Tempo di lettura: 5 minuti

L’antico santuario diSanta Maria delle Grazie” di Brescia sviscera, nel proprio quadrilatero claustrale, un’assortita sequenza di segni di riconoscenza personale, ispirati ad una religiosità aperta ai misteri del soprannaturale. Si tratta, per lo più, di dipinti su legno di epoche diverse fra loro che sono esposti in un sacro circuito parietale, secondo una sentita e stratificata manifestazione devozionale.

santuario_grazieOltre ad epidemie virali, calamità naturali, eventi accidentali ed all’incombere di malattie mortali, capita pure che queste autentiche e spontanee raffigurazioni contemperino, in alcuni casi, anche l’allusione allo scampato pericolo, rispetto a certe estemporanee violenze, patite in tragici intercorsi relazionali.
Fra questi fatti realmente accaduti, di uno, ne è emblematicamente evidente la rappresentazione pittorica narrante, espressa a riferimento di quel drammatico caso che era, a suo tempo, pure emerso dalla stampa locale nella quale tale sofferta dinamica conflittuale aveva avuto, da parte degli allora tre quotidiani bresciani, un’attenzione corale.

L’ex voto, datato 21 gennaio 1889, è presente, secondo una dimensione posta in sintonia con altre opere direttamente riscontrabili nel suo insieme circostante, nella fattispecie di una tavoletta pittorica impattante dove domina l’immagine di un giovane che, impugnando una pistola, punta l’arma alla tempia di una donna vicina, seduta su un divanetto, all’interno di una stanza dove, alle loro spalle, si scorge, in un angolo, una sedia vuota e, nell’altro, una finestra che è delineata a connotazione dell’ambiente stesso, piuttosto che come prospettiva funzionale ad una veduta dischiusa su altri particolari esterni, per una ulteriore descrizione performante.

A sinistra di chi osserva la scena, ma a destra dei due personaggi menzionati, la figura mariana, nella tradizionale figurazione stilizzata a mezzo busto della Madonna con accanto Gesù Bambino, getta sulla ricostruzione scenica l’ineludibile nesso di causalità contraddistinguente la commissione del dipinto che era stata sollecitata per una suffragata motivazione riconoscente.
Questo manufatto che, al pari di altri, contestualizza i propri particolari in alcuni significativi aspetti caratterizzanti l’epoca stessa dove, fra l’altro, coincidono gli impliciti estremi dei protagonisti rappresentati, pare che abbia il coevo riscontro di una serie di dettagliati resoconti giornalistici, significativi, per mezzo del genere scritto divulgativo, di tutto quanto, invece, l’arte popolare sembra che abbia inteso affidare alla complementare figurazione pittorica, nella efficace sintesi contestuale che, del caso rispettivamente preso in esame, attesta il momento cruciale.

A sparare era stato il fidanzato della giovane, per poi fare la stessa cosa su di sé, immediatamente dopo. Un omicidio, di fatto rimasto fortunatamente solo tentato per la donna, ed un suicidio, andato purtroppo a segno per chi aveva sparato nel dissennato suo movente efferato che la cronaca ci tramanda come deriva di un cuore disperatamente innamorato.
Quanto sopra era capitato a Brescia, il 21 gennaio 1889, nell’albergo “Italia” di cui il sesto volume dell’Enciclopedia Bresciana di mons. Antonio Fappani documenta alcune brevi tracce storiografiche dove la memoria di tale sede ricettiva ne innesta pure una specifica localizzazione nella realtà cittadina: “Albergo di Largo Zanardelli. Fu di proprietà dei fratelli Francesco e Cesare Guillaume. Dal maggio 1911 attraverso una Società di cui erano stati promotori il cremonese Guido Guida, il bresciano nob. Camillo Martinoni e la Società degli Alberghi di Bergamo, venne completamente rimodernato e arricchito di un nuovo restaurant”.
In questo albergo si erano ricondotti i due giovani, a seguito di un vacuo girovagare che, invece che rappresentare solo una fuga, si era poi rivelato essere l’epilogo fatale di una relazione verso la quale gli stessi innamorati sembra che non provassero altro che una smania ultimativa, abdicata a favore della subdola tentazione ispirata al mero e tetro disperare.

Pare che fosse un amore ostacolato dalle rispettive famiglie d’origine, in quanto, secondo la versione giornalistica, tale vincolo era incentrato su figli di consanguinei. In un controverso riflesso di attenzione al caso particolare, “La Provincia di Brescia” del 22 gennaio 1889, dopo avere dato ampio spazio all’avvenimento, concludeva il proprio contributo d’informazione non rinunciando ad un’invettiva verso “Il Cittadino”, altro quotidiano bresciano, reputato, in quest’occasione, colpevole di aver trattato il medesimo fatto con una supponente ed insensibile presentazione: “Al cospetto di questa duplice sventura che ha commosso la città tutta, e che non può a meno di destare in chiunque ha cuore una immensa pietà e pei due sciagurati che Dio sa quanto soffrirono prima di ridursi al triste passo, e per lo strazio di due famiglie piombate in atroce lutto – le quali forse deplorano amaramente la loro opposizione a quell’amore, fosse pure insano – noi invidiamo….cioè non invidiamo, la stoica tempra del cronista del Cittadino, al quale la terribile tragedia altro non seppe ispirare che l’inventario degli oggetti lasciati dai due disgraziati e le seguenti testuali parole: “La causa si deve ricercare nella solita storia di quelle teste balzane che per la loro follia gettano le proprie famiglie nella costernazione e rattristano con scene raccapriccianti la propria città o i luoghi ospitali ove son accolti”. Che temperamenti fortunati vi sono al mondo!”.
La curiosa contrapposizione fra i due mezzi d’informazione, oltre che in concorrenza, patrocinati da una diversa impostazione, calava su quei giorni come una fugace sfumatura circa l’eco della tragica circostanza da loro stessi presa in considerazione.

Nello strascico più importante di tale circostanza, al dispiegamento gravitazionale della corona del rosario, esibita sia dalle mani della Madonna che del Bambin Gesù, secondo l’interpretazione artistica espressa nel dipinto dell’ex voto accennato, pare sia discesa, come peso a piombo direzionale, una misericordiosa proiezione perpendicolare nella quale si era, infine, situata pure la risoluzione fattuale dell’apposizione stessa di un esplicito segno di ringraziamento all’interno della Basilica della Madonna delle Grazie di Brescia.
L’effetto dello sparo, effettivamente esploso contro la testa della donna, Maria Gambera Callegari, pare che abbia avuto, nelle sue cruente conseguenze, un ridimensionamento finale, attestato dalla miracolosa conclusione femminile della medesima vicenda, essendo che lei, gravemente ferita, si era salvata, grazie ad un delicato intervento chirurgico, e non aveva, per il momento, condiviso la sorte del fidanzato, Alfonso Fracassi, già sistemato, al tempo della impetrata guarigione di lei, nell’oblio di una fossa comune nel cimitero cittadino, pure nel periodo del ritorno a casa, in cui, come riferiva “La Provincia di Brescia” il 15 febbraio 1889: “La signorina Gambera Maria ha lasciato il nostro Ospitale ed è partita iermattina alle 6 e ¾. Erano andati a prenderla con un brougham i suoi genitori e la sorella che la assistette in questi ultimi giorni. Era discretamente allegra e quasi perfettamente guarita”.

CONDIVIDI
Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *