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Cremona – Sembra sia un percorso formativo dedicato all’uomo. Un itinerario simbolico strutturato secondo quei minimi particolari con i quali appare contraddistinto, nell’insieme di una serie di precise rappresentazioni allusive, in modo che, da una parte, appaia l’espressione di una data immagine e, dall’altra, l’implicito riscontro di un concetto, a questa stessa visione, corrispondente.

Squadra e compasso attengono ad una dimensione del genere, per solitamente ricondurre alla soluzione figurativa adottata da quella simbologia che, a tali arnesi, riporta la nota manifestazione dei ricorrenti riferimenti allegorici del “libero muratore”, affiliato ad una “loggia” che è, a sua volta, afferente ad una data “obbedienza massonica”, alla quale lo stesso individuo aderisce, nel ruolo in cui si presta ad essere massone.

Nel metodo massonico, la “verità”, intesa come modalità di interpretazione della realtà osservata, sembra svelarsi progressivamente, attraverso un percorso per simboli, funzionale a fare passare nella coscienza individuale i concetti metaforicamente rappresentati, formando ed, al tempo stesso, informando, in riferimento ai contenuti stessi che sono posti lungo la traccia codificata dell’approfondimento laico ed, al medesimo tempo, rivolto al trascendente di un’antica e di una ermetica impostazione culturale.

Il luogo indiziario per eccellenza, dove si proporziona tale tracciato simbolico, è l’ambiente operativo in cui gli affiliati alla massoneria si ritrovano ed in cui esplicano le proprie ritualità che sono racchiuse da particolari modalità di funzionamento dei vari fattori legati all’istituzione medesima.

Gian Domenico Romagnosi
Gian Domenico Romagnosi

Di questa tradizione iniziatica ne emerge una definizione generale, nella pubblicazione, apparsa nel 1881, con il titolo di “Regolamento Interno della Reale Loggia Romagnosi all’Oriente di Cremona” che ne esplicita, fra uno stuolo di altri dettagliati aspetti, le finalità, inerenti il “miglioramento ed il perfezionamento morale, intellettuale e materiale dell’umana famiglia, col mezzo dell’educazione, dell’istruzione e della beneficenza moralizzatrice”.

In poco meno di un centinaio di pagine, questo articolato documento ottocentesco attesta una particolare esperienza, legata alla natura esoterica di tale plurale ispirazione, che, essendosi circostanziata nel territorio cremonese, ne rivendica, anche in tale sede, l’impronta storica, pure delineata attraverso una apposita ed un’ordinata sequenza di indicazioni interne, circa il funzionamento delle proprie prerogative, poste nell’ambito delle “Costituzioni della massoneria italiana – Statuti Generali dell’Ordine Massonico al Rito Simbolico Italiano”.

Anche a Cremona, nell’epoca di stampa della pubblicazione realizzata a Milano nello “Stabilimento G. Civelli”, i massoni dovevano assicurarsi, fra loro, “mutuo soccorso d’insegnamento, di consiglio, di protezione, entro i limiti del giusto e dell’onesto”, come fra le pagine iniziali dell’accennata edizione monografica si trova scritto all’articolo 6, contribuendo, pure, alla sussistenza della loro loggia, secondo le rendite che, nell’undicesimo enunciato, rientravano, invece, esplicitamente “nel prodotto delle iniziazioni, avanzamenti di grado, tasse di diplomi, regolamenti e distintivi; dalla tassa mensile dei Fratelli; dalle contribuzioni straordinarie votate dalla Loggia; dai doni dei Fratelli alla Loggia; dal prodotto del Tronco di beneficenza”.

Circa questi aspetti di autofinanziamento, era previsto anche che “i Fratelli che, a causa della loro posizione sociale, non hanno stabile domicilio a Cremona, dovranno pagare un’annata anticipata oltre la tassa d’ammissione, ed i quotizzi semestrali devoluti al Grande Oriente”.

Un contributo economico che, diversamente, all’atto dell’adesione alla massoneria, era, invece, trattato nel precisare che “gli iniziandi pagano una tassa d’ammissione di L.10”, mentre “tutti i Membri effettivi pagano una tassa mensile di L. 2”, mentre, sul complementare versante degli altri doveri di una differente essenza e di una più ideale sostanza, era indicato che “ogni massone ha il dovere di intervenire alle adunanze della sua Officina – di compiere scrupolosamente tutte le attribuzioni del proprio ufficio e grado nella Massoneria – di conservare inviolabilmente il segreto sulle persone e sulle cose che venga a conoscere nelle massoniche riunioni – di obbedire agli ordini delle autorità massoniche legittimamente costituite – di aiutare, entro i limiti del possibile, con ogni suo mezzo materiale e morale, i Fratelli che a lui ricorrono – di propagare prudentemente nel mondo profano le dottrine della Massoneria – di promuovere con ogni mezzo onesto, instancabilmente, l’incremento e la potenza dell’Ordine”.

Rivolgendosi a chi era fregiato con il titolo di “fratello”, confacente alla considerazione verso una composita e suprema “fratellanza” che sostanziava, pure, il generico titolo appellativo utilizzato per individuare i propri omologhi interlocutori di appartenenza, incontrati sulle orme di una condivisa esperienza, era previsto, nell’articolo 39, che “La Loggia si raduna in tenuta ordinaria ogni quindici giorni, nel mercoledì, nelle ore pomeridiane”, in accordo ad un programma d’intenti, conseguentemente spiegato nell’affermazione che “I lavori di Loggia durano tutto l’anno, ad eccezione di un periodo di ferie determinato anno per anno, dalla Loggia stessa”.

