Di esami e di colloqui, prima scolastici poi in campo lavorativo, ne ho affrontati parecchi. Ma l’unico che ancora sogno la notte è quello della maturità.

Liceo Scientifo Blaise Pascal di Ghedi, anno 1997. Lo rivivo come se fosse ieri. E, nonostante i sogni tormentati che ancora mi procura, il periodo della maturità è per me un ricordo bellissimo. Innanzitutto mi piace ripensare ai pomeriggi di studio collettivo: praticamente tutti i giorni io e i miei compagni ci trovavamo a casa di uno di noi per ripassare una materia e, tra storia, latino, matematica e merende superenergetiche, mi vengono in mente certe gran risate su pronostici ed immancabili imitazioni di insegnanti.

L’ultima settimana prima della “matura” l’ho trascorsa così, tra libri, compagni di classe diventati veri amici proprio alla fine di un percorso durato cinque lunghi anni e singolari stratagemmi escogitati per “eventualmente scoppiazzare” durante la prova di matematica, la più angosciante.

Arriva il giorno fatidico: la prova di italiano, il giorno seguente matematica. Poi pausa prima degli orali, il momento più temuto, il faccia a faccia con la commissione. Giravano voci sulla “bastardaggine” della prof. di storia, una suora laica di un istituto di Desenzano (ricordo anche il nome, ma preferisco evitare citazioni…). Le previsioni non sbagliavano, le voci di corridoio contengono sempre una certa verità. E arriva il momento in cui sul “patibolo” ci devo salire io. Con una mia amica mi ero “autogasata” prima di entrare, per darmi un pò di carica. Mi presento, saluto i professori e mi siedo. Subito mi espongono i voti degli scritti: 8 nel tema, 4 e mezzo in matematica. Me l’aspettavo.

Quindi passiamo all’orale. Io porto storia, ad esarmi è la prof. più iena che io abbia mai incontrato: noncurante dell’aspetto psicologico e dell’impatto emotivo che gli esami potevano avere su una giovane studente, inizia a tartassarmi e non mi fa neppure esporre la tesina che mi ero preparata. Meno male che recupero con il Leopardi e, dopo circa una mezz’oretta, è tutto finito. Tra compagni ci aspettiamo fuori dell’aula, nel corridoio del Blaise Pascal, dove facciamo del “mal comune mezzo gaudio” il motto degli esami. Alla fine, zaini in spalle, ce ne andiamo tutti insieme al bar della piazzetta dove brindiamo perchè, tra malumori, delusioni e sorprese, finalemente è finita!

Siamo MATURI! E, proprio grazie agli esami, sento che per la prima volta, oltre che a compagni di classe, siamo anche veramente amici. Non sappiamo ancora in che modo ci hanno “cacciato fuori” (la settimana dopo i voti confermano le più nere aspettative: neppure un 60, neppure ai due secchioni che devono incassare un “misero” 54), ma già si pensa a settembre, all’università. Lettere, medicina, ingegneria, architettura. Tutti i miei compagni si sono iscritti all’università e sò che si sono laureati con soddisfazione. Poi i baci, ci si augura buone vacanze e la promessa di vedersi di tanto in tanto, magari per la classica pizza di classe…

Sono passati tredici anni, con alcuni di loro ancora mi sento, altri li ho persi di vista. Ci ho passato cinque anni (che non sono pochi) gomito a gomito sui banchi di scuola. Poi la maturità, questo inesorabile spartiacque, ci ha infilato ognuno in un destino diverso. Mentre vivevo il periodo degli esami non mi rendevo conto che un periodo della mia vita, tutta la mia adolescenza, stava per finire, che gli amici sarebbero cambiati e con loro molte certezze. Avevo solo voglia di iscrivermi all’università, ero curiosa del nuovo ambiente, dei nuovi compagni. Inizava una nuova, bellissima, avventura. E il presente era già passato.

Ansie, paure, aspettative, desideri. Sono il mosaico di sentimenti che si compone nella mia mente se penso che il prossimo 22 giugno 7.782 studenti saranno impegnati nel tema di italiano per l’esame maturità. Molti di loro ora penseranno”ancora pochi giorni e poi è tutto finito”. Poi si aprono le porte della più attese delle vacanze estive. Vorrei invitare tutti questi maturandi, invece, a godere fino in fondo questo momento unico ed irripetibile. Assaporarlo e viverlo intensamente e non avere, almeno per una volta, troppa fretta di crescere.

Laura Simoncelli
Dopo il diploma di liceo scientifico, si laurea all’Univeristà Cattolica di Brescia nel 2004 in Lettere e Filosofia. Collabora con Fondazione Civiltà Bresciana e Bresciaoggi con stesura di articoli sportivi, cronaca e tempo libero. Dal 2004 al 2017 fa parte della redazione di popolis. E’ docente di italiano e storia presso le scuole medie e superiori