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Nell’intimità agreste, schermata da alti cipressi, si raccoglie l’Oasi Mamma dell’Amore, a Paratico.

In questa località lacustre, l’entroterra non è occupato solo dall’antico castello della famiglia “Lantieri” dove, fra l’altro, si dice che abbia soggiornato Dante Alighieri, ma, proprio in vista dei ruderi di questo vetusto maniero, si verifica, da anni, il nesso locale con quel trascendente che sfiora un nutrito gruppo di fedeli, convinti a riguardo del compiersi davvero della manifestazione mariana da loro stessi riferita e testimoniata sul posto, nella sistematica periodicità di un’apparizione, assimilata al medesimo cenacolo orante dei devoti alla Vergine Maria che, in un certo qual numero crescente, vi risulta coincidente.

Venerata con il titolo di “Mamma dell’Amore”, a tirare le file delle rispettive dinamiche d’interazione spirituale e di solidarietà sociale che competono al mistico recepimento di tale figura celeste, è un veggente, che promuove, nel territorio, la veridicità della propria forte esperienza con il soprannaturale, in una condivisione ispirata anche al partecipare le grazie altrui ricevute, per la mediazione spirituale avvertita nell’orbita della tradizionale realtà icastica femminile che, nel culto cattolico, ha, nella “Madonna”, anche la diffusa prerogativa di un’asseverata potenza intercedente.

La sede di questo gruppo di devoti a “Mamma dell’Amore” è nell’immobile, all’apparenza molto simile alle sue attigue abitazioni, che è sito a non molta strada dal luogo stesso delle sperimentate apparizioni, sul piano, cioè, di quella parte di abitato che degrada, un poco più in basso, verso il lago, anche ponendosi, a sua volta, tale recapito sociale, nell’ottica di una visibilità che non è preclusa al poter osservare, verso l’alto, quella porzione di collina nella quale, dopo essersi inerpicati a piedi, dall’imbocco con via dei Mille, lungo un ruvido sentiero, costeggiato da una sobria “Via Crucis”, si incontra il punto esatto delle apparizioni, tra le maggiori, avvenute, in periodi diversi, fra il tipo, di quelle più conclamate, “a cielo aperto”.

Apparizioni che avvengono l’ultima domenica del mese, come tramanda l’ormai assodata devozione locale, esportata anche altrove, per opera dei frutti di questa convinta aggregazione spontanea, unita nel vincolo fraterno di un’adesione cristiana al libero approssimarsi verso il mistero di una perdurante forma di contatto con quel carisma mariano che si circostanzia pure nello specifico di tutto un indotto, fatto di preghiera, in rosari su rosari recitati, ma anche di opere di carità, secondo disparate iniziative, anche in evoluzione.

Oltre ad un libro, a firma di Sandro Mancinelli, per le edizioni “Segno”, dal titolo “Paratico – Le apparizioni della Mamma dell’Amore – con l’intervista esclusiva al veggente Marco Ferrari”, esiste un periodico, stampato in proprio, che divulga tali opere di bene, oltre a tracciare i messaggi di questa sorta di “Medjugorje bresciana”, forse, un poco in sordina, ma, e fino a prova contraria, ancora attiva, dopo il passare di alcuni laboriosi lustri, storicizzati in una lineare progressione dalla metà degli anni Novanta, entro la prospettiva di un porsi in aggregazione ad enclave rispettosa dei canoni della Chiesa ufficiale ed, ancor di più, di una tradizione confessionale che sembra assimilata al suo corso generale, senza alcuna accentazione di una qualche caratteristica di distinzione o di una investitura eccezionale, al di fuori, cioè, della sua più ordinaria ed apparente dimensione culturale.

Quella tradizione che, ad esempio, nella zona dove sono asserite le apparizioni mariane, attraversa un dato manufatto fideistico, preso, implicitamente, a riferimento di una costante considerazione, ovvero, la tridimensionalità di una santella religiosa, effigiante l’artistica rappresentazione devozionale del Cristo in Croce, sullo sfondo delle anime purganti, osservate nei tormenti della loro cruenta espiazione.

Della Vergine Maria, a ridosso di questo storico manufatto locale, certamente antecedente alla stessa serie del rivelarsi fenomenologico in modo seriale, non c’è traccia di alcuna manifestazione artistica che ne consacri visibilmente la dedicazione, se non fosse per i numerosi “santini”, allestiti nei pressi, dove la sua figura vi compare, ed altrettanti rosari, appesi in perpendicolare, a guarnizione della santella stessa, che fanno, in bell’ordine, denotare quanto questo luogo esorbiti dal suo originario messaggio storico, anticamente strutturato nei termini di tale defilata ubicazione all’aperto che tanto fa pensare, stante la prossimità dell’abitato, comunque separato, ad un pio recesso, ascritto ad un antico lazzaretto, per arginare la sofferenza, entro gli spazi di un’esclusiva e di una rispettosa collocazione.

La, testualmente detta, “Mamma dell’Amore”, pone, metaforicamente, la “palla a centro campo”, rispetto alla tematica che la teologia ha sempre più rivalutato nel tempo, valorizzandola nel senso ultimo che è rilevabile a significante complessivo di un intero dettame di contenuti da professare, in linea con la religione praticata che, in questo caso, libra le corde di un composito messaggio d’amore.

Fuori dai soliti schemi stereotipati con i quali la codifica mariana sembra ritrarre la Vergine Maria nelle più ricorrenti e diffuse versioni nelle quali tale figura è, in un certo senso, inflazionata, l’immagine dalla “Mamma dell’Amore”, altrettanto coniugata al termine disinvolto ed informale di “oasi”, a sua volta, certamente appellativo non del repertorio chiesastico e tra quelli ufficialmente in voga, si esplica in un taglio giovanilista, sia per stile espressivo che per univocità esclusiva di una sua connotazione figurativa caratteristicamente esplicativa.

L’invocazione “Mamma dell’Amore, prega per noi” accompagna, sul santino utilizzato dai suoi devoti, quel campo azzurro dove una giovane figura umana femminile, ritratta a mani giunte, è disegnata in un abbinamento cromatico intercorrente fra il marrone ed il giallo, ocra, zafferano.

Questa “madonna zafferano”, dal manto color “cannella”, è spezie di una devozione saporita per quanti ne assaporano la portata, quando, fuor di metafora, ciò significa quell’esperienza di fede, personale e comunitaria, alla quale è, caso per caso, rapportabile e complessivamente associata.