Nella dinamica di questo impegno, era espressamente “vietato ai Fratelli di entrare o di uscire dal Tempio senza adempiere alle formalità prescritte dagli usi massonici”, in modo che, anche per accedere e per stare in questo importante settore, incluso fra gli spazi costituenti la Loggia di appartenenza, era messo in debito conto l’accertamento dell’identità “coi segni del grado” e con la “la parola”, nel caso che si fosse presentato un “visitatore”, appartenente ad una diversa compagine massonica.

Era stabilito che, in questi periodici consessi, “nessun Fratello potrà parlare su qualsiasi argomento, senza il preventivo permesso”, dal momento che, nella fattispecie, “i Fratelli Apprendisti e i Lavoranti domandano la parola al 1° Sorvegliante, i Fratelli Maestri la domandano al 2° Sorvegliante, i Fratelli che seggono all’Oriente domandano la parola al Venerabile direttamente”.

Grembiulini affiliati massoni
Grembiulini affiliati massoni

Trattasi di incarichi, caratteristici della posizione e del compito svolto nell’istituzione, che, organizzata sotto “la invocazione cosmopolita del Grande Architetto dell’Universo”, si rapportava, a sommi capi, ai titolari dei tre gradi principali d’investitura, distribuiti fra “Apprendisti, Compagni e Maestri”, dai quali, a seguire, si dipartiva una serie di specifiche suddivisioni, legate alle mansioni interpretate nelle formali riunioni di rito, nel merito delle quali, il regolamento, fra l’altro, prevedeva testualmente che “La Loggia è governata dal Venerabile e dal Collegio degli Ufficiali, composto dei due Sorveglianti, dell’Oratore, del Segretario, del Tesoriere, dell’Ospitaliere, del Cerimoniere e del Bibliotecario-Archivista”.

La valutazione per l’accesso di un candidato, fino ad allora estraneo all’organizzazione e quindi, per antonomasia, “profano”, era, fra l’altro, relativa alla constatazione circa la presenza o meno, nella persona medesima, di “costumi e riputazione affatto irreprensibili da comprovarsi con le informazioni attinte”, mentre nel prosieguo di una subentrata affiliazione, fra le possibili infrazioni, normate dal documento perché se ne intendessero le reprimende, vi era, anche, “La infrazione del segreto massonico; la propalazione della parola semestrale ai Massoni irregolari, a quelli sospesi, ai cancellati dalle Officine e dall’Ordine, ed ai profani” e pure “L’abuso della qualità di Massone e tutto ciò che tende ad avvilire i Massoni o la Massoneria”.

A scanso di questi casi, come anche nell’eventualità di motivate e, comunque possibili, dimissioni, l’articolo 35 interveniva ad attestare una sorta di irrefutabile e di incancellabile mandato, quale aleggiante carisma insopprimibile, impresso su chi aveva personalmente superato la cerimonia di iniziazione: “Il carattere massonico però rimane sempre indelebile e, con esso e per esso, l’assoluto obbligo del segreto e la responsabilità di quelle azioni che potessero recar danno all’Ordine”, in quanto, era altresì resa manifesta l’avvertenza che gli affiliati “pongono le loro adunanze sotto la garanzia della inviolabilità del segreto della famiglia e contraggono qualsiasi impegno nel Sodalizio con la formula della promessa sul proprio onore”.

Per la “Loggia Romagnosi” che, all’epoca di questo documento, era denominata anche con il contestuale termine “Reale”, stante l’epoca del regime monarchico in cui lo scritto dedicatole si profilava, “ogni proposta deve essere fatta per iscritto, firmata e depositata nel sacco delle proposte. Sono esenti da queste prescrizioni le proposte del Venerabile e quelle dell’Oratore”: messa poi in votazione, la portata di quanto era messo in discussione, perché se ne recepisse l’eventuale introduzione, questa evenienza era allora contemplata con la prescrizione che “una proposta la quale riportasse parità di voti, si riterrà come respinta”.

Quanto si calava nella basilare ispirazione valoriale, specificatamente vocata alla filantropia, sembra avesse nel regolamento la corrispondenza di un effettivo pronunciamento: “Il prodotto del Tronco della beneficenza è destinato all’efficace sollievo della vera sventura, nel quale ufficio si darà preferenza per chi abbia dato prove di virtù sociali e domestiche”, considerando ulteriormente questa peculiare forma di interazione, con una certa condivisa e raccomandata impostazione cardine di conseguente mobilitazione d’impegno, nel dare pure un invito fattuale ad ogni coscienza, esortata nella rispettiva disponibilità individuale: “Ogni Fratello è tenuto a prestare il proprio appoggio morale con commendatizie in forma profana, od altrimenti, a seconda dei casi, sia per fare partecipare alla carità pubblica e privata persone meritevoli; sia per procurare decoroso lavoro a persone oneste e disoccupate”.

Se, alla data del 10 marzo, anniversario della morte del, così menzionato, “Fratello Giuseppe Mazzini” (1805–1872), il regolamento attribuiva il giorno dedicato alla commemorazione dei massoni defunti, con particolare ed ovvio riferimento a quelli della loggia cremonese che nel proprio nome si ispirava al giurista e filosofo emiliano Gian Domenico Romagnosi (1761–1835), maestro venerabile della Loggia “Reale Giuseppina” di Milano, era, invece, in un altro periodo dell’anno in cui l’appuntamento dell’istituzione poneva, differentemente, gli aspetti delle cerimonie riservate ad una più lieta ricorrenza, nel contemplare i festeggiamenti per una manifestazione di questo tipo che era chiaramente prevista dal centunesimo capitolo del documento in cui, per l’appunto, si disponeva che “nel solstizio d’estate e, precisamente il 24 giugno, seguendo le tradizioni massoniche, la Loggia, potrà tenere un’agape fraterna”.