibilità giornalistica data a Leno, per la distrazione dei “metalli” dalla sua Madonna ingioiellata, “La Sentinella Bresciana” intitolava “I custodi del Louvre puniti per il furto della “Gioconda”, procedendo a precisare, nell’edizione del quotidiano, propria del giorno 11 ottobre 1911, che “Mentre le ultime speranze di ritrovare la Gioconda declinano, si prenota il giudizio per i due guardiani del Louvre che avevano in custodia il Salon Carrè. Uno di essi, certo Davin, è accusato di essere giunto la mattina del furto al Louvre con dieci minuti di ritardo e di essere andato a colazione alle 8.30 anziché alle 9. L’altro, certo Delporte, è accusato di essere stato trovato due ore dopo il furto, dormiente, in maniche di camicia, nella sala delle antichità. I due custodi possono essere licenziati e condannati alla perdita di un anno di stipendio”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.