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Venezia, 13 novembre 2019 – Il breve tragitto che separa Piazzale Roma alla casa di mia suocera a San Stae, vicino a Rialto, è un percorso a ostacoli.

Sacchi neri pieni di cartoni fradici, libri irrecuperabili, vestiti distrutti si appoggiano stanchi e rassegnati ai muri delle case ancora impregnati d’acqua. In una grande salizada, in una parte della città da sempre immune all’acqua alta – non a caso una calle si chiama “delle Sechere”, ovvero, della secca – una famiglia ha tirato fuori di casa tutto ciò che ha: la cucina, gli elettrodomestici, le librerie, il letto. Meno male che il cielo offre una tregua e l’acqua almeno oggi non arriva anche dal cielo.

Gli spazzini, con i loro grandi carri di ferro, percorrono instancabilmente calli e campi per recuperare ciò che i veneziani sono obbligati a gettare.

E’ il giorno dopo la seconda “acqua granda” di questo secolo. Il giorno in cui i veneziani sono al lavoro per ripulire i piani terra, lavare e rilavare l’acqua puzzolente e salmastra che tutto corrode, che si fa un baffo di ogni restauro, che democraticamente attacca dimore patrizie e case normali.

Cammino e piango. Ha ragione Claudio Cerasa oggi sul Foglio: non è, solo, colpa dei cambiamenti climatici la tragedia che ha messo in ginocchio la città martedì notte. No, la colpa è dello Stato. Di chi ci ha governato. Di chi ha permesso che una seconda acqua granda ci sommergesse. Non apro qui la questione Mose: vi basterà leggere tutto quello che i giornali stanno scrivendo in questi giorni.

Cammino e piango. Mi lascio alle spalle osterie che fuori in campo hanno tirato fuori tutto. In un bel negozio di cappelli e tabarri si sta cercando di salvare il salvabile. I proprietari della pizzeria al taglio di campo San Stin, una delle prime a Venezia, stanno armeggiando attorno al forno. Si saprà presto se è perso e bisognerà ricomprarlo.

A casa di mia suocera, vicino a campo Santa Maria Materdomini, nonostante il restauro e la fatica, e il costo, di aver alzato un bel po’ il pavimento dell’entrata, l’acqua ha raggiungo i 30 centimetri d’acqua. Molte cose erano rialzate, perché sapevamo che con 1 metro e 60 l’acqua sarebbe entrata. Ma di pi’ non potevamo alzare. La lavatrice è rialzata di 15 centimetri. Non è stato sufficiente. Vedrò nei prossimi giorni se si è salvata o meno. Si lava e si rilava. Si mettono in funzione gli umidificatori e si alzano i termosifoni a mille, per cercare di asciugare.

I danni, quelli che si vedono, non sono molti. Quelli che non si vedono, continueranno e corrodere il muro fino a quando l’intonaco cadrà e dovremo rifarlo. Ma tutto sommato è andata bene. Perché non si abita al piano terra e qui c’è solo l’entrata, due stanze che fanno da magazzino e la lavanderia. Tutto il resto è sopra. Salvo.

Il dramma è di chi abita o ha appartamenti a piano terra. O dei negozi, molti dei quali hanno perso quasi tutto.

Ho pianto. Ho sentito dentro di me una città abbandonata. Solo sfruttata per guadagni immediati. Mi sono risentita veneziana, anche se abito in terraferma ormai da 18 anni. Ma qui ho le mie radici, la mia casa, il mio sentire anfibio.

Avevo pianto anche la notte di martedì, trascorsa sui social e al telefono con le amiche veneziane che mi hanno fatto una cronaca puntuale minuto per minuto della tragedia che si stava compiendo.

Il vento di scirocco che rinforzava e spingeva il mare a insaccarsi a nord di quel grande golfo che è l’Adriatico.

L’anemometro della Compagnia della Vela, sull’isola di San Giorgio, che segnava raffiche da 50 nodi. I video di via Garibaldi trasformata in un pericoloso fiume in piena. Il Lido isolato perché i pontili erano stati diventi dal vento e dalla forza dell’acqua.

Il vaporetto spiaggiato in Riva degli Schiavoni. Il taxi scaraventato a metà di calle delle Rasse, quella dell’Harry’s Bar per intenderci. Le auto a Pellestrina sommerse dall’acqua. Le gondole ammassate una sull’altra. L’edicola delle Zattere volata via con il vento. Il monumento alla partigiana, vicino alla Biennale dei Giardini, che ha rischiato di andar perso per sempre.

Quel vento che ha rinforzato così all’improvviso portando la marea dalla prevista 1 metro e 50 ai quasi 1 e 90 delle 23.30. Poi, così come era iniziato, all’improvviso quel vento è sparito. Incredibile: un minuto prima soffiava a 100 chilometri all’ora e il minuto dopo era scomparso. Qualche angelo lo ha fermato. Con grandi mani che lo bloccavano in Adriatico.

In un attimo è stato silenzio. La laguna si è fermata. E l’acqua, con altrettanta velocita’, ha cominciato a defluire. Anche questa volta, molti di noi avranno pensato, siamo salvi.Anche questa volta Venezia ha resistito.

Ho avvertito dentro il mio corpo la stessa sensazione di terrore, impotenza, stupore provata quando avevo 10 anni, nel 1966. Maledetto novembre. Acqua amata e temuta. Città fragile e potente. Abbandonata e sfruttata. Oggi mille volte piu’ di ieri.

Piazza San Marco, 4 novembre 1966
Piazza San Marco, 4 novembre 1966

Me la ricordo bene quell’acqua granda, anzi, ormai potremmo chiamarla grandissima. Abitavo al Lido. Siamo rimasti senza luce. Sentivamo il ruggire del mare. Il rumore delle capanne, lungo la spiaggia, che si infrangevano una contro l’altra. Gli alberi che cadevano. L’ululare del vento. Sempre lo scirocco soffiava perché Lui sa alzare l’onda come nessun altro vento.

Non c’erano i social e i cellulari cinquantratré anni fa. La paura era di ognuno di noi. Poteva essere condivisa solo in famiglia. Spiavo mio padre e mia madre per capire quando fossero preoccupati. Via telefono, fino a quando funzionavano, ci giungevano notizie apocalittiche da Venezia e da Pellestrina. Si temeva davvero di non arrivare alla mattina dopo.

Invece, proprio come è successo martedì, siamo sopravvissuti al 4 novembre 1966. Anche se il mondo non ci guardava, impegnato come era a piangere su Firenze e a raccontare gli angeli del fango.

Noi veneziani ci siamo arrangiati. Il giorno dopo calli e campi veneziani erano neri di gasolio e carbone perché ancora così ci si scaldava. E il dramma era direttamente proporzionale alla quantità di famiglie che abitavano i piani terra. Ma in quegli anni eravamo 175mila abitanti. Oggi poco piu’ di 50mila. Sempre meno. Anno dopo anno.

Molti amici stanno scrivendo sui social “Venezia è finita”. Sì, da un pezzo è finita cari amici veneziani. Sommersa dall’acqua, dal turismo di massa, dal malgoverno, dagli appartamenti b&b, dai palazzi che si trasformano in hotel, dai negozi di quartiere che hanno lasciato il posto alla monocultura turistica.

Ma noi veneziani, ultimi discendenti di una stirpe gloriosa, astuta, presuntuosa, un mix di razze balcaniche e orientali, non ce ne facciamo una ragione. Resistiamo. Resistiamo. Resistiamo. Succubi del fascino di questa madre offesa che prima ci schiaffeggia senza pietà e il giorno dopo ci stringe in un infinito abbraccio di bellezza e amore.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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