Ho incontrato l’Ecuador sul volo Iberia 6635 Madrid-Quito. Aveva gli occhi lucidi di una ragazza di 24 anni. Il viso pallido e i capelli scuri di Magalle, per tre anni in Italia e ora, in volo verso casa. La guardo, mi è seduta accanto. Intuisco che ha paura, che volare non le piace (neppure a me d’altronde). Lei mi guarda, accenna un timido sorriso e mi dice, in un italiano quasi perfetto: “Signora mia, che stanca che sono e che triste che sono”.

La osservo. Gli occhi le si riempiono di lacrime. Aggiunge: “Signora mia, me ne devo tornare in Ecuador per problemi di famiglia. Io che in Italia stavo così bene, a servizio a Milano da una famiglia magnifica. Mi manca già”. Magalle sta tornando in Ecuador e qui riabbraccerà la figlia di cinque anni che non vede da tre. Ma è quasi più triste nell’aver dovuto lasciare l’Italia che felice per rivedere la figlia. “Signora mia, mi spiega, almeno in Italia avevo uno stipendio e potevo garantire un futuro a mia figlia. Ora in Ecuador che farò? Il mio è un paese poverissimo….sicuro un lavoro non lo troverò”. Vorrei farmi raccontare ancora di questo paese che sto raggiungendo. Che non conosco, di cui così poco, o nulla, raggiunge il ricco Occidente. Dell’America latina è forse, da noi italiani, il paese meno conosciuto. Ad eccezione per le isole Galapagos, cuore dell’evoluzione del pianeta, che appartengono all’Ecuador e che ne costituiscono quasi l’unica meta del turismo internazionale.

Ho undici ore di tempo per riflettere sulle lacrime di Magalle. Quelle undici ore sull’Atlantico che separano la vecchia Europa dall’Ecuador. Per farlo ho solo qualche dato, qualche racconto, qualche testimonianza di un paese che nel 2000 ha registrato un’inflazione del 91% e che la conseguente “dollarizzazione” sta mettendo in ginocchio. Dove l’80% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà con 1 o 2 dollari al giorno per poter sopravvivere. Dove la piccola criminalità aumenta. Dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e la corruzione fa perdere allo Stato qualcosa come 2000 milioni all’anno di dollari americani. E dove, negli ultimi anni, oltre 1 milione di ecuadoriani ha lasciato il proprio paese in cerca di fortuna nel mondo, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in Europa. In Italia gli immigrati dall’Ecuador sono ormai 100 mila. Eppure l’Ecuador è un paese baciato da Dio per le sue risorse naturali: ha petrolio, minerali, può contare sulla pesca e sull’agricoltura e su una natura che lascia senza fiato: montagne e vulcani, foresta amazzonica, sierra e costa magnifica. Potrebbe anche contare sul turismo, almeno a Quito, se non fosse per quella dilagante microcriminalità contro cui gli stessi abitanti di alcuni quartieri della capitale si sono mossi e organizzati.

Mentre l’aereo si prepara ad atterrare, mi sto ancora interrogando sul paese che vedrò, sulle persone che avrò la ventura di incontrare, sui progetti, le utopie, le speranze che avrò la fortuna di conoscere. Per ora ho un’unica certezza, quella che leggo negli occhi pensosi di Magalle: laggiù è un altro mondo. Lontano dalle mie sicurezze e dalle mie comodità.