Questa volta, la figura, colta all’ombra del poeta, non è una di quelle personalità che, in un qualche modo, gli hanno conteso la scena, rivendicando brevi od ampi sprazzi della propria, pure più circoscritta, rispetto alla sua, biografia.

Una testimonianza slegata anche da ogni amplesso stanziale con il “Vittoriale” di Gardone Riviera dove, pare che, ogni frequentazione nel merito, possa andarsi a confutare nel modo in cui, tali aderenze, vadano a proporzionarsi nei confronti dell’orbita esistenziale, più ingombrante e di fatto soverchiante, dell’uomo con cui queste interazioni si erano trovate ad essere, a vario titolo, in intimità o in semplice confidenza, assurta ad emblematica esperienza, a ragione di una estemporanea sintonia ed in una svelata corrispondenza.

La familiarità di Marietta, quale effettiva presenza contemporanea al nesso in questione che, in tempi non sospetti, era risultata materia di un’intervista per conto de “Il Giornale di Brescia”, apparteneva ad un altro genere, avendo, comunque, avuto vicino d’Annunzio, dal momento che il suo ruolo era stato speso interamente a Pescara, nella casa natale dell’eminente referente della patria letteratura e degli ancora più noti elementi folcloristici della sua istrionica inclinazione alla celebrazione di sé, corteggiando l’avventura, secondo una convinta codifica di stile, sempre più, oggi, in voga, tra i custodi delle sue memorie, celebrate in ambiti di varia natura.

Ad incontrare Marietta Camerlengo ci aveva pensato Vittorio Brunelli, resocontando, di lì a poco, le proprie impressioni, nella stampa locale bresciana del quotidiano diffuso il 30 dicembre 1951, nel riportare, in pagina, anche l’immagine fotografica di questa donna, ormai, avanti negli anni, ritratta al pozzo di casa d’Annunzio.
A tema con questa testimonianza visiva, le parole stesse, ispirate al medesimo incontro: “L’avevo conosciuta un mese prima. Era l’alba. Non era certo ora da visita alla casa natale di Gabriele d’Annunzio; ma io ci andai lo stesso: forse, qualcuno ci sarebbe stato e mi avrebbe aperto. Nel breve cortile, vidi una donna anziana che stava per la salire la scala esterna con un secchio d’acqua attinta al pozzo. (…)”.

La cortesia dell’accoglienza, dando fiducia all’insolita regia del tempo che combinava il condiviso crearsi di una ricambiata memoria, vissuta in una rispettiva dissolvenza, aveva aperto il sipario di un interessante contributo di ricordi, forse, rivolto maggiormente al prendere dimestichezza con una figura sulla quale l’ombra di d’Annunzio si era confusa, un poco, con la sua, piuttosto che sull’immagine medesima del “Vate”, come lo stesso autore di questa proposta di lettura, divulgata in una eco tutta bresciana, aveva precisato: “(…) Passammo per tutte le stanze. Dalla sua parlata ibrida, pittoresca contaminazione d’abruzzese e di italiano, appresi parecchie notizie della vita austera e modesta della madre di Gabriele, ma ben poco di quella del Poeta: molto della distruzione e devastazione di mobili, della dispersione e del saccheggio di manoscritti del Poeta per opera di facinorosi nel doloroso ultimo periodo della guerra, ma nulla delle imprese, delle audacie del Poeta. (…)”.

La madre di d’Annunzio con Marietta Camerlengo (in piedi)

La storica e fedele governante di casa d’Annunzio che morirà nei giorni vicini al diciassettesimo ferale anniversario di d’Annunzio, pare serbasse un caro ricordo d’ ambito bresciano, anche durante questi suoi ultimi anni di vita, dal momento che, come ancora, specificato nel giornale, per lo spazio a lei dedicato, “(…) Saputo poi ch’io ero di Brescia, s’illuminò nel volto, ricordando che il Poeta le aveva fatto visitare lui stesso la città e l’aveva voluta sua ospite al Vittoriale di cui mi parlò con senso di stupore. (…)”.

Ma chi era questa intervistata che, senza destare alcun sospetto, poteva degnamente aggiungere, alla titanica immagine dannunziana, anche il notevole sortilegio, tutto umano, di una consegna partecipata, attraverso una fedeltà conservata, oltre ogni effimera dimensione subentrata, riconducendola significativamente nel maggior fulcro identitario del noto personaggio che l’aveva parimenti ricambiata?

Si trattava di colei che corrispondeva ad un certo qual ritratto che di lei si faceva, nello, fra l’altro, rimarcare che: “(…) La buona Marietta è in casa d’Annunzio da quando aveva nove anni: ed ora ne ha sessantanove. Sessant’anni di fedeltà, di devozione ai d’Annunzio, ed ora tutta chiusa nel culto delle memorie da lei custodite materialmente (poche!) e spiritualmente (molte!) con umiltà e fervore veramente commoventi. (…)”

Dalle parole di lei che, durante un mitragliamento di aeroplani aveva avuto una gamba rotta, restatale pur in seguito offesa, trapelava anche la sottolineatura che “(…) il ricordo della guerra la riportò alla profanazione della casa del Poeta: ciò l’accorava più della sua infermità (…). Così la commuove ancora il melograno, che riusciamo appena ad intravedere in un angolo del cortiletto: l’aveva fatto piantare lui per la madre a cui tanto piacevano e la pianta e il frutto: ma i frutti glieli mandava lui, perché quest’alberello non ne produce. (…)”.

A riflesso di questa testimonianza, oltre l’apparenza percepita di una presumibile consonanza di prima grandezza, c’era posto in stampa pure per l’appunto aperto anche al vaglio indiretto degli estimatori di Gabriele d’Annunzio, nel senso di quanti si ritenesse che fossero, durante quella metà del Novecento, affermando, fra l’altro, che “(…) la povera Marietta mancherebbe quasi di tutto, se non la soccorressero talvolta vecchi amici ed ammiratori del Poeta, ormai esigua schiera che ogni anno si assottiglia. (…)”.